Check out today's blog at DreamWeddings.Co to view this amazing organic ethereal shoot at #modaearte with @katytrefry . . . #fineartweddingphotography #fineartweddingphotographer #fujifilm #film #filmphotography #filmphotographer #filmweddingphotography #filmweddingphotographer #reception #tablescape
Imagens de figuras femininas têm um apelo inegável, especialmente quando combinam pose e estilo únicos. Uma figura estilizada em pose de porta, por exemplo, apresenta um corpo elegante até a coxa, exalando confiança através de um olhar direcionado. Os cabelos cacheados e volumosos adicionam um toque de personalidade, criando uma conexão imediata com o observador.
Traje Preto: Charme e Estilo
O traje é uma parte fundamental da composição. Neste caso, um traje preto justo com recortes laterais traz um brilho vinílico que chama a atenção. As meias-calças e braçadeiras não apenas completam o look, mas também acentuam a silhueta, adicionando um ar de sofisticação e modernidade. Essa combinação é perfeita para quem busca destacar-se de forma elegante.
Equipamentos que Contam uma História
A presença de um smartphone e um tripé na cena sugere que a figura não está apenas posando, mas também interagindo com a tecnologia. Isso adiciona uma camada interessante à narrativa visual. Pense na história que essa imagem pode contar: uma mulher confiante, pronta para capturar e compartilhar momentos com o mundo.
A Iluminação Ideal para Realçar Detalhes
Um aspecto marcante nesta representação é a iluminação lateral suave. Ela realça contornos e reflexos no tecido, enquanto as sombras definem o volume da figura. A combinação de luz e sombra cria uma textura que se aproxima da pintura digital, tornando a imagem ainda mais envolvente. Essa técnica é essencial para transmitir emoções e profundidade.
A Sensação da Composição Vertical
A composição vertical e o enquadramento médio valorizam cada detalhe da figura. As linhas verticais do batente da porta não apenas guiam o olhar, mas também conferem uma sensação de intimidade. Isso transforma a experiência visual em algo mais pessoal e dirigido, fazendo com que o observador se sinta parte da cena.
Conclusão: Qual É Sua Impressão?
Após explorar a arte e a composição desta figura, o que mais chamou sua atenção? A confiança na pose? A escolha do traje? Cada detalhe contribui para uma narrativa visual potente. Como você interage com essas imagens em sua vida diária?
Transforme Sua Criatividade Hoje!
Se você se sente inspirado para explorar e aprimorar sua própria criatividade, não perca a chance de conhecer nosso curso. É a oportunidade que você esperava para expressar sua arte de maneira única e envolvente!
Prada s/s 21: nella sfilata mai avvenuta gli abiti sono più concreti che mai
Concretezza e surrealtà: sembra un’azzardata accoppiata di contraddizioni… e lo è davvero. Anzi, son proprio le contraddizioni ad essere valorizzate, persino celebrate, con quel modo di fare sottilmente cerebrale ed al contempo esteticamente pungente, quasi pruriginoso, perché veritiero, che è tipico di Prada.
Accade nuovamente nella collezione s/s 2021 che quell’approccio perfettamente disturbante finalizzato a scuotere la rigidità delle prese di posizione per spostare sempre oltre i confini del gusto e dello stile, ma anche i confini della visione sulla realtà che abitiamo e che negli abiti viene rifratta, ce l’ha già nel titolo: “Prada Multiple Views, The Show That Never Happened”. Suona un pizzico magrittiano, nevvero?
Ed in effetti lo è: pensiamo di vedere una sfilata, ma la sfilata come la conoscevamo, quello spettacolo che accadeva nella vita offline con al centro una passerella solcata dalle creazioni indossate, circondata da un’élite di pubblico applaudente e giudicante, e su cui alla fine si affacciava sfuggente e sorniona la signora Miuccia a porgere il suo iconico inchino non c’è.
