Let me mend your broken heart.
SESTA PARTE (mamma mia, di già)
“Niccolò, ti annoi?” sbottò Fabrizio notando il praticando seduto su una seggiola blu dietro il bancone della hall del reparto di cardiochirurgia pediatrica. “No, in realtà no. Sto sbrigando un paio di cose importanti…” balbettò alzandosi e frugando tra cartelle cliniche e scartoffie.
“Vieni con me.” tossicchiò solo prendendolo per una spalla. “D-dove andiamo?” fu la risposta del ragazzo mentre affiancava il medico. “Pronto soccorso, un codice verde. Io dico che lo puoi sbrigare tu, no?” e strizzò gli occhi pigiando il pulsante di chiamata dell’ascensore. “C-certo, certo che sì!”
“Nico, te voglio più sicuro di te! Questo è un semplice codice verde ma capiterà che arrivi un bambino in codice rosso, devi mantenere i nervi saldi e il sangue freddo. Non balbettare, non aver paura, quando le porte del pronto soccorso si aprono devi diventare un’altra persona.” e lo specializzando gli lanciò un’occhiata. “Ho paura di sbagliare.” tossicchiò cominciando a torturarsi le mani.
“Anche io ho paura di sbagliare ma ricorda che non lavori da solo, quando hai un dubbio chiama un’infermiera, un medico o qualche tecnico. Siamo una squadra Niccolò, non lavoriamo singolarmente!” e gli passò una mano sulle spalle come per dargli coraggio. “Non sai quante volte, in casi di grande emergenza, mi sia capitato di perdere il coraggio o la forza. A volte le circostanze non erano delle migliori, ho sbattuto la testa ma ho continuato ad operare.”
Niccolò lo guardava quasi con ammirazione con quegli occhi insicuri e un po’ lucidi, “Nun me dire che ora te viè da piagne?” esasperò Fabrizio dandogli una pacca giocosa sulla schiena. “No dottore, non piango io.” e si stropicciò gli occhi prima che le porte dell’ascensore si aprissero.
“Ok vediamo un po’, Valentina ha quindici anni e soffre di bradicardie e blocchi atrioventricolari di secondo grado. Ha avuto una piccola crisi, come procediamo Dottor Moriconi?” lo interrogò il moro una volta che lesse la cartella clinica della paziente.
“Io direi cardiogramma completo e la lasciamo in osservazione.” e si infilò i guanti di lattice, “Proceda pure.” ridacchiò Fabrizio mostrandogli il corridoio del triage.
(...)
C’era un telefono che squillava ma Fabrizio non si prese nemmeno la briga di capire se fosse veramente il suo, stava davanti allo specchio a sistemarsi il colletto della camicia. Abbottono o non abbottono? E andava avanti così da ore: si girava, cambiava posa, si aggiustava i capelli e poi i polsini della giacca. Non gli andava bene quello che vedeva nel riflesso, sbuffava e pensava che forse quella camicia non era adatta ad un primo appuntamento.
Appuntamento? Ma io nun so più come se fa! E lui era campione olimpico dell’andare in paranoia, continuava a fissare l’orologio e poi lo specchio. Orologio, specchio. Capelli, colletto della camicia, lancette che scorrevano lente. Il telefono squillava ancora, lo cavò dalla tasca dei pantaloni sbuffando irritato.
Niccolò??
“Nì, che succede?” pronunciò agitato, che fosse successo qualcosa di grave?
“Oh, ehm dottore.” disse l’altro. “Sta bene?” e sapeva che lo specializzando percepì che Fabrizio era abbastanza esasperato.
“Tutto bene ma, ti prego, fuori dall’ospedale chiamame Fabrizio, Fabbrì o come te pare.” ok, forse non era nulla di grave. “Perchè me stai a chiamà?”
“Posso chiederle un consiglio?” perchè tutte a me? E tossicchiò per fargli capire di sbrigarsi e domandare alla svelta.
“Insomma, questa sera esco con una ragazza…” disse piano tastando il terreno, “Volevo sapere una cosa?” altra pausa di cinque secondi. Fabrizio voleva solo scoppiare a ridere. “Nun me dire che sei agitato eh!”
“Eh, forse un po’. Come mi devo comportare?” sputò infine sospirando.
“Nun me dire che è quella che sta al triage!” e capì perfettamente che era così, ridacchiò sistemandosi per l’ennesima volta il collo della camicia.
