Udienza di appello per l’attivista che ha combattuto con le unità di protezione delle donne YPJ nel Nord-Est della Siria e che in questo momento subisce la repressione del Tribunale di Torino. Intanto, i suoi canali social sono stati oscurati Oscurati i profili Facebook e Instagram di Maria Edgarda Marcucci, nota come Eddi: deve aver fatto troppo rumore la valanga di solidarietà ricevuta l’altro ieri (giovedì 12 novembre). Nel giorno dell’udienza di appello contro la sorveglianza speciale, misura applicata dal Tribunale di Torino lo scorso 17 marzo, sono arrivati sui canali social dell’attivista che ha combattuto con le Ypj in Rojava messaggi, disegni, foto e video di supporto. «Non è una novità che queste piattaforme si dimostrino ostili. Di certo non sono a servizio delle nostre cause, anche quando magari ci permettono di diffonderle», dichiara Marcucci a Dinamo Press. In ogni caso, «quello dei social media è un terreno che non va abbandonato, ma su cui è necessario dare battaglia. Per questo chiederemo che i profili siano ripristinati». È combattiva come sempre, Eddi. La voce ferma e le idee chiare. D’altronde, i motivi addotti dall’accusa, rappresentata dal procuratore generale Avenati Bassi, non le erano sconosciuti. Aver combattuto il terrorismo islamista insieme all’Unità di protezione delle donne (Ypj) nel Nord-Est della Siria non costituisce di per sé un problema, ma lo diventa se associato alla “mentalità da soldato” che lei avrebbe dimostrato qui in Italia nelle lotte del movimento No Tav, di Non una di meno e del Centro sociale Askatasuna . Questo, in breve, l’argomento dell’accusa. Sullo sfondo, dunque, l’attivismo politico torinese, rispetto a cui forze di polizia e procura avrebbero adottato una linea precisa: «Perseguire in modo capillare e personale chi è più esposto. È sempre stato così – racconta Davide Grasso, ex combattente Ypg (Unità di protezione popolare curdo-siriane) – ma dal 2011 c’è stato un salto di qualità: all’interno delle manifestazioni si tentano di individuare e perseguire sempre le stesse persone. Non importa se non si hanno pietre in mano, si viene comunque fotografati e poi denunciati». Il risultato? Processi e misure cautelari per decine di persone. Tuttavia, «la repressione non ha sortito gli effetti sperati, perché le realtà politiche non si sono smobilitate – continua Grasso – quindi si è passati a misure preventive, come la sorveglianza speciale». Torino, però, «non va presa come un caso eccezionale, ma come un caso limite» di ciò che accade sull’intero territorio nazionale – avverte Marcucci. «Quella dello Stato è una giustizia delegata a un enclave di potere e privilegio, impegnata in una crociata repressiva verso ogni forma di dissenso politico». Lo confermerebbe quanto accaduto a seguito delle proteste delle scorse settimane contro le inasprite norme anti-Covid. Occasione in cui le istituzioni in causa «hanno dimostrato una scarsa capacità di dialogare con la realtà sociale del Paese, delegittimandone la rabbia e derubricandoli a tentativi eversivi». Lo confermerebbero anche le modifiche ai decreti sicurezza proposte un mese fa dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese: in termini di repressione del dissenso, sempre secondo Marcucci, il testo «mantiene una continuità di scopo inequivocabile».













