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MATILDA LUTZ in BRIGANTI
Michelina Di Cesare
Quel milligrammo di libertà in più che ho rispetto alle altre donne è troppo prezioso per mandarlo sprecato.
Michelina Di Cesare è stata la più celebre briganta della storia dell’Italia post-unitaria. Viene ricordata per il suo coraggio, il desiderio di libertà e la tragica fine.
Uccisa a 27 anni in un conflitto a fuoco, il suo cadavere vilipeso, denudato, tumefatto, con segni riconducibili a pestaggi e torture, venne esposto nella piazza del suo paese, come monito per la popolazione.
Nata a Caspoli, frazione di Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta il 28 ottobre 1841, in una famiglia di braccianti, povera e ribelle, sin da bambina compiva piccoli furti per mangiare e conosceva boschi e campagne a menadito. Ventenne, aveva sposato un uomo che l’aveva resa vedova dopo un solo anno.
Nel 1862 conobbe Francesco Guerra, soldato borbonico che si era rifiutato di giurare fedeltà al neonato esercito italiano. Diventato un disertore, si era unito a una banda di briganti di cui era presto diventato il capo.
I due si innamorarono e sposarono e lei divenne comandante al fianco del marito. Maneggiava con abilità fucili e pistole e lo aiutava a organizzare azioni di guerriglia, forte della sua conoscenza dei luoghi della Terra di Lavoro, come era allora indicato il territorio che comprendeva ampie zone del Lazio Meridionale, della Campania e del Molise.
La banda diede filo da torcere ai piemontesi, anche quando il fenomeno del brigantaggio era stato ormai ridimensionato.
Per sei anni, fino al 1868, hanno compiuto assalti, grassazioni, ruberie e sequestri.
Tra gli episodi più noti ci fu l’assalto al paese di Galluccio, quando i membri della banda, travestiti da carabinieri, erano entrati in paese senza problemi, assaltando e razziando le case delle persone ricche, per finanziare la loro lotta.
Contro gli “irriducibili” che lo Stato centrale non riusciva a catturare, compresi gli ultimi pochi elementi della banda di Guerra, sopravvissuti alle battaglie campali avvenute tra marzo ed aprile, venne inviato il terribile generale ligure Emilio Pallavicini di Priola che usò metodi spesso al di sopra delle leggi per reprimere il fenomeno del brigantaggio. Il militare fece letteralmente tabula rasa con arresti e fucilazioni che portarono all’annientamento totale degli insorti nella Terra di Lavoro.
Il 30 agosto del 1868, su delazione del fratello della briganta, Domenico, la Guardia nazionale irruppe nel loro rifugio sterminandoli tutti.
Mentre tentava di scappare, venne sparata alle spalle, catturata e torturata, venne finita dai soldati che, non contenti di averla uccisa, esposero il suo corpo nudo nella piazza centrale di Mignano, insieme a quello del marito, come monito per tutta la popolazione.
L’episodio venne confermato da alcune fotografie che fecero il giro della stampa italiana che mostravano il volto tumefatto di questa giovane guerrigliera che aveva scelto di farsi briganta per sfuggire alla fame e in questo modo aveva conosciuto l’ebrezza della libertà.
La cronaca di quello che accadde è riportata negli atti del Comando Generale delle Truppe per la Repressione del Brigantaggio nelle Provincie di Terra di Lavoro, Aquila, Molise e Benevento intitolato “Distruzione della Banda Guerra“, del 6 settembre 1868.
Le imprese della banda Guerra si inseriscono nella fase storica definita del ‘Grande brigantaggio‘, quando tutto il mondo contadino era in rivolta e la lotta aveva valore di riscatto sociale e non dichiaratamente legittimista e filo-borbonico, come quella all’indomani dell’unificazione.
Michelina Di Cesare, in quanto donna, aveva subito una dura campagna denigratoria sottoposta al giudizio inappellabile delle cronache del tempo che erano spietate nel giudicare coloro che trasgredivano alle leggi e a quelle, non scritte, dei comportamenti di genere. Un brigante era un nemico dello stato, una brigantessa era anche una nemica della morale, una persona immonda, il cui corpo che non ha meritato rispetto neppure dopo la morte.
Erano circolate anche immagini guerresche, con lei che indossa il costume tradizionale, lo sguardo minaccioso e il fucile a fianco. Si tratta, in realtà, di falsi postumi realizzati con modelle negli studi Alinari di Firenze.
La sua storia ha ispirato libri, film e spettacoli. Definita un’Antigone contadina da Monica Mazzitelli che ne ha scritto una biografia, è stata una guerriera ha rifiutato l’ordine costituito per obbedire unicamente alle leggi del bisogno e dei sentimenti.
La più celebre brigante della storia dell'Italia post-unitaria ricordata per le sue gesta, il coraggio e la sua tragica fine.
MAFIA THE OLD COUNTRY PIZZU PIZZINI E BRIGANTI
Mi sono deciso a vedere la serie Netflix "Briganti", ma già dalla sigla ricevo il primo shock e mi assale la nostalgia per la sceneggiato RAI di Anton Giulio Majano "L'eredità della priora". Un capolavoro del 1979 che si è intrecciato in molti modi con la mia vita. Ma non è di questo che voglio parlarvi.
Quello che voglio sottolineare è che tutte e due le serie si sono avvalse per la sigla della canzone "Brigante se more" dei Musicanova, ma, inspiegabilmente, in questa nuova versione ascoltiamo l'ultima strofa del brano, cantata dall'onnipresente Raiz, con una parola assurdamente modificata.
