Buongiorno.
Da quando è stata annunciata ormai tre anni fa l’intenzione di revocare la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini sono state dette e scritte molte cose. Mi piacerebbe, con il mio intervento, contribuire a chiarire alcuni aspetti su cui, mi pare, ci sono stati dei fraintendimenti.
È stato detto che, approvando la delibera oggi in esame, si cancella la storia. Mi perdonerete se, affrontando questo punto, sarò un po’ didascalico. Una definizione semplice ma efficace della storia potrebbe essere questa: la storia è l’insieme di tutte le azioni compiute dagli esseri umani. Gli storici studiano la storia per mezzo delle fonti che possono essere scritte, materiali, orali, iconografiche.
Ora, la delibera che attribuisce la cittadinanza onoraria a Mussolini è stata per molto tempo dimenticata. Se avessimo voluto cancellare la storia – che, non disponendo di mezzi per modificare il passato, credo significhi cancellare le fonti – ci saremmo introdotti nottetempo nell’archivio storico del Comune per bruciare il documento originale della delibera, oppure più semplicemente l’avremmo ignorata, sperando che fosse nuovamente dimenticata.
Invece l’Amministrazione ha recuperato e trascritto il testo della delibera del 1924, lo ha allegato alla delibera di cui stiamo discutendo, e lo ha reso accessibile per chiunque voglia conoscerlo e studiarlo. Ha reso la cittadinanza onoraria concessa a Benito Mussolini un argomento noto e discusso. Questo, credo, è il contrario di cancellare la storia, è evidenziare la storia. E la delibera di oggi non cancella nulla; semplicemente, come ogni delibera, aggiunge un pezzo, per quanto piccolo, di storia.
Infine, penso che nessuno voglia ritenere che revocare un atto giuridico del passato equivalga a cancellare la storia. Nessuno, giustamente, ha accusato in questo senso il ministro della giustizia Carlo Nordio quando, appena insediato, ha dichiarato di voler revisionare il Codice penale (codice Rocco) firmato da Mussolini. Per cui non mi soffermerei oltre su questo punto.
È stato anche detto che in questo momento abbiamo ben altri problemi più urgenti da affrontare. Non ho molto da commentare: è vero. Infatti, dall’inizio dell’anno, sono state approvate 143 delibere di giunta 41 di consiglio comunale. Mentre discutiamo stamattina, i medici di famiglia, in una giornata organizzata in collaborazione con il Comune, la Protezione Civile e i volontari, stanno procedendo alla vaccinazione antinfluenzale degli ultrasessantenni. Sindaco, assessori e consiglieri non hanno dedicato esclusivamente il loro tempo e la loro energia per approntare questa delibera. Del resto, a riprova del fiato corto di questo argomento, quando questo consiglio conferì all’unanimità a don Paolo Raffelli la benemerenza civica, nessuno, dentro e fuori di qui, eccepì dicendo che ci fossero ben altre questioni più urgenti da affrontare. Anche se allora, come oggi, come sempre, era così.
Anche a livello nazionale con il caro bollette, la guerra in Ucraina, una recessione imminente, la drammatica crisi climatica, ci sono questioni ben più urgenti di un giudizio sul fascismo. Eppure, nonostante tutto questo, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, nel discorso alla Camera per la fiducia di pochi giorni fa ha dedicato del tempo per dire che (cito testualmente): “non ho mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici. Per nessun regime, fascismo compreso. Esattamente come ho sempre reputato le leggi razziali del 1938 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre.”
Ci sono questioni che sono urgenti e importanti, e ci sono questioni importanti anche se apparentemente non sono urgenti. Ma è fondamentale ragionare, alla Camera come in un Consiglio Comunale, su quello che è stato e su quello che siamo stati, sulle cose in cui abbiamo creduto, su che tipo di società vogliamo essere.
È fondamentale, almeno, dire ciò che non siamo e ciò che non vogliamo, per citare un verso di Eugenio Montale presente in “Ossi di seppia”, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1925 da un giovane editore, Piero Gobetti, che fu pestato più volte dalle squadracce fasciste, anche su invito di Mussolini che il 1° giugno 1924 scrisse al prefetto di Torino: «Mi si riferisce che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e che oggi sia in Sicilia. Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore di governo e fascismo». Siamo nello stesso torno di tempo in cui si procedeva all’operazione delle cittadinanze onorarie. Anche Mussolini riusciva a occuparsi di diverse cose, più o meno importanti, più o meno urgenti, contemporaneamente. Piero Gobetti morì due anni dopo esule in Francia, non aveva ancora 25 anni.
