Mi sento triste. Chiudo gli occhi, dormirci su aiuterà.
Compaiono visioni contorte, sorrisi beffardi. Suoni privi di senso. So cosa sta succedendo. Di nuovo, no. Ci risiamo, mia vecchia amica.
Inspiro ed espiro cercando di regolare la respirazione e riprendere le funzioni motorie. Poi di colpo sono sveglia. Ho gli occhi gonfi.
Sono sola. A fianco non ho nessuno che possa scuotermi per svegliarmi forzatamente se dovesse riaccadere.
Mi giro dall'altro lato, provo nuovamente a chiudere gli occhi.
Stavolta è ancora peggio. Sento del vento. Sono bloccata nel mio letto. Un ragazzo agita un quaderno ridendo. Fa freddo. Lo imploro di smetterla. Lui ride e mi passa le mani ghiacciate tra i capelli e poi sul volto. Ride e dice che non la smetterà.
Ha una voce squillante. Ho tanta paura, senta la testa girare, la pressione scende come se venissi svuotata delle mie forze vitali. Mi sento svenire.
Non riesco a prendere il controllo di me stessa della mia respirazione. Allora mi dico che avrei scritto questa cosa da qualche parte come mi consigliò la psicologa nel 2014.
Ma poi mi parla, sento ancora il suo timbro cristallino rispondere a domande che non ho mai posto. In particolare, nella mia testa fa eco: "chi sono io? Lo sai meglio di me".
Controluce ho intravisto la sua sagoma prima di riacquisire le mie facoltà motorie e prima che l'illusione sparisse. Era un tipo molto magro e slanciato, dalla voce irritante. Non so perché, ma lo immagino con i capelli neri.
Ho preso il telefono e guardato l'orario. Poi ho scritto questo post, consapevole di non essere in grado di mettere insieme dei tempi verbali coerenti tra loro lungo il corso della narrazione.