Omme se nasce brigante se more
Ma fino all'urdemo avimma sparà
E se murimmo menate nu ciore
È 'na *preghiera* pe' 'sta libertà
(È' na *preghiera* pe' 'sta libertà)
Ebbene, laddove nell'originale si diceva "jastemma" (bestemmia), qui si dice "preghiera".
Ma perché? E perché Eugenio Bennato ha concesso questa melensa modifica?
Mi chiedo se Carlo d'Angiò, coautore del brano, morto otto anni fa, sarebbe stato d'accordo.
Aggiungo che tutta la colonna sonora dell'Eredità della priora era di Eugenio Bennato e Carlo d'Angiò e fu raccolta in un album bellissimo dei Musicanova che ha fatto la storia della musica neo-popolare meridionale. Io conservo ancora il vinile come un cimelio stropicciato e graffiato dal tempo e sono andato a rileggermi il testo per vedere se per caso non fossi io a ricordare male.
Ricordavo bene e continuo a provare fastidio per questa parola edulcorata, ribaltata, stravolta.
Di certo questo condizionerà la mia visione dei Briganti di casa Netflix.
“ «Dio ci dia forza» disse padre Paolino. Era sconfortato. «Ci cacciano» spiegò amareggiato. «I francesi. Vogliono i beni della chiesa e chiudono conventi e vescovadi.» «Vi preparo una minestra di erbe con qualche cicerchia.» Gli baciò le mani devota, triste per le sciagure della chiesa. Le parve quasi villania chiedergli della sorte di Raffaele Arcangelo. Fu padre Paolino a parlargliene. I carmelitani erano stati più fortunati, perché un nobile di Acerenza li aveva ospitati nelle sue terre e forse domani, appena passata la tempesta, li avrebbe aiutati a trasferirsi in vescovado. Il paese era povero e fuori mano, appeso a una montagna di rocce, e i francesi lì non ci avrebbero messo piede, perché battevano solo paesi ricchi, ramazzando denari per costruire un’armata immensa. «Napoleone, grande imperatore, vuol dimostrare che Dio ha creato un mondo imperfetto e solo con la forza delle armi lo si perfeziona. Ma le reclute non ne vogliono sapere di combattere in Siberia e fuggono sui monti, come gli ebrei dinanzi al faraone.» Ecco dunque cos’erano i fuochi che brillavano di notte nella pianura e sul Vulture, fuochi di ribellione, segnali di disertori. «Don Paolino, volete dire che i briganti fanno la guerra contro il diavolo e in nome di Cristo?» «Io dico che il mondo s’è guastato, perché una volta contavano l’amicizia e il rispetto e oggi contano il denaro e la forza. E tutti vogliono tutto. Allora si genera la guerra, e il castigo che abbiamo è di due maniere, il flagello dei briganti e la sciagura degli invasori.» “
Raffaele Nigro, I fuochi del Basento, Camunia (collana Fantasia & Memoria), 1987¹; pp. 136-137.
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The Massacre of Pontelandolfo, August the 14th, 1861
The massacre of Pontelandolfo and Casalduni (two small towns in Campania, Southern Italy) was a carried out by the Italian Royal Army against the civilian population of the two towns on August 14, 1861.
The decision to carry out the retaliation was taken following the previous killing of 45 Italian soldiers, captured a few days before by brigands and peasants with the intention of avenging violence and abuses previously committed by the soldiers. The two small towns were burned to the ground, leaving around 3,000 homeless people. The number of victims is still controversial, estimated between one hundred and one thousand.
«Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.» No stone on stone shall remain of Pontelandolfo and Casalduni. General Cialdini to Colonel Negri.
General Cialdini, for the implementation of the plan, commissioned Colonel Pier Eleonoro Negri and Major Melegari, who commanded two departments of General Maurizio Gerbaix de Sonnaz’ division. The two departments headed to Pontelandolfo and Casalduni respectively. At dawn on August 14, the soldiers reached the two towns. While Casalduni was found almost empty (most of the inhabitants managed to escape after learning of the arrival of the troops), in Pontelandolfo the citizens were surprised in their sleep. The churches were attacked, the houses were first looted and then burned with the people who still slept inside. In some cases, the Bersaglieri waited for the civilians to leave their burning houses in order to shoot them as soon as they were out in the open. The men were shot while the women (despite orders to spare them) were subjected to torture or even raped, many of them dying as a consequence. Carlo Margolfo, one of the soldiers who participated in the punitive expedition, wrote in his memoirs:
"In the morning of the 14th (August) we receive the higher order to enter Pontelandolfo, shoot the inhabitants, exception made for women and the sick (n.b. many women perished, as said before) and set fire to it. We entered the town, immediately we started shooting the priests and men, how many times it happened; then the soldier sacked, and finally we set the village on fire. One could not stand around because of the great heat, and the noise of those poor devils whose fate was to die roasted or under the ruins of houses. Instead we had everything during the fire: chickens, bread, wine and capons, nothing was missing ... Casalduni was the goal of Major Melegari. The few who remained remained locked in the house, and the Bersaglieri ran through the streets and alleys, smashed the doors. Whoever left the house was hit with bayonets, those who escaped were shot. It was three hours of fire, the best things were taken out of the houses, the Bersaglieri filled their rucksacks, the fire crackled. "
A century and a half after the events, on August 14th 2011, Giuliano Amato, president of the committee for the celebrations for the 150th anniversary of the Unification of Italy, commemorated the massacre of Pontelandolfo, offering all the inhabitants of what was called the "martyr city", the apology of Italy.
Perché far filosofia quando ci si può baciare
Perché la pornografia se la vita è più volgare