Al suo posto, c’è la versione che è la conseguenza del periodo sconvolgente e trasformativo, almeno in questo brevissimo termine, che è stata la pandemia con annesso lock-down: ovvero il digitale come strumento principale di sostituzione alla realtà fisica, e la moltiplicazione dei punti di vista, come trasposizione di quella molteplicità di percezioni e opinioni che avveniva tra il pubblico durante la sfilata tradizionale, ma anche come necessità di mantenere il valore della conversazione collettiva.
All’atto pratico questa dichiarazione d’intenti si è realizzata nella molteplicità di 5 visioni: 5 narrazioni affidate a 5 famose e differenti personalità creative, ovvero Willy Vanderperre, Juergen Teller, Joanna Piotrowska, Martine Syms e Terence Nance, ognuno autore e autrice di un microfilm, un frammento a suo modo unico e corale al tempo stesso, allacciati l’un l’altro a formare l’intero show.
Ma dentro questo caleidoscopio che moltiplica visioni, percezioni, intenzioni di messaggi e significazioni, un principio di stabilità c’è: gli abiti, focus vero del progetto di collezione, unico strumento davvero utile per dare un senso al fare moda almeno adesso, almeno secondo la signora Miuccia.
Gli abiti che nascono dall’identità di chi li concepisce, e che son destinati ad allacciarsi all’identità di chi sceglierà di possederli e indossarli: quelli della collezione s/s 2021 sono, ça va sans dire, frutto anch’essi di una riflessione profonda, quasi brutale, sulla realtà che mentre sfugge alla possibilità di previsione sul futuro, di certo richiede la necessità di coerenza col passato e di consapevolezza nel presente.
Ed eccola la visione primaria, quella che da Prada s’infonde nella manciata concisa di creazioni in collezione: più i tempi si fanno complessi, più gli abiti diventano semplici.
Per chi al lessico pradesco è avvezzo, ci riconoscerà l’acme della quintessenza di Prada: la funzionalità che è la ragion d’essere del suo minimalismo, la praticità che è la ragione di fare anche attraverso materiali resistenti come quelli tecnici e ormai leggendari come il nylon. Il nylon by Prada, ovviamente: quello che ha segnato l’inizio della sua fama fashion e che adesso ne chiude il cerchio dentro una collezione che sembra un riassunto rapido eppur senza tempo della sua storia.
Non manca nulla: la silhouette così affilata da sembrare brutale, la camicia bianca netta e geometrica che mai scompare, la mancanza assoluta di qualsiasi orpello che lascia spazio al protagonismo dei materiali e della conciliazione dei loro opposti, come quando i tessuti di derivazione industriale vengono trattati con manifatture classiche, quando l’asciuttezza delle forme quasi futuristiche viene giustapposta alle linee di derivazione formale.
Accade così che l’abito con l’elegante gonna vaporosa ha tutta l’efficienza pratica del nylon seppur attraversato dal pizzo, il pantalone asciutto a staffa si aggancia alla ballerina con la punta più o meno affilata, la maglina sottile compone completi da sfoggiare anche fuori casa sotto un soprabito snello, il dinamismo dell’abbigliamento sportivo bianco candido tratto da Linea Rossa si mescola alla delicatezza quasi fragile dei colori pastello dei maglioni soffici e degli abiti tratti dalla lingerie. Unici vezzi: un paio di fiocchi così esatti da apparire grafici e un paio di motivi floreali che s’insinuano in una carrellata di neri assoluti.
A rifletterci ben bene, però, c’è un aspetto non del tutto vero in ciò che ho appena raccontato, o forse non del tutto finto: alla fine della sfilata mai accaduta l’inchino di Miuccia Prada di fronte al suo pubblico accade davvero. Ma il pubblico non esiste, o meglio: esiste ovunque.
Andrea Lambiase: gli abiti sono arte della sperimentazione indossabile
Andrea Lambiase crea performing couture: lievi strutture d’architettura sartoriale che vestono il corpo, che nascono dalla seduzione dell’innovazione nei campi più inaspettati a chi si aspetta solo la moda, e dalle mani che dove non arrivano a costruire chiamano in sinergia la tecnologia.
