🌑Том Голд, "Лунный коп" 👮🏻 Милый, трогательный, немного грустный жизненный комикс. Хоть мы с вами живем не на Луне, как герои комикса, но ситуации, в которых они оказываются, очень применимы и для нас. Кажется, моё сердечко уже полюбило этот комикс, ибо за два дня я его прочитала уже дважды ❤️ Он небольшой, всего 94 страницы, много времени не отнимает, но оставляет приятное послевкусие. 5/5⭐️ __________________________ #nancy_читает #томголд #лунныйкоп #чтоячитаю #мирдолжензнатьчтоячитаю #книжныйотзыв #отзывокниге #книжныйчервь #книжныйманьяк #книжныйблог #книголюб #книгинашевсе #моикниги #чточитаешь #инстакнига #tomgauld #mooncop #books #mybooks #bookworm #bookblog #bookstagram #whatiread #instabook #instaread #booklover #booknerd #bookporn #readingtime #l4l (at Perm, Russia)
La Luna è stata per buona parte della storia umana la frontiera dell’irraggiungibile, il miraggio di ogni ambiziosa storia di fantascienza, l’oggetto di una corsa sfrenata a lasciare la propria impronta sulla storia. Poi qualcuno c’è arrivato davvero, ha piantato qualche bandiera, ha dato un’occhiata in giro e improvvisamente a nessuno è importato più granché; l’interesse per la Luna è scemato rapidamente e a nessun altro dei (pochi) programmi spaziali per visitarla di nuovo è stata data particolare attenzione mediatica. La venerazione per la povera Artemide è stata sostituita un po’ in tutto il mondo da quella per il fratellastro più bellicoso – chissà se anche lui si rivelerà una moda passeggera o se potremo davvero parlare dell’esplorazione di Marte in contesti diversi da quelli dei racconti di fantascienza, prima o poi.
In ogni caso, nonostante si possano ancora leggere un sacco di libri del periodo di massimo interesse per un ipotetico allunaggio che descrivono intere civiltà costruite sulla Luna, mirabolanti invenzioni per compensare le difficoltà dell’ambiente e affascinanti what-if (Arthur C. Clarke insegna), è raro imbattersi in storie che scelgono di parlare della colonizzazione lunare alla luce del disinteresse che aleggia oggi per questo satellite desolato: Mooncop, scritto e disegnato da Tom Gauld, sceglie di raccontare proprio questo.
Gauld è un fumettista, noto in Italia principalmente per le sue vignette comiche pubblicate sul Guardian e sul New York Times e riproposte da Linus, in cui scherza sul mondo dell’editoria, della scrittura o della ricerca scientifica; sono divertenti e molto caratteristiche, grazie al design spigoloso ed essenziale e ad un umorismo ricco di dialoghi ironici ma mai caustici o taglienti come la satira pubblicata sulle suddette testate. Gauld è sempre bonario nel prendere in giro certi archetipi letterari o le strane abitudini dello scrittore, ed è evidente che maneggia la letteratura di genere e i suoi cliché abbastanza bene da riuscire quasi sempre ad evidenziarne limiti e mancanze senza risultare pedante o sgradevole (qualità che condivide, tra i pochi altri, con lo scrittore più divertente di tutti i tempi: Terry Pratchett).
In Mooncop queste cifre stilistiche sono ben visibili, anche se il lato più scanzonato e scherzoso delle vignette di Gauld deve cedere il passo ad una sobrietà malinconica. Il Mooncop del titolo, un poliziotto senza nome, è uno dei pochi abitanti rimasti della prima e ultima colonia lunare costruita anni fa; nel corso della storia lo vedremo alle prese con i piccoli problemi di un qualsiasi vigile di una cittadina di provincia: un cane disperso, un’anziana signora da riaccompagnare a casa, un automa del Museo della scienza che vaga tra i crateri… Mentre seguiamo le peripezie del nostro protagonista ci rendiamo conto di un’ovvietà che nessuno dei personaggi esplicita mai ad alta voce, ma che pervade ogni pagina del racconto: la colonia sta morendo. A nessuno interessa rimanere sulla Luna, fredda, arida e inospitale, e piano piano anche gli ultimi residenti iniziano ad acquistare i biglietti per lo shuttle che li riporterà sulla Terra, dove potranno tornare da famiglia e amici e lasciarsi il sogno spaziale alle spalle.
