Ciò che i genitori m'hanno detto d'essere in principio, questo io sono: e nient'altro. E nelle istruzioni dei genitori sono contenute le istruzioni dei genitori dei genitori alla loro volta tramandate di genitore in genitore in un'interminabile catena d'obbedienza. La storia che volevo raccontare dunque è impossibile non solo raccontarla ma innanzitutto viverla, perché è già tutta lì, contenuta in un passato che non si può raccontare in quanto già a sua volta compreso nel proprio passato, nei tanti passati individuali che non si sa fino a che punto non siano invece il passato della specie e di quel che c'era prima della specie, un passato generale a cui tutti i passati individuali rimandano ma che per quanto si risalga indietro non esiste se non sotto forma di casi individuali come saremmo io e Priscilla tra in quali però non avviene nulla né d'individuale né di generale. Quello che veramente ognuno di noi è ed ha, è il passato; tutto quello che siamo e abbiamo è il catalogo delle possibilità non fallite, delle prove pronte a ripetersi. Non esiste un presente, procediamo ciechi verso il fuori e il dopo, sviluppando un programma stabilito con materiali che ci fabbrichiamo sempre uguali. Non tendiamo a nessun futuro, non c'è niente che ci aspetta, siamo chiusi tra gli ingranaggi d'una memoria che non prevede altro lavoro che il ricordare se stessa. Quello che ora porta me e Priscilla a cercarci non è una spinta verso il dopo: è l'ultimo atto del passato che si compie attraverso di noi. Priscilla, addio, l'incontro, l'abbraccio sono inutili, noi restiamo lontani, o già vicini una volta per tutte, cioè inavvicinabili.