Quando Hofmannsthal contempla l’agonia di un topo, è in lui che l’animale “digrigna i denti al mostruoso destino”. E non è un sentimento di pietà, egli precisa, ancor meno un’identificazione, è una composizione di velocità e di affetti tra individui completamente diversi, simbiosi, tale che il topo diventa un pensiero nell’uomo, un pensiero febbrile nello stesso tempo in cui l’uomo diviene topo, topo che stride e agonizza. Il topo e l’uomo non sono assolutamente la stessa cosa, ma l’Essere si dice dei due in un unico, in uno stesso senso, in una lingua che non è più quella della parola, in una materia che non è più quella delle forme, in un’affettibilità che non è più quella dei soggetti.
Deleuze & Guattari
