La scelta di raccontare il lento declino della colonia in così poche pagine è molto felice: nessuna tavola è superflua, ogni conversazione tra il protagonista e gli abitanti della colonia ci aiuta a comprendere perché la Luna si sta svuotando. Noia, disinteresse, mancanza di opportunità si mischiano in un circolo vizioso per cui man mano che la Luna perde abitanti i rimanenti si trovano sempre più isolati e privi di servizi, svaghi e interessi; il cambiamento di prospettiva nei confronti della colonizzazione spaziale, che siamo ancora abituati a considerare una frontiera di nuovi inizi e sfavillanti possibilità, è al centro di tutte le vicende raccontate ed è chiamato in causa esplicitamente dalla frase riportata anche sul retro di copertina: living on the moon… whatever were we thinking? It seems so silly now. Il declino inarrestabile della colonia avanza ad ogni tavola, tra edifici abbandonati, coloni che salgono sullo shuttle del ritorno, robot malfunzionanti mai sostituiti, fino all’inevitabile conclusione – non c’è miracolo che possa salvare la Luna dalla desolazione.
Descritto in questi termini, può sembrare che Mooncop sia un fumetto deprimente: la lenta distruzione di uno dei sogni più ambiziosi dell’umanità, una roba da leggere giusto quando ci si sente troppo felici e in pace con il mondo. Invece l’aspetto più sorprendente e forse anche il più meritevole della storia raccontata da Gauld è quello di riuscire a non cadere mai nel patetismo strappalacrime, ma di avvolgere il lettore in una rassegnata malinconia che spesso e volentieri strappa persino un sorriso. Le disavventure che vive il poliziotto lunare, infatti – quasi tutte colpa della mancanza di manutenzione e dell’abbandono generale della colonia – sono certo sintomo di una infelice trascuratezza, ma sono raramente causa di pericolo o di situazioni davvero rischiose, e sono spesso talmente assurde e paradossali da risultare comiche: vedi il robottino psicologo che è talmente mal progettato per le condizioni di vita lunari che non fa che causare problemi al paziente che dovrebbe aiutare. L’atmosfera che si respira per tutto il fumetto non è di disperazione, ma di quieta rassegnazione per un mondo che sta svanendo: conviene allora usare il tempo a disposizione per godersi quei momenti di pace che rimangono prima che l’ultimo shuttle parta e che il sogno della colonizzazione spaziale sfumi per sempre. E alla fine, quando ci si trova a contemplare quello che resta dell’uomo sulla Luna, non possiamo non sorridere ripensando alla piccola vita, fugace ma serena, che i coloni sono riusciti a ritagliare anche dal fallimento.
Indubbiamente lo stile di disegno di Gauld è fondamentale per mantenere questo delicato equilibrio tra malinconia e solitaria tranquillità. La scelta di adottare una palette molto limitata – blu, azzurro e nero sono gli unici colori utilizzati – permette di far stagliare la Terra o le costruzioni lunari sullo sfondo nelle tavole più grandi, mentre tutti i personaggi hanno un design abbastanza distinto da non richiedere altri colori per distinguerli tra loro. Si tratta di un fumetto con un tratto distintamente minimalista, proprio come il resto della produzione del fumettista: poche semplici forme per tratteggiare tutti gli elementi, dalle rotondità soffici dei personaggi agli edifici squadrati; l’architettura della colonia, piena di insegne dai font spigolosi e finestre in punti strani, nella sua semplicità evoca bene il senso di solitudine e di alienazione del nostro protagonista, costretto a vagare in una città semi-abbandonata per recuperare cani e bambine sperduti.
La fantascienza retrò è sicuramente l’ispirazione principale, palese soprattutto nel design di computer e di robottini: c’è molto più Star Wars che Arrival in questi schermi pieni di manopole e cubi con le rotelle che emettono dei bzzt à la C1-P8 quando smettono di funzionare. Si tratta di una scelta decisamente azzeccata, considerando quando il sogno dell’allunaggio ha raggiunto il suo apice nelle storie di fantascienza; l’ambientazione di Mooncop è del tutto atemporale, ma non è difficile immaginarsela come uno scenario di storia alternativa in cui dopo i primi allunaggi è stato finanziato un gigantesco programma di colonizzazione spaziale finito male – c’è persino un Neil Armstrong androide, naturalmente mezzo rotto.
Insomma, Tom Gauld riesce a mettere in scena in nemmeno un centinaio di pagine una storia delicatissima che sorride bonariamente alle storie di fantascienza del primo Novecento e ai sogni di colonizzazione spaziale, parlandoci della capacità umana di trovare quiete e, perché no, anche motivo di divertimento nei gesti e nei rituali più semplici di fronte alla rassegnata malinconia della fine. E lo fa con dei robottini buffi che fanno pzunk. Che diamine state aspettando a leggerlo?
i don’t normally talk about my inktobers, but i feel i need to say i love tom gauld. his art and story telling is incredible. i’ve read a ton of his works and when i saw this week prompt was lunar i wasn’t sure what to draw. then looking at my bookshelf i saw mooncop. a great graphic novel, comic, by tom gauld. i knew what to draw, a tribute to that wonderful comic. i hope you all enjoy the tribute and check out the great comic.