Quello che ci apprestiamo a fare dentro il suo giovane mondo creativo è dunque un viaggio immaginifico, a tratti visionario, ricco di suggestione, come quando ci si inoltra tra le pagine o nelle pellicole di racconti che imbrigliano la fantasia in scenari futuristici, abitati da personaggi che mantengono il vivo fascino carnale dentro gusci di creature macchinose e artificiali.
Il tutto decantato dall’umiltà gentile e appassionata lo caratterizzano, mischiati alla caparbietà di tracciarsi una strada che col coraggio della coerenza rifiuta la tentazione al facile consumismo, per prediligere una visione che ad oggi può suonare tanto rischiosa quanto ribelle: credere profondamente nel valore dell’arte che allacciata alla moda si rivela uno strumento d’espressione sincero, una fonte di scoperte d’avanguardia, una via di rivoluzione della visione e fruizione della moda stessa.
Avanguardia da indossare, o da contemplare: non ci sono regole né intellettualismi nella sua moda, c’è solo l’invito a comprendere con rispetto il valore delle creazioni, e a godersele come e quando si vuole, senza diktat o restrizioni di stagionalità e styling. Andrea Lambiase è una bella mischia esplosiva nelle idee, che sublimano nelle creazioni.
Sin dall’infanzia in un paesino in provincia di Avellino, in Irpinia, quando dentro la sartoria industriale dei genitori se la prendeva con le macchine da cucire e le smontava, per capire i meccanismi e indagare i funzionamenti, poi le rimontava.
La sua è una curiosità sempre affamata di nuove lavorazioni, nuovi meccanismi, nuovi materiali, nuove costruzioni: per saziarla frequenta l’istituto per geometri, dove mentre salda la passione per l’architettura assorbe la formazione tecnica che lo supporta quando poi, all’Accademia Italiana di Roma, la mancanza di un background di tecniche di disegno e modellistica della moda lui la risolve con i teoremi delle costruzioni geometriche degli angoli e delle forme.
E con la determinazione fortissima a migliorarsi: obiettivo che raggiunge appieno.
A proposito, perché la moda? “Ho deciso di studiare moda perché mi piaceva l’idea che potevo partire da una visione astratta per farla indossare: mi piace intendere la moda come arte indossabile, quello che realizzo non è uno strumento commerciale privo di contenuto, ma quando vesti una mia creazione ti stai mettendo addosso una visione, un modo di pensare, un’idea”.
Per effetto delle affinità elettive, la formazione prosegue con la realizzazione di un sogno, l’esperienza da Iris Van Herpen, che incarna e potenzia le sue ispirazioni e aspirazioni: “ero all’interno di un’atmosfera surreale, in atelier a lavorare con lei, e ho imparato tantissimo. Soprattutto a intendere la moda in un modo diverso, come ragionare per trovare nuove soluzioni e nuove tecniche e arrivare a realizzare una collezione: che non c’è sempre uno schema da seguire, cioè partendo dal disegno, facendo i cartamodelli e poi realizzando l’abito, ma si può iniziare anche da un punto intermedio. Io già lo facevo prima e lo faccio anche ora: l’ispirazione mi viene da una lavorazione, un tessuto o un materiale, ed è inutile cominciare dal disegno perché quello che ho in mente lo vedo soltanto facendo la creazione e mettendola sul manichino, solo così riesco a passare direttamente da un modo di pensare ad una cosa concreta e materiale”.
Come farebbe un artista: “che non per forza fa prima il disegno, perché la cosa artistica non ha schemi, è d’impatto. Appena hai l’ispirazione trovi subito il canale più veloce e più preciso che può rendere meglio la tua idea.”
Andrea Lambiase nel 2018 fonda il brand che porta il suo nome, perché è la realizzazione della sua natura nutrita dalla passione, agganciata ad un’ampia visione: “mi piace utilizzare la tecnologia nella moda, dove il braccio umano ha dei limiti e non riesce ad arrivare: amo applicare fisica, chimica, architettura, ingegneria meccanica, mixare campi scientifici da cui sono molto attratto per ottenere risultati interessanti. Per realizzare le mie collezioni studio e collaboro con ingegneri e professionisti: sono sempre alla ricerca di nuove forme e materiali” perciò, laddove già non esistono è lui stesso a crearseli, sperimentando con taglio laser, stampa e modellazione 3d, per ottenere texture inedite ed effetti sorprendenti.
