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Deve accadere qualcosa non posso attendere più a lungo. Telefona, ti prego.
Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi, 2.12.1960, da “Troviamo le parole. Lettere 1948-1973”, Nottetempo, 2010.
pensieri notturni
Mi chiedo come sarebbe poter volare.
Spiccare il volo. Fluttuare. Attraversare l'aria. Andare sempre più su in cielo, attraversare le nuvole e scoprire quel mondo nascosto che sta sempre sopra le nostre teste. Poter sentire l'aria dividersi al tuo passaggio mentre raggiungi il cielo. Sentire i raggi di sole sfiorarti la pelle con il loro calore mentre ti tuffi nel mare di nuvole che hai appena attraversato.
O nelle notti nuvolose, volare per vedere la luna talmente vicina da toccarla, circondata dal mare bianco.
Provare quel senso di libertà assoluta che mai conoscerò sulla mia pelle.
Lasciarsi andare, cadere per poi risalire. Volando. Come farebbe un'aquila in picchiata.
Mi chiedo come sarebbe poter volare.
.
.
.
Un tuffo nell'oceano. Prima l'aria ti urla nelle orecchie. Poi l'impatto. E poi il silenzio. Il senso di vuoto attorno. Niente sotto di te. Senti gli schizzi che hai procurato, che tornano nell'acqua macchiano la superficie luminosa attraversata dalla luce del sole.
Lì, ferma, tra l'oscurità e la luce, tra la vita e la morte, c'è solo una cosa che puoi fare: vivere il mondo in cui ti trovi, nel silenzio di un limbo effimero, solo con la forza del tuo respiro. Volando. Volando nell'acqua profonda dell'oceano che ti avvolge.
Mi chiedo come sarebbe poter volare. Lasciarsi andare e non cadere mai. Sentire la libertà avvolgerti...
Mi chiedo come sarebbe poter volare. Ma forse so già come ci si sentirebbe. Anzi, forse conosco una versione migliore delle ali di un'aquila.
So di una balena, che aveva imparato a nuotare.
Scendono.
Scendono rapide, salate.
Bruciano.
Ti rigano il viso. Di notte. Quando sei solo.
E piangi, piangi. Piangi fino a star male.
Cazzo ne sapete di me?
La gente giudica, parla, ritiene. Pensa, consiglia, le dispiace...
Cazzo ne sapete di me?
E intanto scendono.
Scendono rapide, salate.
Bruciano.
Ti rigano il viso. Di notte. Quando sei solo.
E piangi, piangi. Piangi fino a star male.
Cresciuto, forse troppo in fretta.
Tra le mura della tua cameretta. Probabilmente buia, illuminata dalla luna alta nel cielo.
La musica che scorre nelle cuffie. Ti rimbomba nella testa. Le parole forse non le senti nemmeno più, ma almeno non senti il peso dei tuoi pensieri.
E intanto scendono.
Scendono rapide, salate.
Bruciano.
Ti rigano il viso. Di notte. Quando sei solo.
E piangi, piangi fino a star male.
"Sto bene, grazie" menti.
Menti di continuo. Su tutto.
Fingi sorrisi.
Fingi felicità.
Fingi benessere, divertimento...
Menti a tua mamma e pure a tuo papà.
Menti a te stesso.
"Va tutto bene, davvero..."
E intanto scendono.
Scendono rapide. Salate.
Bruciano.
Ti rigano il viso. Di notte. Quando sei solo.
E piangi, piangi. Piangi fino a star male.
Tanto, lo dicono tutti: "domani è un altro giorno", vero?
Eh ma... domani è fatto per chi cambierà.
Però tu non cambi. Non cambi mai
E piangi, piangi fino a star male. Fino a non vivere più.
Pagherei oro, per non essere me
@scartodellavita
Il nuovo libro di Judith Schalansky raccoglie 12 storie di ville, isole, poesie, film e biblioteche smarrite, cercate e distrutte.
Inventario di alcune cose perdute, appena pubblicato da Nottetempo, raccoglie dodici storie di cose smarrite o che non esistono più: l’ultimo esemplare della tigre del Caspio, impagliato e distrutto in un incendio; le lacune nelle poesie di Saffo; un atollo sprofondato durante un maremoto e cancellato dalle mappe solo 30 anni dopo; il primo film di Friedrich Wilhelm Murnau, disperso e mai andato in sala; i libri di Mani, fondatore del manicheismo, e poi ancora dipinti, biblioteche e lo scheletro di un presunto unicorno. Sono racconti di ricerche e ritrovamenti, perdite e conquiste, nella convinzione che «la distinzione tra presenza e assenza può essere marginale finché esiste la memoria».