not-so-comfort food
Ragù con le luganeghe trentine: fatto.
Ogni casalinga/o dovrebbe sostare in attonito stupore di fronte al mistero lessicale incarnato (o meglio insaccato) dalla luganega. Cosa c’entra la Lucania? Perché si chiama così? Perché mi è venuta voglia di polenta e luganeghe proprio oggi? Campagna elettorale subliminale? Chi c’è dietro a tutto questo? Gli spiriti guida della gastronomia antica non mi soccorrono, e io temo per la mia incolumità.
Polenta: la farò tra poco.
Non mi piace cucinare, ma se non lo faccio io, chi lo fa? E se non ora, quando? Intraprendo la via crucis dei fornelli con contrizione quaresimale sapendo che la penitenza finale del lavaggio delle stoviglie sarà il giudizio ultimo sul mio operato. Mestamente salo l’acqua e intono un mea culpa inginocchiato davanti all’altare del cardiologo che punisce ogni mio eccesso pressorio... sì, vabbè, tutte ‘ste menate solo perché sono pigro e renitente ai lavori di casa.
La farina gialla è ‘bramata’ , che non vuol dire agognata, concupita, ma semplicemente che è di grana grossa. Però fa ridere. Si può bramare una polenta a grana fine? Si può detestare una farina bramata? Misteri.
Fuori c’è il sole. Non mi tenta, preferisco schermarmi nell’ombra domestica. Vorrei rimanere immobile con la testa completamente svuotata. Non posso. Fra poco dovrò mettermi a rimestare la polenta. Sarà uno sforzo muscolare atroce, un ripetersi di movimenti in loop ipnotico. Eccomi, novello Sisifo, intento a tracciare spirali eterne nella lava ribollente del Mount Doom.
Caffè delle ore 16.00 : fatto. Ora posso affrontare il presente e guardare il futuro.













