Ulver - Kveldssanger (Head Not Found, 1996) Genre: Dark Folk, Norwegian Folk Music Artwork: Frk. Maria Jaquete Bandcamp

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Ulver - Kveldssanger (Head Not Found, 1996) Genre: Dark Folk, Norwegian Folk Music Artwork: Frk. Maria Jaquete Bandcamp
I Windir sono una delle prove che il black metal in Norvegia, alla fine degli anni ’90, aveva ancora delle novità assolute da presentare. Valfar, unica mente dietro questo progetto, ha deciso di mischiare epic, folk e black metal. E fin qui, niente di nuovo. La cosa particolare è che lo strumento principale, alla pari delle chitarre, è la fisarmonica. Non solo però… ci sono diverse cose per le quali i suoi prodotti, Arntor, ein Windir soprattutto, sono molto vicini a band come Taake, Gorgoroth, Enslaved e allo stesso tempo diametralmente opposti. Eppure, anche se andate a pescare i progetti folk-metal dell’epoca (tipo i Finntroll o i Sòlstafir, Moonsorrow o Heidevolk) li troverete davvero lontani dal mondo di Valfar. Valfar è da solo, nato e cresciuto (e morto purtroppo) nel Sogndal, un paesino isolato in maniera equidistante da Trondheim da Bergen e da Oslo. In questa lunga insenatura lungo il Sognefjord, il fiordo più lungo della Noregia, percorso continuamente dalle navi da crociera Valfar conosce il blackmetal e lo riadatta in un modo tutto suo, fatto di vita rurale, con forconi e trattori anziché corpse-paint e cartucciere.
"The Beginning", intro esclusivamente eseguito in fisarmonica, vi farà subito capire che anche se non ci troviamo di fronte ad un album di Raoul Casadei, forse il liscio non è una chiave così sbagliata per leggere questo album (e gli altri dei Windir in generale). Subito con "Arntor, ein Windir" si capirà appieno l’interpretazione del mondo dei Windir; una lettura che era già parzialmente venuta fuori nel debut Sóknardalr ma che solo ora esplode in tutta la sua potenza. Blast-beat sì, chitarre distorte sì, e harsh-vocals in classico stile norvegese sì, uso della lingua-madre sì. Ma la cosa incredibile sono le scale armoniche. Valfar prende il mondo della musica folk norvegese e fa una sorta di sintesi fra le arie di fisarmonica e di violino per ricostruirle con la fisarmonica. Sceglie le melodie più epiche e malinconiche, che ben si adattano al background black-metal e a quel punto compie una seconda operazione: traduce tutto una seconda volta in chitarra solista. Ecco che la maggior parte dei riff principali dei Windir sono melodie completamente anomale, mai sentite in nessun bagaglio culturale rock-metal. Se a metà brano di "Arntor" ci sono dei richiami di polka o di valzer è esclusivamente per l’utilizzo di tali armonie, del rullante e del tempo in 3/4: le chitarre da una diventano due e poi tre, come un gioco di violini. A tutto questo dobbiamo aggiungere i cori in voci pulite e questa perenne aura malinconica che smorzano sempre i momenti più gagliardi (a volte quasi da rodeo). I synth sono un’ulteriore strumento che va ad arricchire a dare ulteriore voce a queste suggestioni già pazzesche di sé. "Kong Hydnes haug" è un brano più classico, dove la matrice dei Bathory più epici è forte e dove gli effetti scelti per la chitarra si mescolano con la fisarmonica creando una struggente e violenta ballata che va ad esplorare terre fantastiche e battaglie leggendarie. "Svartesmeden Og Lundamyrstrollet" è probabilmente il miglior brano composto dai Windir e si basa su un lunghissimo e perenne arpeggio, veloce, tagliente, che ricalca sempre scale folk anomale e che, a lungo andare, soprattutto mescolandosi al resto della composizione, acquisisce un’aura di violenta malinconia. "Kampen" è forse il brano più ballad-folk in stile taverna caciarona con elementi simili ai Troll o al primo album dei Finntroll mentre "Saknet" merita un discorso analogo a "Svartesmeden" perché è una sorta di suo lungo pendant da dieci minuti.
