Sono una donna…
…lotto (marzo) tutti i giorni!
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Sono una donna…
…lotto (marzo) tutti i giorni!
ma tu pensa a quanto può cambiarti la vita un semplice secondo di coraggio;
prenderefiato
Non c’è forza più grande
di chi ammette la propria fragilità
e continua a lottare.
Illogico
🔥
“Nessuno di noi cresce senza ferite. La differenza sta nel chi lotta per guarire...”
—
Questa mattina di luce obliqua che filtrava dalle vetrate dell’atrio, le strisce colorate sul pavimento sembravano vene vive.
Azzurro, verde, arancione, rosso, giallo un arco colorato di direzioni.
Un arcobaleno pragmatico, disegnato per non far smarrire nessuno in quel labirinto di porte e odori di caffè e delle brioche dei bar, dei fiori nel negozio floreale, di fretta e parole che riecheggiano nell'aria. Di un ospedale che è una e vera propria cittadella a se stante.
L'ospedale, che oggi ho visto come una metafore della vita.
Io ero lì, fermo accanto a una colonna, e guardavo.
Arrivavano. Da soli o accompagnati. Smarriti con passo insicuro, in contrasto con le camminate decise di dottori e infermieri, che conoscono bene quelle "strade".
Una giovane donna spingeva un trolley troppo grande per lei, dentro c’erano probabilmente pochi vestiti e molte paure. Gli occhi le brillavano di una speranza feroce, quasi infantile: «Forse qui mi guariscono, forse qui ricomincio».
Accanto a lei, un uomo anziano trascinava un borsone logoro; il suo sguardo era già rassegnato, come chi sa che sta solo consegnando il corpo al prossimo capitolo, qualunque esso sia.
Partivano.
Una barella scivolava via lenta, coperta da un lenzuolo bianco. Sul viso della donna che la accompagnava c’era quella calma terribile di chi ha finito di combattere.
Più in là, un ragazzo usciva con le stampelle e un sorriso storto: aveva vinto una battaglia, ma si vedeva che portava ancora dentro il peso della guerra.
E io pensavo: «Queste linee… sono le stesse che abbiamo sotto i piedi da sempre».
Nella vita non ci sono cartelli luminosi, eppure camminiamo tutti su strisce invisibili.
C’è la linea azzurra della speranza, quella che segui quando credi ancora che domani sarà diverso.
C’è la linea rossa dell’urgenza, quella che prendi quando il dolore diventa insopportabile e corri, senza più fiato.
C’è la linea verde delle degenze lunghe, quella che percorri piano, giorno dopo giorno, imparando a conoscere le crepe del tuo stesso muro.
E poi c’è la linea gialla, quella che ti riporta fuori, verso l’uscita, quando, per miracolo o per resa, ti lasciano andare.
Tutti abbiamo un trolley.
Dentro ci mettiamo le cose che non possiamo lasciare: i ricordi, i rimpianti, le lettere mai spedite, le fotografie stropicciate, le promesse fatte a chi non c’è più.
Lo trasciniamo sui pavimenti lucidi della giovinezza, poi diventa più pesante sui linoleum consumati della mezza età, e alla fine lo spingiamo con le ultime forze verso l’uscita.
A volte ci perdiamo.
Prendiamo la striscia sbagliata, finiamo in reparti che non ci riguardano, parliamo con medici che non possono curarci, aspettiamo in sale d’attesa che non sono la nostra.
Ma c’è sempre qualcuno, lungo il corridoio, che ci indica con lo sguardo o con un gesto: «No, non lì. Da questa parte».
E allora capisci la cosa più profonda, quella che mi ha colpito oggi mentre osservavo.
L’ospedale non è solo un luogo.
È la metafora più onesta della vita: entriamo tutti da una porta che non abbiamo scelto, camminiamo su linee tracciate da altri, portiamo pesi che nessuno vede, e usciamo, prima o poi, da un’altra porta, con lo stesso trolley, più leggero o più pesante, ma comunque diverso da come era entrato.
E in mezzo, tra un arrivo e una partenza, ci sono solo questi corridoi luminosi, queste strisce colorate, e la silenziosa, straziante, meravigliosa compagnia di tutti gli altri che camminano con noi.
Io sono rimasto lì, immobile, finché una bambina ha preso la mano della madre e ha detto, ridendo: «Mamma, guarda! La linea rossa va verso l’uscita!»
E in quel momento ho sorriso, perché ho capito.
Anche la paura, a volte, sa indicare la strada verso casa.
io lo so come ti senti, in bilico tra ciò che è giusto e ciò che vuoi.
Lo so, io lo vedo, che pensi che la felicità sia sempre qualcosa che può aspettare, che le cose "giuste" abbiano la priorità.
Ma le cose giuste per chi, mi chiedo. Se la vita è la tua, perché segui le logiche di qualcun'altro?
È giusto quello che ti spinge ad alzarti la mattina con il cuore felice. È giusto quello che fa battere a ritmo il cuore, quello che ti dà i brividi sulla pelle solo ad immaginarlo. È giusto volere qualcosa di più, non voler essere come tutti, non voler fare la vita che fanno tutti. È giusto, giustissimo, seguire i tuoi sentimenti, le tue regole anche se per gli altri non hanno senso...perché è giusto quello che ha senso per te.
La tua vita parla la tua lingua e non puoi lasciare a qualcun'altro il compito di interpretarla e poi lamentarti se la traduzione è sbagliata.
Hai paura? Lo so, è normale. Fare il primo passo fa sempre paura, anche se è quello giusto, ma è fare il primo passo che fa la differenza tra noi e quelli che si accontentano di una vita che non vogliono.
zoe, sii il tuo cambiamento✨