Dopo quella terribile del 1348 anche l'Italia dovette conoscere altre ondate d'epidemia che interessarono ora l'una ora l'altra delle sue regioni. E a lungo la carestia rimase l'incubo delle sue agglomerazioni cittadine e quella dell'esaurimento delle scorte la loro principale preoccupazione. Un autentico terremoto, come quello che a mezzo il secolo XIV si era abbattuto sulla società italiana, non poté non provocare profondi sconvolgimenti, oltre che nel suo equilibrio alimentare ed economico, anche nelle sue strutture sociali e politiche. Anche da questo punto di vista la storia della penisola in questo periodo manifesta un notevole parallelismo con quella del resto d'Europa. Come le città fiamminghe e la Parigi di Etienne Marcel, anche le città italiane furono teatro in questi decenni di sommosse e di sollevazioni popolari. Il tumulto dei Ciompi del 1378, del quale avremo modo di trattare con una certa ampiezza più avanti, è solo la più conosciuta di esse. Sette anni prima, nel 1371, episodi analoghi si erano verificati a Perugia e a Siena, e neppure mancarono, per quanto assai più circoscritti di quelli della Francia dei Jacques e dell'Inghilterra di John Bull, episodi di jacquerie e di guerriglia contadina. Di essi il più consistente fu quello che insanguinò le campagne della Calabria sotto gli Aragonesi, del quale pure avremo occasione di fare nuovamente cenno. Ma anche le campagne del Parmense attorno al 1385 e quelle del Pistoiese attorno al 1455 conobbero i loro momenti di agitazione. Dalle fondamenta la crisi investiva anche i vertici della società e all'esasperazione che commoveva e sommoveva gli strati più profondi di essa facevano riscontro le difficoltà o le ristrettezze in cui, presi anch'essi nella morsa della crisi, si dibattevano i ceti privilegiati e dominanti. Là dove, come nel Mezzogiorno, una nobiltà feudale esisteva, essa non mancò di sfogare nell'anarchia e nell'avventurierismo la propria rabbia per l'impoverimento e il declassamento cui la falcidia delle sue rendite l'aveva costretta. Nel resto del paese la crisi dei ceti dominanti assunse forme più ovattate, ma non meno ricche di conseguenze. A volerle riassumere in una formula potremmo dire, ricollegandoci alle considerazioni svolte più sopra, che i tempi difficili dei secoli XIV e XV risvegliarono e rinfrancarono nei mercanti e nei borghesi italiani quell'« anima » redditiera che era del resto presente in loro sin dalle origini. L'investimento immobiliare, sia che si realizzasse in terre, in titoli del debito pubblico o in fabbricati, apparve ogni giorno di più ai loro occhi come l'unico mezzo per mettere al riparo dai colpi della congiuntura e della « fortuna » le ricchezze accumulate attraverso i traffici e le speculazioni. Sorgono così in città i primi palazzi gentilizi e, in campagna le prime ville. Ai nostri occhi queste ville e questi palazzi rappresentano soprattutto la testimonianza di una civiltà e di un gusto giunto alla sua piena maturazione, ma per coloro che le costruivano esse rappresentavano anche e in primo luogo un investimento o, come è stato detto, un conspicuous investment. Non sempre e non necessariamente questa corsa all'investimento fondiario si accompagnava con un parallelo disinvestimento dalle attività mercantili e produttive. Talvolta accadeva anzi il contrario: tanto più frenetico e azzardoso era il giro degli affari e delle speculazioni, tanto più desiderabili e rassicuranti apparivano le certezze dell'immobilizzo fondiario. Nessuna famiglia costruì tanto ed ebbe tanta passione di murare quanto quella dei Medici, i più intraprendenti banchieri della storia italiana. Speculazione e pietrificazione sono fenomeni che procedono congiunti lungo tutta la storia italiana, dai comuni fino ai giorni nostri.
Giuliano Procacci, Storia degli Italiani, Laterza (collana Storia e Società), 1975 [1ª ed.ne 1968]; pp. 70-71.