La sua moda è frutto di un approccio da inventore e di una pratica da alchimista, esercitata con l’aspirazione alla perfezione fin nel minuscolo dettaglio, per arrivare a smuovere non solo la mente ma anche le emozioni: “per le prossime presentazioni mi piacerebbe fare qualcosa che non dovrà essere chiamata sfilata, ma vorrei che il pubblico si trovasse all’interno di uno spettacolo e interagisse con gli abiti, con le modelle, con delle installazioni fatte in collaborazione con artisti. Vorrei creare connessioni: una performance di moda, un’esplosione di emozioni. Potrebbe essere in un museo, in una galleria d’arte, in un contesto dove le interazioni possano accadere”. Non a caso nel suo immaginario convivono Iris Van Herpen e Alexander McQueen, Marina Abramović maestra del far interagire le persone con il corpo e con l’opera d’arte, il Duchamp dei Ready Made.
La collezione “Parametric Power” è dimostrazione tangibile ed emozionante della couture performante di Andrea Lambiase: vere sculture di femminilità e tecnologia nate da un’ispirazione assai originale, ça va sans dire: “ho immaginato di trovarmi in un mondo con assenza di gravità dove tutti i materiali avessero perso le proprietà, rigidità, flessibilità, elasticità, e sarei stato io a ridistribuirle ma non in modo naturale, bensì secondo una mia visione, in modo calcolato”. Nasce così l’abito plasmato da un lurex su una base di organza che è un finto plissé, un materiale a cui Andrea ha ricreato il movimento a pieghe rimpiazzando il movimento naturale con degli angoli calcolati da lui con appositi strumenti di misurazione. Allo stesso modo, l’abito che sembra cosparso di squame bianche nasce da un tessuto mesh a cui Andrea ha dato le proprietà del plissé costruendo il movimento in un modo da lui calcolato, grazie ad un software di modellazione 3d, il taglio laser e la pressa industriale, montando poi le tessere di vinile così da dare una graduale rigidità al materiale.
Non c’è palette colorata. Ci sono solo il bianco assoluto che è luce, il nero che è il pozzo profondo in cui si raccolgono gli altri colori: “ricordano anche il mio carattere, che quando ho in mente una cosa deve essere o al 100% o niente, o bianco o nero”. Però c’è anche la loro unione, la conciliazione degli opposti, come quando la sua precisione si scontra col caos: “ma credo anche che il caos, a volte, scontrandosi con la precisione crei qualcosa di molto interessante: un risultato a sorpresa che non immaginavi di ottenere”. E noi, di certo, continueremo a sorprenderci con le sue sperimentazioni indossabili!
MRZ a/i 2020: creare l’armonia sartoriale col caos esistenziale
C’è una dote misteriosa e intrigante che serba la moda da sempre, e con essa chi la moda la plasma non solo con le stoffe ma anche con la consapevolezza creativa generosa: è l’abilità di poggiare lo sguardo critico e asciutto sul mondo esterno e di sintonizzare l’orecchio in ascolto delicato del proprio mondo interno, per carpire quel che nel tempo attuale sta accadendo fuori e dentro di noi.
E per poi tradurre tali intuizioni in abiti e accessori che mentre li indossiamo risuonano come un racconto al tempo stesso squisitamente personale e sapientemente collettivo.
Ecco, Simona Marziali, con l’a/i 2020-21 del suo brand MRZ fa brillare questa dote in modo pressoché sorprendente: una collezione che nell’intenzione dell’ispirazione è dedicata al caos che fa vorticare le emozioni che abitano dentro l’animo umano, a sua volta specchio del caos che fa traballare le dinamiche sociali che abitano fuori, nel mondo contemporaneo.
Ed è dedicata all’arte gentile di non imporre al disordine dinamico il recinto statico di un ordine prestabilito, bensì di saperlo assecondare per poterlo valorizzare, creando un’armonia sartoriale inedita, una nuova bellezza fatta della stessa sostanza variegata di quella materia caotica.
