C'era una volta una treccina.
L'ho avuta per 9 anni. Quest'anno, per le Vetrnætr - più precisamente a Samhain -, ho deciso di tagliarla via.
Per darci un taglio in tutti i sensi.
Era tanto sfibrata quanto pesante.
Portava con sé il peso di una vita che non sento più, di ricordi che si stanno sbiadendo come cicatrici, di scelte che non sono mai stato bravo a compiere, di un me che ho perso - che ha perso -, di una sofferenza non più velata, di un'insoddisfazione che non riesco più a contenere.
E mi manca.
Mi manca tutto quel peso, àncora e zavorra; quel peso che ho dovuto lasciar andare per non affondare nell'abisso, quel peso senza il quale ora mi sento paradossalmente uno dei naufraghi di Géricault, su una zattera di fortuna in mare aperto a lottare per la sopravvivenza.
All'inizio è stato difficile convivere con quell'assenza.
Era un mio elemento caratterizzante, racchiudeva abitudini, gesti precisi diventati ritualità inconsce. Col tempo, pian piano, le ho abbandonate.
O almeno è ciò che credevo.
Da qualche giorno, sovrappensiero, la cerco, la sposto, la sistemo… Ma lei non c'è. È stata chiaramente una mia scelta, ma ancora una volta non so se ho fatto la scelta giusta, ancora una volta non so cosa significhi giusta; ancora una volta mi grandinano addosso i se e i ma di un'incertezza che mi attanaglia.
E mi ritrovo ancora una volta lì: sulla soglia dell'esistenza in procinto di balzare verso il futuro come un maratoneta che sta per tagliare il proprio traguardo, ma con la testa sempre un po’ rivolta di lato per guardar di sottecchi ciò che c'è dietro, l'ultimo ostacolo, un avversario, un compagno di squadra… ciò che c'era.
Sono un simbolista.
Sono un nostalgico.
Sono tutto ciò che mi è rimasto.
« La zattera condusse i sopravvissuti alle frontiere dell'esperienza umana. Impazziti, assetati e affamati, scannarono gli ammutinati, mangiarono i loro compagni morti e uccisero i più deboli. »