“Devi essere te stesso Nì, te devi calmà e falla sorridere. E calmati, non c’è bisogno di agitarsi” SEI UN FALZO FABBRIZIO
“E’ abbastanza sicuro di questa cosa? Non che poi faccio figure e questa non mi vuole più?” pronunciò Niccolò con un filo di tensione nella voce.
“Ma che stai a scherzà? Te fidi de me?”
(...)
“E te me stai a dì che non è Gomorra la serie più bella de sempre?” tossicchiò divertito Fabrizio posando il calice di vino sul tavolo. “No Bizio, stai sbagliando di brutto.” posò la forchetta Ermal spostando leggermente il piatto ormai vuoto. “Tecnicamente è Game of Thrones la miglior serie televisiva di sempre.” e concluse con la miglior faccia da saputello che potesse fare.
“Me stai a provocà?” ridacchiò Fabrizio osservandolo bene, “Non ti sto provocando, sto solo dicendo che ha una regia da paura.” rispose pacato il riccio.
Fabrizio si appoggiò allo schienale della sedia con un cipiglio serio, “Dimme che scherzi.”
“No Bizio, non scherzo.” e alzò di un’ottava il tono di voce mostrando fiero un sorrisetto di sfida, “Stiamo parlando di una delle migliori serie televisive prodotte. Questo lo devi ammettere.”
“Non lo ammetterò mai. So tutti capaci de mettere du draghi e quattro spade su uno schermo.” e ridacchiò giocando con il calice di cristallo. “Non mi sembra il caso di litigare su queste cose, si sa che ho ragione io.” sbuffò l’altro tamponando lieve le labbra con il tovagliolo.
“Ma tu sei sempre così testardo? Sai bene che ho ragione io ma nun vuoi darme ‘na soddisfazione.” sputò Fabrizio poggiando le mani sul tavolo. “Umh no, in verità sono molto convinto che tu stia sbagliando clamorosamente per il semplice fatto che tu non hai mai visto Games of Thrones e non hai manco la voglia per recuperare tutte le stagioni, quindi pensi che sia una serie scarsa e sopravvalutata.”
“Ma lo è Ermal, è sopravvalutata al massimo!” sbottò ridendo esasperato. “Non è assolutamente così invece!”
“Signori, signori.” i due scossero leggermente la testa richiamati dalla voce bassa e pacata di un cameriere. “State disturbando gli altri commensali, è inaccettabile!” si guardarono abbastanza stupiti ridacchiando leggermente. “Vi chiedo di abbassare la voce e di accomodarvi all’uscita.”
Fabrizio e Ermal tornarono a guardarsi negli occhi trattenendo a fatica una risata imbarazzata ma, senza proferire parola, si alzarono dalle proprie sedie e recuperarono i cappotti sghignazzando come se avessero tredici anni. “Nun me fa fare figure de merda pure ‘n cassa. Pago io e stai zitto.” sussurrò tra lo stizzito e il divertito Fabrizio, l’altro si limitò a sorridergli colpendolo con il gomito e soffocando una risata.
“Se vuoi possiamo andare a prendere il dolce e continuare la nostra discussione altrove.” propose il riccio mostrandogli la porta d’uscita.
Si incamminarono tra le strade della capitale, un po’ buie e un po’ illuminate dalla luce dei lampioni. Qualche luminaria natalizia a rendere l’aria più frizzante e gioiosa e la luna alta nel cielo, piena, argentata e bella. “Ce sta sto posto che fa delle pasta da paura.” tossicchiò Fabrizio indicandogli un vicolo sulla destra. “Guidami tu allora.” ridacchiò il riccio stringendosi nelle spalle per sentire meno il freddo pungente della notte. I bar chiusi, le seggiole di plastica bianca impilate e poste davanti all’ingresso insieme a quei tavoli Algida rossi che gli ricordavano tanto l’estate.
Due biciclette buttate a terra di chissà chi andato chissà dove che non avevano avuto nemmeno la decenza di metterle sul cavalletto, magari qualche avventuriero notturno che, a quell’ora, si concedeva delle delizie appena sfornate dai forni bollenti di qualche panetteria aperta pure in piena notte.
La luna li guardava passeggiare ancora con quel sorrisetto imbarazzato a curvargli le labbra. “Vabbè, non ammetterò mai che Game of Thrones sia la miglior serie televisiva di tutti i tempi.” ruppe il silenzio Fabrizio, “Ah va bene, se domenica non hai il turno vieni a casa mia e inizi a farti una cultura.” ridacchiò Ermal.
