Le prime due settimane di Ottobre piove ogni giorno. Non c’è televisione, non c’è rete wi-fi e non c’è nemmeno campo. Le prime due settimane di Ottobre le passano in silenzio ad odorare l’umido del lastricato in pietra del giardino, a dormire nel portico sotto scrosci di temporali aggressivi, ma dolci ; non sono mai tempeste, assomigliano ai rimproveri raramente tonanti di sua madre. Lui ci mette un po’ a farci l’abitudine, ma Mirabe è composto. Legge un libro dopo l’altro e si scrive le citazioni più belle che ha letto all’interno del braccio. Le ricopia di sera su un quaderno, prima di mangiare. Le scrive a modo suo perché una corsa inaspettata nel cortile per aiutare il nonno con lo scarico dell’auto sotto la pioggia incessante, ha cancellato qualche parola. È minuto, le ossa sottili e gli occhi grandi che nasconde timidamente quando parla. Lucien non sa se è per un difetto di pronuncia o un vezzo, ma sbaglia sempre la pronuncia del suo nome. Lui, lo chiama Mare.
Durante un giovedì umido, Mirabe lo guarda per la prima volta senza nascondere gli occhi. Sono cugini eppure c’è una forma di rispetto inscindibile (incomprensibile) che nutre per la sua persona - come se fosse uno sconosciuto, sente Lui, uno sconosciuto che ha solo un anno in più di lui. Un estraneo di passaggio nella loro casa di campagna. Lo guarda e si tiene le ginocchia.
Sta leggendo sicuramente qualcosa di troppo difficile per un sedicenne, ma l’ha consumata. Tiene le pagine con un dito. Lucien annuisce.
’ è per il ragazzino che hai picchiato ? ’
Annuisce di nuovo e la distanza negli occhi di Mare non si accorcia nemmeno di un passo. Ma si illumina un poco e non lo nasconde, né nasconde gli occhi. Tituba un poco, poi gli chiede con la voce sepolta tra la pioggia incessante:
e Lucien lo guarda, senza interdirsi, senza sconvolgersi. Risponde con un sorriso tagliente e amaro insieme e Mirabe abassa gli occhi, improvvisamente intristito e turbato dal languore delle labbra del cugino più grande.