Ascoltando le trame chitarristiche di Valfar è impossibile non rimanere affascinati dalla composizione di questa particolare colonna sonora fatta di contrasti fra le urla e i synth celestiali, fatta di cavalcate in mezzo a valli e cascate; melodie dannatamente epiche ed easy listening che però non sfociano mai nell’heavy metal di motociclette alla Judas Priest né a quell’accozzaglia homo-latex dei Manowar. La parte finale di "Saknet" è da lacrime, è un’accelerazione finale verso la morte in battaglia, in stile Hammerheart dei Bathory. "Ending" è un’improbabile fusione fra Burzum e i synth che assomigliano più all’euro-dance anni ’90 piuttosto che a qualsiasi band folk-metal. E, in maniera totalmente autonoma e folle, un’ancora più improbabile fusione fra la goa-trance e il black metal, fra dj Tiesto e gli Emperor, si sentirà nel successivo 1184. La particolarità dei Windir sta nel restare sempre in perfetto equilibrio fra folk, heavy e black metal; è davvero raro, quasi impossibile trovare delle fonti alle quali Valfar si è attinto, probabilmente Emperor, Bathory e Summoning, ma con un piglio chitarristico davvero unico. Perfino dopo l’esistenza dei Windir si contano sulle dita di una mano i progetti che hanno tentato di tenere viva l’eredità di Valfar: Cor Scorpii e gli ultimi Vreid sono fra questi, ma si avvicineranno pochissimo solo all’ultimo Likferd. Forse su coordinate analoghe si muovono gli Angantyr, capaci di evocare sensazioni simili, ma la scelta melodica davvero unica e impeccabile di Valfar fa dei Windir qualcosa di più facilmente assimilabile e di, ancora una volta straordinario perché fuori da ogni contesto.
GEHENNA "First Spell" MCD 1994
1. The Shivering Voice of the Ghost 2. Unearthly Loose Palace 3. Angelwings and Ravenclaws 4. The Conquering of Hirsir 5. Morningstar
"...We call upon you Incarnated souls of disaster Spread the fire all high and low The ravenclaws have waited too long"
First Spell | Gehenna (bandcamp.com)
Windir: Sóknardalr (1997)
If you think arson and murder were the most morbidly “authentic” expressions of the ‘90s Norwegian black metal scene, you’re both a fucked-up individual and wrong, because nothing beats Windir leader Terje ‘Valfar’ Bakken freezing to death in his homeland’s wintry wastes.
Just wanted to address that elephant in the room, before I turn back the clock to Windir’s roots and their very first long-player, 1997’s Sóknardalr, by way of my artist bio and album review for the All-Music Guide.
Hailing from Norway’s remote Sogndal region, Windir (meaning ‘Warrior’ in ancient Norwegian, I believe) combined the vicious fury of black metal with classical music ingredients and Scandinavia’s rich folk music, its history and mythology, as well as the far north’s pristine natural resources.
Vocalist and multi-instrumentalist Valfar honed his chops on a couple of demos (‘94’s Sogneriket and ‘95’s Det Gamle Riket) before recruiting drummer Jørn ‘Steingrim’ Holen and ‘clean’ singer Steinarson for the recording of Sóknardalr -- in a mere four days of studio time in Oslo, no less!
And, unlike most extreme metal entities, Windir bypassed the typical, Venom-inspired primitive savagery of countless peers (Valfar’s throat-ripping screeches notwithstanding) to deliver a surprisingly mature, refined, and well-produced set.
The resulting mini-symphonies, e.g. “Sognariket Sine Krigarar,” “Det Som Var Haukarei” and “Sognariket Si Herskarinne,” never shy away from blast-beats, but they just as often pivot into gentle acoustic strumming, or else stack layers of keyboards and guitars with the grandeur of Viking metal period Bathory.
True, the folksy, circular melodies permeating tracks like “Mørket Sin Fyrste,” “I Ei Krystallnatt” and "Likbør" may feel irritatingly repetitive to some listeners, I can point you to far worse folk metal offenders, most of them guilty of the dreaded thumpa-thumpa-thumpa rhythms of polka (see Finntroll).
And how many bands can you name whose lyrics were penned -- not in English, not in Norwegian -- but in the obscure Saognamaol dialect (!), with its distinctive rolled ‘Rs’?
