Il divorzio tra governanti e governati, tra élite e masse, che si manifestò sin dai primi anni di vita dello Stato unitario, avrebbe potuto forse essere attenuato e mediato, se fosse esistito un movimento di opposizione capace di convogliare il malcontento esistente, di incarnarlo e di suggerirgli alternative realistiche. Ma Garibaldi si era ritirato nell'isolotto di Caprera e Mazzini era ancora un esule. Entrambi poi erano ormai avanzati negli anni e provati e delusi nello spirito: non vi è prova più difficile a superare per un rivoluzionario di quella di veder attuata la parte essenziale del suo programma dai suoi avversari. Essi [...] potevano ancora tener viva l'agitazione per la riunione alla patria di Roma e di Venezia, potevano cercare di stabilire un contatto meno vaporoso di quello che erano riusciti a stabilire in passato con le masse popolari aderendo alla Prima Internazionale o inneggiando al nuovo astro sorgente del socialismo, ma la loro, come quella dei loro non molti seguaci, era più che altro una tenacia di sopravvissuti. E se le dottrine mazziniane potevano suscitare ancora un certo consenso tra la piccola borghesia e l'artigianato cittadino, ben scarso, per non dire inesistente, era il loro mordente nei confronti delle plebi delle città e delle moltitudini delle campagne. Queste ultime, abbandonate a sé stesse, si trovarono così quasi di necessità indotte a esprimere la loro protesta e il loro rancore nelle forme più elementari e immediate.
Nell'Italia meridionale, la parte più derelitta del paese, ciò avvenne nella forma tradizionale e disperata del brigantaggio. L'appoggio dato da agenti borbonici e pontifici alle bande costituitesi nell'Italia meridionale sin dal periodo garibaldino, il grosso delle quali era costituito da contadini e da renitenti alla leva, non basta a spiegare l'asprezza della guerriglia che esse condussero per quattro anni contro un contingente di truppe regolari che arrivò a contare 100.000 uomini e al quale inflissero perdite assai maggiori di quelle di tutte le guerre del Risorgimento. Facendosi bandito, il contadino meridionale non intendeva — e lo riconobbe l'inchiesta promossa dal Parlamento italiano e redatta dal deputato Massari con notevole perspicacia di giudizio — esprimere il suo attaccamento al vecchio ordine di cose, quanto piuttosto la sua avversione al nuovo, dare sfogo alla propria delusione e disperazione. La sua fu una guerra rusticana e terribile, senza risparmio di crudeltà e efferatezze. Ma la repressione che alla fine riuscì ad averne ragione non lo fu meno.
Sempre nel Mezzogiorno manifestazioni di collera popolare si ebbero anche nelle città, come la rivolta di Palermo del 1866, che dovette essere repressa con l'invio di un corpo di spedizione. Al Nord invece violente e diffuse sollevazioni contadine si ebbero nel 1869, in seguito all'entrata in vigore dell'impopolarissima tassa sul macinato. Anche in questo caso si rese necessario l'intervento della truppa e gli arresti si contarono a migliaia. La protesta delle masse diveniva una costante del panorama sociale e politico della nuova Italia.
Giuliano Procacci, Storia degli Italiani, Laterza, 1975 [1ª edizione 1968]; pp. 391-92.