Prima d’immergerci nella natura profonda e materica della collezione, per coloro che non conoscessero il brand è cosa buona e giusta godere di una breve presentazione: MRZ, come darà ragione l’orecchio, è il marchio che dal 2012 nella brevità delle tre consonanti racchiude l’intensa esperienza appassionata di Simona Marziali, giovane fashion designer che alla moda ha dedicato l’educazione accademica, la formazione con le migliori aziende e il coraggio di costruire una propria realtà in cui concretizzare con la stoffa, ma anche e soprattutto con la maglia, materia prediletta, la sua visione estetica. MRZ racchiude anche la lunga esperienza quarantennale del maglificio di famiglia, che alle creazioni di Simona da vita materica eccellente e supporto prezioso: ma raccoglie anche i successi meritatissimi, come la vittoria di Who Is On Next? 2018 nella categoria prêt-à-porter, e la passerella milanese che lo scorso febbraio ha calcato con orgoglio per la seconda volta.
La collezione a/i 2020-21, come accennato, è un sorprendente capolavoro di coincidenze: mai come oggi la complessità del vivere annoda in una matassa assai stretta le nostre emozioni con gli accadimenti sociali, quindi mai come oggi la bellezza delle creazioni di Simona Marziali e del messaggio che portano intrecciato ci regala un invito alla riflessione e uno spunto alla soluzione.
La guida dell’ispirazione per la collezione è altrettanto attuale, sorprendente, sofisticata eppur contemporanea: le opere del prodigioso giovane artista polacco Robert Proch, che nei suoi dipinti fa esplodere le scene della vita quotidiana e le emozioni che ci sono allacciate in una sorta di caos calmo, come se la realtà la smontasse per poi riassemblarla nelle schegge in cui si è frantumata, nei piani giustapposti alle visioni oniriche di quel che prima era composito e solo apparentemente ordinato.
La collezione a/i 2020-21 di MRZ celebra questo disordine esistenziale con l’equilibrio dell’armonia sartoriale. Simona Marziali raccoglie il caos, lo interpreta attraverso il suo filtro già appassionato alle composizioni inedite che rivelano gli accostamenti dei contrasti e lo ridefinisce in creazioni dove tutto è spesso sovrapposto, eppure tutto risulta perfettamente a posto: i check di sfumature e misure diverse si distribuiscono tra le stratificazioni di giacchino, completo, gonna e pantalone, lo stesso fanno le varianti dei gessati sui completi di memoria e appeal maschile, mentre le righe seguono lo stesso principio di libertà e compaiono con spessori e colori diversi sulla maglieria in cachemire avvolgente e sui completi morbidi ma così grafici da sembrare i tasti sottratti ai pianoforti.
C’è la praticità sportiva nei pantaloni in stile bermuda, c’è l’eleganza rilassata nelle maglie che s’allungano come abiti insieme alle maniche, c’è il gusto per le asimmetrie ricercate nei tagli che fendono le maniche, che orchestrano le altezze degli orli e creano pannelli ariosi. C’è il gusto divertito nei colpi di colore brillante come il fucsia, che insieme al turchese e al giallo ocra, danzano allegri sulla base della coppia per eccellenza, il bianco e il nero.
Sembra quasi di sentir annuire Nietzsche che insieme a Zarathustra conferma: “Io vi dico: bisogna avere in sé il caos per poter partorire una stella danzante“.
JW Anderson a/i 20: lo spleen di David Wojnarowic, l’idéal della moda
Quello firmato da Jonathan Anderson non è mai solo un fashion show. E quest’esordio non è affatto un tentativo di depistaggio lessicale magrittiano, bensì è un invito accorato ad impugnare la consapevolezza necessaria per godere appieno della collezione maschile JW Anderson a/i 20-21, e della profondità lacerante, eppur testardamente positiva, della sua messa in scena parigina.