Anyway, if you’re not yet sold by the time the stately, instrumental title track brings Sóknardalr to a close (again, Bathory influences abound), you may as well avoid Windir’s ensuing efforts, which kept on refining this complex template with only minor tweaks (English-sung lyrics, for example).
Personally, I love them all, and I can’t wait to tell you about Windir’s fourth and final triumph, Likferd, which arrived just months before Valfar’s tragic, premature, but cryptically on-brand demise, in early 2004.
Surely, he now dwells with fellow Scandinavian warriors and heroes in the halls of Valhalla.
More Windir: Arntor, 1184, Likferd.
Crest Of Darkness - Sinister Scenario
1997
Troll / Trollstorm over Nidingjuv (CD version, Head Not Found 1995)
C'era una volta, nei freddi boschi del Nord, una giovane fanciulla che, presa dal sopravvento di una troppo breve giornata di sole, perse il sentiero di casa e si ritrovò a contatto con la natura più glaciale. Nel corso della notte fece conoscenza di tutti gli spiriti del bosco, i quali la ammaliarono con le loro dolci e desiderose parole. Con la forza della persuasione, riuscirono a trascinare la povera fanciulla nel cuore della foresta, dove lo spirito della montagna la immolò.
Una leggenda in 5 capitoli… questo è Bergtatt, il primo capolavoro degli Ulver. Un album talmente completo, stupefacente e innovativo, che a tutt'oggi si impone, nel panorama della musica estrema, come un gioiello più unico che raro. Un disco che mescola, nel modo più sorprendente, black metal e folklore, rabbia e malinconia, creando un canone esemplare che verrà ammirato da moltissimi fan (non solo del mondo metal).
L'anno della pubblicazione era il 1995 e gli Ulver avevano (auto)prodotto solo un demo, Vargnatt, che già faceva gridare alla novità: partiture di chitarra classica e folk su sezioni ritmiche rock registrate in bassissima qualità ("Tragediens Trone", "Ulverytterens Kamp"…) ed estranianti voci pulite che mandavano fuori di testa l'ascoltatore. Più di tutti mandarono fuori di testa Metalion (della famosa Slayer mag.), il quale, grazie alla sua Head Not Found, permise alla band di entrare agli Endless Studio per registrare il loro debut.
Le qualità avanguardistiche dell'album si notano dai primi attimi di I troldskog faren vild: la pienezza delle melodie è data dall'armonizzante accostamento delle due chitarre ritmiche, le quali forniscono un ottimo e armonioso tappeto per la trascendentale voce pulita di Garm -che manterrà questo registro per tutta la durata della canzone, ricordando quasi un canto gregoriano. Le dolci e malinconiche note sono un lungo coro, una folcloristica pastorale, che descrive la presa di coscienza della ragazza, la quale si rende conto di essersi perduta e di essere totalmente in balìa degli spiriti. I grandi rintocchi del basso di Skoll percorrono il brano dalla ritmica semplice e schematica. Poi i suadenti assoli di Aismal e di Håvard dipingono l'immagine della passione della poveretta:
Dai ramoscelli degli alberi, alla testa della fanciulla; goccia a goccia come il sangue da l corpo di Cristo.
Infine il primo epilogo, contrassegnato dall'intreccio delle due chitarre acustiche, per poi proseguire su toni più aggressivi e minacciosi, esplicitando la condizione dello smarrimento:
Ahimé… da sola e sperduta nella foresta… stanotte, sento e temo che nessuno si ricorderà di me.
Una rilassante chitarra acustica duetta con un rassicurante flauto dolce, intonando note alla notte silènte di Sølen gåer bak åse ned; (lacune frasi forse appartengono alla tradizione norvegese visto che Satyr le ha riutilizzate nel suo progetto Storm) una notte che sta partorendo le più vili crudeltà che madre natura possa concepire. Infatti i riff scorrono improvvisamente veloci e stridenti e la batteria incide i suoi blast-beat sotto le urla di Garm.
Tra le rocce cala il sole, e le ombre si stanno allungando, presto viene la notte con la sua mòle, già mi sta legando e imprigionando.