“Frena ricciolè, quello che si deve fare una cultura qua non sono io.” e alzò un sopracciglio guardando l’altro di sottecchi, un’insegna al neon illuminava la piccola via buia segnalando la presenza di una pasticceria aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.
“Siamo arrivati.” annunciò Fabrizio sollevato e con lo stomaco che domandava il dolce, posò la sua mano sulla schiena del riccio che tremò leggermente a quel tocco inaspettato ma sorrise, eccome se sorrise aprendo la porta di quel piccolo locale. “Lascia fare a me, ordino io qualcosa. Tu aspettami e basta.” gli sussurrò Fabrizio troppo vicino al suo orecchio, il riccio fece spallucce attendendo che l’altro ordinasse il loro dolce.
Gli sembrava di essere tornato a Bari, seduto su un muretto con le gambe a penzoloni rivolto verso il mare, brezza estiva che gli scompigliava i ricci, i suoi vecchi amici e qualche dolcetto da gustare aspettando che il sole sorgesse all’orizzonte. Sapevano di conquista, di una notte intera passata a girovagare per le strade deserte, per quegli esami di maturità che si erano lasciati alle spalle e e per tutti quei momenti che si porterà sempre nel cuore.
Non era a Bari, era a Roma, era inverno ed era seduto ad un tavolino di una pasticceria popolata dai pochi avventurieri notturni e gruppi di amici. Davanti a lui non c’era il mare ma un parco verde ricoperto da una sottile patina di brina, Fabrizio gli sedeva accanto con un sorriso scemo stampato in faccia, dietro di lui solo la sua carriera lavorativa fatta di alti e bassi. Davanti a lui? Una vita intera. Solo che sentiva che qualcosa mancava, percepiva a fondo che mancava un brivido ma forse quel “brivido” l’aveva a pochi centimetri da lui.
Fabrizio, dal canto suo, stava bene. La sua mente era totalmente sgombra da ansie e pensieri negativi, si sentiva in pace davvero avendo al suo fianco un ragazzo, una persona che aveva la capacità di farlo stare una favola. Una cameriera posò due tazze di caffè fumante e un piattino con delle paste sul loro tavolo, Ermal al volo acciuffò un maritozzo prima che l’altro potesse rubarglielo. “Sei proprio un bastardo, eh.” sospirò Fabrizio facendo l’offeso (per la cronaca, si era davvero offeso).
Ermal ridacchiò prendendo un morso, veloce mise una mano sotto il dolcetto per evitare che la camicia si inzozzasse di panna. Fabrizio sorrise notando la palese difficoltà del riccio che nel frattempo si era sporcato pure la punta del naso, “Che te serve un fazzoletto?” ridacchiò l’altro facendogli notare un lembo della giacca sporco.
Erma alzò gli occhi al cielo allargando le braccia in segno di resa, “Questo è il karma ricciolè.” ma si zittì. O almeno, Ermal lo zittì posando le sue labbra su quelle rosse e morbide del moro, Fabrizio preso in contropiede quasi non si strozzò con la sua saliva.
Daje Fabbrì, daje che è il tuo momento e zittì quella vocina fastidiosa, si fece più vicino al riccio posandogli una mano tra i ricci leggermente sfatti, Ermal sorrise sulle sue labbra e, piano, chiese il permesso di approfondire il bacio. Se lo strinse più verso di sé posandogli una mano sul fianco e l’altra direttamente sulla nuca del moro, il cervello in corto circuito, il cuore che batteva all’impazzata, i sensi alterati e il profumo dolce di Ermal che lo stordiva completamente. Lo baciò, piano, con passione assaporando ogni suo minimo movimento e respiro, tirando leggermente le punte dei suoi capelli e giocando con i ricci morbidi.
Erano i polmoni che bruciavano per la mancanza d’aria ma l’assurda voglia di rimanere ancora un po’ uniti, ancora un po’ stretti. Il concetto di kiss me like nobody's watching Ermal lo conosceva bene, nella stanza c’erano loro due e basta. Il riccio si scostò per riprendere fiato, “Me potevi almeno lascià finì la frase, eh.” sussurrò Fabrizio, l’altro sorrise mimando un no con la testa per poi lasciare un bacio lì, sull’angolo sinistro della bocca del più grande.
Come al solito eccoci alla fine di questa parte, vi ringraziamo per essere giunti fino a qua.
Vi abbracciamo e alla prossima parte.❤