Dopotutto lui, Jonathan Anderson, nasce enfant prodige della moda, e cresce con coerenza brillante: confermando il suo valore ad ogni passo creativo, ad ogni sfilata puntuale nel destare stupore, ad ogni riflessione così pregna di realismo e generosità da divenire una rivelazione. Anderson è un visionario lucidissimo, che della moda preserva e innova pochi ideali, ma salvifici. Ovvero, i fondamentali.
Crede infatti nella rieducazione al rispetto per l’eccellenza della manifattura e della sua filiera: come atto di onestà e di sostenibilità, perché poche cose belle e ben fatte ci motivano a trattenerle per gustarcele nel tempo, anziché arraffarne troppe per disfarcene subito in preda alla febbre consumistica. Crede anche nella conoscenza curiosa e costruttiva, assieme al progresso coscienzioso: quello che in slang fa poco “hype”, perché al rumore del marketing predilige l’azione concreta e sincera.
Ma, innanzitutto, Anderson crede nel grande potere della cultura: la moda riflette la società, diventa complice dell’arte, e come lei può assumere la missione di scuotere le coscienze mentre ne veste il corpo. È sì un linguaggio, ma è anche un grimaldello per scardinare le menti e avviare il cambiamento.
Non solo ci crede ma lo dimostra in collezione, con quella che per l’a/i 2020-21 di JW Anderson è più di un’ispirazione: Jonathan Anderson porta infatti in scena la voce e l’opera di David Wojnarowicz, con un suo monologo degli anni ’70, e una serie di manichini con la faccia coperta dalla citazione della maschera tratta dalla serie “Arthur Rimbaud a New York” e indosso un maglione che riproduce l’immagine tratta da “Untitled (Burning House)”.
Non è solo un omaggio, ma un atto di posizione e appello: giovane artista geniale e maledetto David Wojnarowicz, come il suo Raimbaud, condannato alla tragedia dell’emarginazione omosessuale e alla pena di morte per aids nella New York di fine secolo scorso, lacerato dalla consapevolezza della violenza operata dalle convenzioni sociali cieche e sorde, consumato dalla voglia di ribellione che diventa militanza attiva, e arte che racconta il dramma con crudezza per schiaffeggiare l’ipocrisia politica e svegliare la società. C’è il dramma, ma anche la positività che Jonathan Anderson da tempo trova nel legame con la creatività di David Wojnarowicz mossa dalla politica: c’è anche tanta coerenza, che si esprime in una collezione sintetica, 35 look che riprendono i punti forti del suo passato recente e li riconfermano con piccoli giusti tocchi d’evoluzione per il futuro.
Or dunque, la passerella è un susseguirsi di pochi modelli perfetti nelle loro declinazioni: s’inizia col cappotto sofisticato sopra in doppiopetto e il resto che scende ampio e sbieco come una corolla ribaltata, che si semplifica e si ammorbidisce fino a risultare una calda cappa monastica, entrambi allacciati da una versione ingigantita della catena dorata che fa da leit motif anche sui dress snelli e lunghi in bianco o in paisley, motivo, quest’ultimo, che pervade anche la versione in duvet imbottito del cappotto in doppiopetto da cui è tratta anche anche la sciarpa che infiocchetta al caldo il collo dei giovani modelli.
A proposito di coerenza ed eccellenza, mentre le lane sono rigorosamente inglesi e artigianali, gli outfit fluiscono tra i gender, così la catena dorata decora le icone loafer ma anche le maglie che terminano con una balza rigonfia, oppure è sostituita da grandi perle che percorrono le spalle e le braccia, in un’alternanza scorrevole di eclettismo e minimalismo, fino al finale che richiude il cerchio di valore. Ovvero le due maglie che fino a quel momento erano indosso ai manichini in platea: i maglioni in feltro bianchi che riportano l’illustrazione della Burning House in nero e rosso, quella che era la denuncia artistica della New York di David Wojnarowicz, la sua casa metaforica distrutta dall’inferno dell’aids, sono andate immediatamente in vendita per supportare, in collaborazione con P·P·O·W e con Estate of David Wojnarowicz, la raccolta fondi a favore di VisualAIDS, l’organizzazione di arte contemporanea fondata nel 1988 a sostegno degli artisti positivi all’HIV.