I cori si fanno ancora più suadenti (questa canzone contiene a mio avviso le più belle parti cantante degli Ulver) dipingendo una natura evanescente nella sua foschia e nei suoi substrati; tutto è dosato nei minimi particolari: la registrazione è più che eccellente (per l'epoca, per il messaggio, per il budget e a confronto del resto delle uscite contemporanee), le voci pulite sono sempre raddoppiate creando perfette consonanze e le chitarre acustiche vengono aggiunte sempre al momento giusto.
E sono sempre le bonàrie chitarre acustiche che lasciano trasparire i bassi e calmi cori nell'incipit di Gråblick blev hun vaer; è la temporanea calma di quando uno si desta dal sonno e ancora un po' sbattuto e con la mente non perfettamente a fuoco, cerca di capire, silenziosamente, dove si trova. E poi lo shock di quando ci si rende conto di essere stati spiati per tutto il tempo. Le chitarre dissonanti rivelano la terribilità degli esseri notturni, i quali si divertono con la bambina rapita, illudendola di mostrarle il sentiero verso casa, mentre invece verrà solamente sbattuta da un lato all'altro del bosco. I rintocchi del basso suonano una melodia parallela, analoga al parallelismo figurato del brano: la chitarra acustica e l'arpa presto faranno da colonna sonora all'annaspare della poveretta, la quale corre sulla ghiaia e sulle foglie secche del bosco, zigzagando invano verso un tentativo di scampo…
Tutta sola e smarrita; batte forte il suo cuore; e il suo sangue si ghiaccia.
I toni si incupiscono per l'ennesima volta, e i tamburi della batteria scandiscono le risate di scherno del bosco, fissando sulla tela la disperazione dell'innocenza:
Su quelle guance rosa e su quella bocca priva di alcun sorriso, un fiume di lacrime scorre libero, mentre tutto il mondo, nel sonno è intriso.
Il quarto capitolo, "Een stemme locker", vede la fanciulla al cospetto dello spirito della Montagna; quattro minuti di chitarra acustica che rintocca all'infinito mentre i fraseggi secondari accompagnano il dialogo fra la poverina e il grande Spirito (esecuzione formale che anticipa il futuro lavoro, totalmente acustico, Kveldssanger). I suadenti e lontani cori femminili attirano la fanciulla al cuore della montagna come i compagni di Ulisse cedettero inermi ai cori delle sirene.
La storia (e il disco) si conclude con il quinto capitolo Bergtatt - Ind I fjeldkamrene. I riff riprendono leggermente i toni del primo capitolo, sono però sempre più spesso ritoccati da chitarre acustiche, mentre i cori vengono quasi del tutto cancellati, in favore del climax finale della storia.
La fanciulla chiese di essere liberata, ma per le sue preghiere non fu ascoltata… Ancora una volta una fanciulla è scomparsa… fecero di ella ciò che volevano, e senza alcun riguardo o gentilezza la trattarono.
La coda del brano è percorsa da lunghi soliloqui di chitarre suonate quasi come strumenti ad arco, gli ululati di Garm descrivono la definitiva azione della notte, che ingloba in sé la ragazza, in una voluttuosa violenza; e dopo la pioggia e la tempesta, gli ultimi rintocchi di chitarra classica descrivono l'alba di un nuovo giorno che si lascia alle spalle il sacrificio appena compiuto, senza la certezza però, che l'inestinguibile sete della Montagna sia appagata.
Bergtatt è un album che si impone come un'opera d'arte totale, dall'artwork del libretto, ai testi stilati rigorosamente in lingua-madre e in rima, come fosse una tragica ballata da accompagnare alle pitture del nazionalromanticismo norvegese (Johan Dahl, Adolph Tidemand…). L'approccio musicale e lirico è quanto di più anomalo e poetico si possa trovare nel black metal e, oggettivamente, nel mondo della musica estrema. L'assetto innovativo e persistente nel tempo, fanno di questo disco le qualità più importanti: le stesse qualità che in tempi recenti lo hanno fatto apparire perfino sulle pagine di webzine non addette al metal, e le stesse qualità che lo hanno portato ad essere amato da tutti gli ascoltatori di musica che riescono a mettere appena il naso nel mondo underground.
https://www.metallized.it/recensione.php?id=4434
Crest Of Darkness - Quench My Thirst
1996