La pietra è ferma, fredda, senza un alito di vita. Persino nel legno e nella corteccia di un albero si sente lo scorrere della linfa e il ritmo immutabile degli esseri viventi, persino nel gorgoglio di un ruscello si coglie un sussulto, una voce. Ma nella pietra non c’è nulla. Così solida, eppure così inconsistente.
E così è per tutti e sempre lo sarà. Tranne per Pigmalione.
Le donne, calde, dalla pelle morbida e dalle voci suadenti, erano solo ingannatrici e maliziose per il giovane scultore. Per le strade di Cipro si aggiravano serpi in forma umana: sotto quelle chiome bionde e brune, tra quelle lunghe ciglia egli scorgeva il pericolo. Tanto delicate quanto potenti, capaci di spezzare un cuore e fermare il respiro.
L’unica che egli sapeva non lo avrebbe mai tradito era Afrodite. Come può una dea fare del male a un essere umano, insignificante com’era il giovane Pigmalione per colei che aveva il dono della bellezza suprema, colei che aveva condiviso il suo letto con il dio della guerra? Egli poteva solo rivolgerle imploranti preghiere e immensa devozione.
La dea ascoltava quel bel giovane e vedeva attraverso il suo cuore. Vedeva l’odio verso ogni fanciulla, ma comprendeva come non si trattasse di nient’altro che paura. Vedeva l’amore con cui il suo scalpello incideva il marmo e comprendeva che ciò che è inanimato non può fare del male. La vitalità è estrema, lega dolore e estasi in un unico stretto nodo e per sfuggirne uno, Pigmalione sdegnava l’altro.
Pigmalione decise un giorno di onorare la dea dedicandole un simulacro del marmo più candido e pregiato, così come doveva essere la pelle della più bella tra gli Immortali.
Martello e scalpello tiravano fuori giorno per giorno un viso dai tratti delicati, capelli soffici e ricciuti, pelle morbida e liscia, una tunica del più bel tessuto mai visto in tutta la Grecia. Afrodite lo osservava curiosa e, in un alito di vento, lo ispirava e lo guidava.
Una volta finito, Pigmalione si fermò. Posò i propri utensili e si sedette a contemplare la statua. Ma ai suoi occhi, quella non era una statua. Per la prima volta, Pigmalione vide una donna senza provare timore. Non scrutò quel bel viso alla ricerca dei segni di un inganno che credeva di conoscere bene, non cercò nei begli occhi delle pupille di serpe. Semplicemente, la vide.
Vide la delicatezza degli arti, l’eleganza del volto e dell’acconciatura, vide una donna che emergeva dalla pietra. Corse allora, come per abbracciarla. Ma quando la strinse a sé non sentì altro che gelo.
Il cuore di Pigmalione in quel momento si incrinò e Afrodite soffiò in quello spacco l’amore e la vita. Rese quel ragazzo pieno di paura un uomo e aprì i suoi occhi. In un solo momento, Pigmalione visse cent’anni. Visse il dolore, la sofferenza e la morte a cui era sfuggito, tenendosi lontano da ogni emozione. Visse la felicità più profonda e la paura più estrema, l’euforia più alta e la comprensione più nitida.
A quel punto, Afrodite passò le dita sottili sugli occhi della figura di marmo e delicatamente li schiuse.
Sotto quella pelle marmorea, le vene cominciarono ad affiorare, un cuore a battere, un sottile respiro fuoriuscì dalle labbra di pesca. I capelli scivolarono via dall’acconciatura elaborata, in una morbida cascata di ricci e la tunica ondeggiò al vento. infine, i suoi occhi si schiusero e incontrarono quelli di Pigmalione, che l’avevano aspettata tutta la vita.
Galatea dalla bianca pelle scese dal piedistallo per non risalirvi mai più.