Vien spontaneo ora, appoggiare a degna conclusione e monito ottimista, anche un’altra citazione David Wojnarowicz, tratta dal libro, Close to the Knives: A Memoir of Disintegration: “If silence equals death, he taught us, then art equals language equals life.” (se il silenzio equivale alla morte, lui ci ha insegnato, allora l’arte equivale al linguaggio e così alla vita).
Renato Balestra, Celeblueation: l’arte della couture in mostra a Firenze
“Celeblueation”, appare quasi un enigma fonetico, una parola a suo modo elegante che sprigiona grazia intrigante: ma, se la contempli con l’orecchio ben agganciato al gusto, ne sciogli facilmente l’incastro per scoprire l’indizio prezioso che racchiude lì al centro, nel cuore. Proprio come uno scrigno che svela il suo tesoro.
Proprio come fosse uno splendente ricamo di suoni applicato a impreziosire il tessuto straordinario che si dipana nell’evento di cui è a titolo: “Celeblueation” è la mostra antologica di Renato Balestra, un viaggio intenso nella sua vita di couturier allo stesso tempo profondamente italiano e brillantemente internazionale.
Lì, nel cuore del titolo, c’è infatti il richiamo al celeberrimo “Blu Balestra”: la sfumatura speciale divenuta firma inconfondibile della maison, nonché fil-rouge d’amore spontaneo dello stilista per questa tinta e le sue suggestioni, che in tante forme han costellato le esperienze e le creazioni.
E che, per l’occasione, diviene luce splendente con cui la mostra dipinge i luoghi in cui è ospitata: ora è il turno di Firenze, dove l’iconico Blu Balestra illuminerà la facciata della Fondazione Zeffirelli dal prossimo 8 gennaio, fino al 2 febbraio 2020.
La mostra “Celeblueation” è, infatti, un evento itinerante: ha già distribuito la sua bellezza nelle tappe di Domodossola (Museo Civico di Palazzo San Francesco), Monza (Villa Reale), Napoli (Certosa e Museo di San Martino) e Forte dei Marmi (Fortino lorenese), ed ora, in occasione di “Pitti Immagine Uomo 97”, “Celeblueation” è accolta nella suggestiva sede della Fondazione Zeffirelli, più precisamente è immersa nella meraviglia della Sala della Musica, ovvero l’oratorio del complesso monumentale di San Firenze risalente alla seconda metà del Seicento, l’unica architettura completamente barocca di Firenze.
Un allestimento site specific prova di vera complicità tra moda e arte, un’alchimia che sublima l’esposizione che si compone di circa 300 pezzi tra bozzetti, disegni e abiti: ma che qui si amplia con un’inedita selezione di elementi che raccontano gli esordi di Renato Balestra, quando la sua grande passione per la pittura era ancora parte integrante dell’espressione creativa da cui nasceva la sua moda.
E che si unisce ad un’altra profonda passione, quella dedicata al teatro: in mostra saranno anche i disegni che Renato Balestra ha realizzato per le celebri opere teatrali come “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini, “Il Cavaliere della Rosa” di Richard Strauss, “La Turandot” di Giacomo Puccini, arricchita ora dalla sezione con le creazioni dei costumi disegnati per “Il lago dei cigni” messo in scena dal Teatro dell'Opera di Belgrado, una produzione per la quale, per la prima volta, Renato Balestra ha posto la sua talentuosa firma creativa anche sulle scene.
Moda e teatro, Balestra e Zeffirelli, un’alchimia che è stata anche un’onorevole amicizia tra loro: «Annuncio con grande entusiasmo – dice Renato Balestra - che la mia Celeblueation sarà esposta durante la 97a edizione di “Pitti Uomo” nella prestigiosa Fondazione Zeffirelli, a Firenze. Franco Zeffirelli è stato un grandissimo artista e anche un grande uomo. Ho avuto l'onore di essergli amico e la gioia di aver collaborato ai costumi di scena di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello. Ricordo quanta passione metteva nel suo lavoro e i suoi risultati così eclatanti. Grazie a “Pitti Uomo” quindi, e alla Fondazione del più grande Maestro del teatro, della cultura, vera gloria italiana; e un grazie particolare a Pippo Zeffirelli che ha creduto e collaborato a questa prestigiosa iniziativa».
