DFW e quell'ossessione per la verità (Lettera43)
Intervista allo scrittore Christian Raimo di Bruno Giurato, apparsa il 25 Giugno 2013. I libri di Raimo sono usciti su Minimum Fax e Einaudi.
«La cercava continuamente, anche per questo si ammalò». Il critico Raimo parla del controverso scrittore.
David Foster Wallace (DFW) è il modello di scrittore che gli americani chiamerebbero «iconico».
Già nel senso letterale della parola: il suo ritratto, bandana, capelli lunghi e occhialini è un'immagine perfetta, riproducibile su t-shirt e tazze da cappuccino, come il look intellettual-gesucristico di John Lennon, la zazzera di Che Guevara, il barbone di Karl Marx o i baffi dell'altro Marx, Groucho.
ELLIS: «È UN IMPOSTORE». Eppure, se il successo pop dell'autore di Infinite Jest a cinque anni dal suicidio è in costante aumento con punte di totemizzazione, sono stati diversi a metterne in dubbio il vero peso, letterario e autoriale. L'ultimo detrattore eccellente è stato il collega Bret Easton Ellis, che in un paio di tweet l'anno scorso scatenò il putiferio, definendo DFW «il migliore esempio di scrittore contemporaneo che sbava per raggiungere il tipo di spaventosa grandezza culturale che non è mai riuscito a conseguire. Un impostore». Vecchie ruggini tra due rivali (che poi si leggevano vicendevolmente, e si tenevano in considerazione), certo.
RAIMO: «CERCAVA LA VERITÀ». Ma sono in tanti ad archiviare lo scrittore del Midwest come un autore generazionale, un pretenzioso joculator postmoderno con troppe note a piè di pagina. Già nel 1986 il New York Times scrisse di lui: «Spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza». Ora che è uscita la biografia di Wallace scritta da D.T. Max (Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi, Einaudi), viene voglia di tastare il polso alla situazione con uno specialista. «DFW? Postmoderno no, ha sentito e vissuto il limiti di un postmoderno che spostava il problema della verità dall'autore al fruitore», ha detto a Lettera43.it Christian Raimo, critico letterario e traduttore di DFW. «C'è stato un momento in cui il pensatore più significativo era Richard Rorty, per cui la verità era una costruzione. Al contrario, Wallace si è sempre posto il problema della verità di quello che scriveva».
DOMANDA. Foster Wallace anti-postmoderno quindi?
RISPOSTA. Rispetto a questo problema andava ben più indietro: era un pensatore del Novecento. In lui si sente il pensiero cattolico, Fridrich Nietzsche, la psicanalisi, Michel Focault, la scuola di Francoforte: il pensiero della crisi.
D. Tutt'altro che in armonia coi tempi, e con la sua generazione, quindi...
R. Foster Wallace è cresciuto in un'epoca fortemente classificante come gli Anni 80 reaganiani. Credo che la sua vita sia stata segnata da una reazione a quell'ambiente. Anche la sua malattia psicologica, che l'ha portato al suicidio, è stata una malattia sociale.
R. La depressione è una malattia sociale. In questo senso lui era ossessionato dal problema del falso sé, dalla difficoltà di essere se stessi, e questo è il problema della depressione. Questa aspettativa è il grande inganno diabolico degli Anni 80 reaganiani.
D. Il postmoderno è soprattutto distanza. Invece DFW, quando parlava di McCain, politico a lui lontano, tendeva a farne capire le ragioni.
R. Secondo me aveva capito che in un mondo che lodava il postmoderno serviva avere un'altra arma, quella di colui che indaga oltre la superficie. Serviva la 'verticalità'. La 'geologia'. Questo aveva iniziato a capirlo da subito.
D. Per esempio, in quali opere?
R. Già nel suo primo romanzo, La scopa del sistema. Ma anche ne Il Rap spiegato ai bianchi, scritto con Mark Costello. Che in fondo è il saggio di due ragazzoni nerd che cercano la battuta. Ma c'è di più.
R. Era ossessionato dalla comunicazione della verità. Questo atteggiamento si vede sia nei suoi saggi che nei suoi racconti e romanzi. Nei primi sentiva la necessità di dare una serie di dati, informazioni, dettagli corretti: voleva trasmettere un livello altissimo di comprensione. Cercava di dare tutti gli strumenti al lettore, non solo le informazioni, ma anche i codici interpretativi.
D. Un bisogno compulsivo di trasmettere conoscenza.
R. A mio parere il suo grande problema, il suo grande trauma, era che le persone possono comunicare solo una minima parte di quello che hanno nel cervello.
D. Tradurlo deve essere stato complicato.
R. I problemi sono stati di mille tipi diversi. Bisogna saper manovrare lessici diversissimi per rendere la sua scrittura.
R. DFW spazia dal linguaggio medico a quello militare. Abbiamo cominciato a comprare tutta una serie di vocabolari tecnici, scientifici, sportivi. Abbiamo contattato dei consulenti, tra cui uno che aveva un corso di Wallace all'università.
D. E per le parti sul tennis, di cui si occupa spesso?
R. Abbiamo contattato Rino Tommasi, che ci aiutò in maniera molto precisa, ma lui stesso a volte si trovava in imbarazzo per la specificità del linguaggio di DFW.
D. Wallace spesso ha toccato temi religiosi. Qual era il suo rapporto con la religione, secondo lei?
R. C'è un saggio molto brutto uscito in un libro Einaudi che analizza la posizione di DFW e lo considera un nichilista.
R. Avendo letto tutto quello che ha scritto devo dire che la religione tocca continuamente la sua opera. Dal Re Pallido a Infinite Jest ci sono sue pagine d grandissima tensione mistica. È una persona che ha cercato una risposta spirituale anche al problema della depressione, in scrittori come Cormac McCarthy, per esempio nel romanzo Suttree, o in Flannery O'Connor.
D. I contrasti con Ellis?
R. Mi rendo conto che c'è anche un conflitto di personalità. Ellis è ovviamente uno scrittore grandioso, ma di fronte a DFW, forse, ha capito di aver sprecato il suo talento. DFW è una specie di coscienza critica perenne, è come se dicesse: «Non stare appresso alle minchiate della promozione e dei libri facili». È una presenza ingombrante, rompe pure un po' le scatole. Wallace per certi versi è stato un martire della letteratura, la sua è una vita sospesa tra i demoni e il tentativo di domarli.