Era una fredda mattina di ottobre e il paese, ancora avvolto dal tepore dell’alba, si contorceva sornione in una smorfia di sveglia. Erano appena passate le 6:30 quando il diretto da Innsbruck entrò sbuffando in stazione, era una macchina vecchia ma affidabile, non particolarmente veloce ma in grado di portare i passeggeri a destinazione nel tempo stabilito dalla compagnia. Quel giorno sarebbe sceso dal treno anche un curioso giovane, capelli folti e basette lunghe parevano intessuti con fili d’argento, senza curarsi troppo dei rimproveri del capostazione scese mentre il convoglio muoveva ancora gli ultimi passi prima di arrestarsi del tutto. Appena entrato nella minuscola stazione, accese la sua lunga pipa, sembrava di foggia orientale e sia il fornelletto sia il bocchino di ottone luccicavano opachi alla luce dei lampioni a gas che illuminavano ancora per poco la mattina di Greycester. Non si curò molto del fastidio che stava dando con le sue grosse pipate ad alcune donne che aspettavano sedute sulle umide panchine di legno di faggio; si curava piuttosto dell’ora, come se stesse aspettando impazientemente qualcuno … o qualcosa!
Dal grande arco, di un materiale che sembrava essere travertino, arrivò saltellando goffamente il signor Von Rockett, un omone tarchiato e pienotto con dei folti baffoni rossastri e una bombetta, portava con sé un ombrello e quella che sembrava essere una cartella portadocumenti di cuoio piuttosto nuova.
-Era ora!- sbuffo arrogantemente Zero Ivanoff – ce ne avete messo di tempo! -. Il grasso signore era un discreto ingegnere e lavorava per una compagnia che trattava affari con il potente Impero Sovietico. Ivanoff, infatti, era un talentuoso progettista di locomotive, e aveva commissionato dei disegni alla compagnia per la quale lavorava Levi Von Rockett. Ansimando per la corsa improvvisata riuscì a stento a scusarsi e consegnò la cartella a Ivanoff. Lui la aprì e ne controllo il contenuto, quindi la richiuse e se la infilò sotto il lungo cappotto nero, quindi disse – Spera che stavolta le modifiche che ti ho chiesto siano state eseguite alla perfezione … altrimenti… – a sentire quelle parole Von Rockett deglutì pesantemente, quindi annuì.
Il prossimo treno per tornare indietro sarebbe passato tra qualche ora, così Ivanoff decise di concedersi una birra e s’incamminò verso il pub più vicino. Conosceva bene quel posto, c’era stato ormai diverse volte ed ultimamente fin troppo spesso a causa di alcuni errori negli ultimi disegni consegnatigli da Von Rockett. Odiava affidarsi al servizio postale, nonostante la sua efficienza preferiva svolgere questi incarichi di persona, lo faceva sentire più tranquillo. Entrato nel pub, si sedette su di uno sgabello consumato e ordinò. Scelse una birra scura, doppio malto, in un boccale capiente. Non era certo di conoscere il metodo di produzione con il quale l’oste la fermentava tuttavia aveva un gusto corposo che non gli dispiaceva per niente. Cercò di rilassarsi, per quanto poteva, e di allontanare dalla mente quelle immagini angoscianti custodite in un angolo spaventosamente recente della sua memoria, ma nonostante tutto non poteva fare a meno di rimpiangere quel giorno. Non smetteva di incolparsi per ciò che era accaduto durante quel collaudo. Riusciva ancora a sentire i fantasmi di quei suoni, il metallo si contorceva stridendo come se avesse vita propria, quasi sentisse dolore, la caldaia incandescente che esplodeva incolpevole di un difetto di nascita. Quel giorno non c’erano solo lui e i collaudatori sul convoglio, sfortunatamente Annah volle partecipare, sicura del fatto che sarebbe stata un’esperienza gradevole. Nessuno avrebbe mai immaginato che il suo nome sarebbe stato scolpito su una lapide al Black Coil Cemetery così presto. Ogni settimana Ivanoff le portava delle rose indaco, lei amava quei fiori, erano sempre stati i suoi preferiti; lui d’altronde l’amava profondamente, e dopo la sua dipartita - erano ormai passati tre anni – non riuscì più ad amare nessuno. Non sopportava di distaccarsi dal suo pensiero, non riusciva nemmeno a tollerare un'eventuale corte da parte di nessuna donna, tanto che senza troppi scrupoli le allontanava bruscamente. Da allora si era immerso con tutto se stesso nel suo lavoro, l’unica cosa a cui desse un senso. Il progetto cui teneva di più tuttavia era considerato da tutti come irrealizzabile, infantile e utopistico: realizzare il sogno di Annah, costruire una macchina a vapore che riuscisse a solcare i cieli!
Ci tengo a sottolineare che, quanto avete appena letto e apprezzato, non è un mio elaborato.
Proviene, infatti, da una mente meravigliosa, profonda e pura, che amo alla follia. Sto cercando di convincere l’artista a proseguire quest’opera, nonostante io trovi che anche come oneshot sia semplicemente divina.