Gelato #47: Esther stories, Peter Orner (Minimum Fax, 2004)
Sue era uscita dal vialetto di ghiaia sgommando e pensando che sensazione fica era non essere più vergine e allontanarsi a tutta velocità nella macchina del suo ragazzo. C’entrava molto questa idea di prendere la macchina e andarsene, ma c’era anche dell’altro. Lo amava e glielo aveva pure detto. Invece, lui a lei non glielo aveva mica detto, ma non era per questo che gli aveva fregato le chiavi e se l’era filata all’alba con la sua macchina. Non è che doveva dirglielo per forza. Tanto lei lo sapeva. Non era per quello. E non se n’era andata via neanche perché tanto prima o poi lui avrebbe fatto lo stesso con lei. No. Mentre percorreva la statale 53 al volante della sua macchina, allontanandosi da quella sua bocca spalancata e insonnolita, si rese conto che se ne stava andando perché lui pensava: Un giorno prenderò la macchina e me andrò via. Perché aveva delle aspirazioni che non comprendevano lei. Neanche fosse una cosa che gli spettava di diritto. [...] L’abbandono vero - se mai avesse trovato il coraggio di metterlo in atto, il che rimaneva ancora da vedere lei l’avrebbe saputo gestire benissimo [...] e magari, quando fosse successo, a lei neanche gliene sarebbe fregato più di tanto. Ma poi la sua fuga in macchina era diventata qualcos’altro e aveva proseguito verso ovest, allontanandosi da Iron River, adorando la macchina e l’asfalto nuovo della doppia carreggiata che portava a Poplar. Sulla strada non c’era nessuno, a quell’ora, tranne qualche camion. Su entrambi i lati svettavano i pini della Brule River State Forest. Alberi che stavano a significare che era a casa.