Altro punto controverso: Mussolini è morto, che senso ha revocare la cittadinanza onoraria a un defunto? Come ci ha spiegato Franzinelli, e come conferma il testo della delibera del 1924, la cittadinanza onoraria non fu certo concessa alla persona di Benito Mussolini per i suoi meriti nei confronti della nostra comunità, non mi risulta che sia mai stato a Provaglio, ma gli fu conferita in quanto, cito dal testo della delibera, “restauratore della nuova Italia sulle orme incancellabili di Roma immortale, [a cui] è doveroso giunga un tributo di riconoscenza da ogni comune d’Italia”. Ora noi sappiamo che, sulle orme incancellabili di Roma immortale, entrammo in guerra nel 1940 per aggredire altre nazioni, per andare a prenderci la nostra parte di bottino, come scrisse il Ministro degli Esteri di allora, Galeazzo Ciano. E la parte di bottino che ha guadagnato Provaglio è testimoniata oggi dai Monumenti ai Caduti e dalle targhe del Percorso della Memoria: sono le vite spezzate di chi fu ucciso, fatto prigioniero, deportato, vittima di rappresaglie. Il tributo di riconoscenza verso ciò che Mussolini ha rappresentato era mal riposto.
Con questo non intendo esprimere alcun giudizio morale rispetto a coloro che novantotto anni fa approvarono all’unanimità la cittadinanza onoraria a Mussolini. Certo, anche allora, anche a Provaglio, ci fu chi dissentiva e veniva “battuto dai fascisti”, come annota Don Paolo Raffelli (che era oggetto di “maligne osservazioni” perché alla vittima del pestaggio non negava le “visite di ministero”). Ma ho avuto la fortuna di non vivere quel tempo: non posso dire se sarei stato dalla parte di chi finiva bastonato per non aver taciuto o di chi, tacendo, si sarebbe conformato al nuovo corso.
Posso, però, dire che cosa vale per me oggi. In molto casi, quando si condanna il fascismo, si citano le leggi razziali e l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, trascurando tanti, troppi crimini. L’ho fatto anch’io in quest’intervento. Ma i patrioti che combattevano contro il nazifascismo una cosa avevano cara: la libertà. La libertà di parola, la libertà di associarsi, la libertà di poter disporre del proprio tempo libero. La libertà di dire in consiglio comunale, senza alcun timore, io non sono d’accordo – senza essere considerati degli individui insulsi a cui rendere difficile la vita a suon di botte. E, ancora prima, la libertà di potere far parte di un consiglio comunale.
Sono cose che diamo per scontate, essendoci nati e vissuti dentro, ma chi ce le ha regalate le pagò a caro prezzo. “La libertà costa cara molto” è il titolo di un bel documentario sulla resistenza bresciana. Diamo per scontata la libertà e arriviamo a pensare che non sia fondamentale, che – soprattutto quella degli altri – sia negoziabile se ci costa dei sacrifici. E questo pensiero si coniuga con un altro degli ingredienti del fascismo, uno spettro che si aggira per i nostri tempi e affascina: l’idea che un uomo forte possa risolvere tutti i nostri problemi.
Mi fermo qui, non voglio fare un sermone.
Spero che l’intera discussione, dentro e fuori di qui, sulla delibera che revoca la cittadinanza a Benito Mussolini possa portare i nostri concittadini, soprattutto le ragazze e i ragazzi, a studiare questi temi, a leggere i libri di Franzinelli e di Piero Gobetti, ad approfondire gli spunti contenuti negli interventi di Lucio Pedroni, di Francesca Parmigiani, del Sindaco e dei Consiglieri, per farsi, liberamente con la propria testa, un’idea sulla questione e, di riflesso, sul mondo in cui viviamo e sul nostro posto nel mondo. Allora, questa mattinata, al di là dell’esito della votazione, sarà stata utile.
E sì, mi auguro che la revoca alla cittadinanza onoraria a Mussolini sia votata all’unanimità. Se così non fosse, pazienza. Oggi, a differenza di allora, si può.