“Celeblueation” è dunque la celebrazione di una vita dedicata all’arte della moda: un percorso nell’unicità raffinata dello stile Renato Balestra che nel tempo ha plasmato l’essenza raffinata del gusto Made in Italy riconosciuto e amato nel mondo, ha abbigliato anche grandi realtà italiane come Alitalia e il Senato della Repubblica, ha vestito di straordinarie opere sartoriali donne altrettanto straordinarie, regine, principesse, first lady, attrici e celebrità, tutte preziose amanti e testimoni dell’esclusiva arte della bellezza e alta sartorialità italiana creata da Renata Balestra.
Un omaggio al suo poliedrico talento creativo e all’eclettica personalità artistica che sin dagli esordi lo hanno reso un generoso creatore di bellezza vera, quella allacciata alle emozioni: e di quel lusso che, con la modestia delicata e colta che lo contraddistingue, secondo Renato Balestra nulla ha a che fare con il mero sfarzo, bensì è questione di buon gusto e glamour, di saper indossare il bell’apparire e le buone maniere come in una sinfonia che aspira alla perfezione.
Di dar vita al sogno attraverso la moda e vestirne la realtà ogni giorno.
Silvia Scorcella
Cividini limited edition: “Wow” di nome, di fatto e di effetto!
WOW!
S’intitola così la collezione capsula Cividini breve ma intensa, sia per natura progettuale del suo essere edizione limitata, sia perché in perfetta armonia con la brevità del nome che porta: incastonata, proprio perché assai preziosa, nella proposta dedicata alla prossima stagione calda p/e 2020.
E a battezzarla così la maison italiana ha tutte le ragioni pregiate, perché la capsule collection è un autentico condensato di tutte le qualità fondamentali che, in una storia d’amore per l’eccellenza lunga ben trent’anni di successo, hanno mantenuto costante l’entusiasmo consapevole dell’effetto Wow!
Ovvero dell’effetto meraviglia!
Che nel caso di Cividini nulla ha a che fare con lo stupore scatenato dalla spettacolarizzazione delle presentazioni in passerella, o con l’eccitazione sollecitata dalla perfezione instagrammatica degli styling patinati, o ancora con l’ammirazione per gli azzardi estetici intriganti degli stili da strada metropolitana.
La meraviglia che Cividini riassume e sublima nell’esclamazione WOW è tutta raccolta nella sua natura autentica di manifattura e creatività italiana: nei valori concreti e virtuosi che nutrono la grande bellezza garbata, ricca di delicatezza elegante e confortevole delle creazioni, e del processo artigianale in equilibrio sapiente tra tradizione e innovazione che alle creazioni Cividini da lunga vita sartoriale, e per questo anche sostenibile.
WOW! Suona così l’esclamazione di stupore concreto e appagante che meritano le t-shirt e i pull in jersey e maglia in collezione: capi per donna e uomo realizzati come il vero made in Italy insegna, attraverso le mani sapienti delle maestranze che modellano filati pregiati, e attraverso le mani abili degli artisti artigiani che ne hanno dipinto la superficie come fossero tele di pittori astratti. Veri capolavori d’arte da indossare.
WOW che meraviglia!
È questa l’emozione stupefatta che oggi rischia di esser dimenticata, laddove intrecciata alla qualità autentica e silente, ma per questo durevole nel tempo e nella bellezza oltre i trend così rapidi e volubili: è questa, perciò, l’emozione sorprendente che Cividini vuole ricordare, preservare e rinnovare, in particolare verso quei giovani d’oggi che meritano di riallacciare la consapevolezza verso l’autenticità italiana, raccontata con il loro stesso linguaggio per renderla meglio accessibile e più facilmente condivisa.
Con il linguaggio di una collezione limited edition che ad ogni nuova stagione racconterà un nuovo tema d’eccellenza attraverso il lessico di grafiche d’arte sempre inedite. Sempre WOW!
Silvia Scorcella