Tutta la politica dell'emigrazione, fino ai provvedimenti fascisti del 1927, che praticamente vietavano l'uscita dal Regno risospingendo le masse contadine sotto il giogo degli agrari, fu del resto sostanzialmente ispirata alle medesime esigenze di difesa degli interessi di classe, di tempo in tempo camuffati sotto argomentazioni ora umanitarie, ora politiche, ora soprattutto economiche. Gli interventi statali, motivati dalla necessità di tutelare gli emigranti, e in primo luogo la cosiddetta Legge organica del 1901, non si allontanarono molto da questa impostazione. Constatata la impossibilità di frenare il crescente deflusso, tale legge cercò soltanto di sottrarre l'emigrato alle più sfacciate ed esose speculazioni, e in particolare agli arruolatori e agli agenti, più o meno clandestini, dei più banditeschi fra gli armatori di trasporti. In pratica: se l'emigrante trasse qualche beneficio della nuova regolamentazione, ben maggiori ne trassero, monopolizzando lo sfruttamento ed eliminando la concorrenza dei più piccoli, i grossi colonizzatori e i grossi armatori. E non è senza significato che ancora oggi proprio costoro siano fra i più validi sostenitori delle formazioni politiche di estrema destra, che portano invariabilmente nel programma un allargamento della politica migratoria e dei crediti relativi. Né minori furono le prospettive aperte alla burocrazia, cui fu demandata la disciplina della materia. Il banchetto fascista imbandito sulle spalle degli « italiani all'estero » non rappresentò che il punto di arrivo e di apoteosi di questa avventura burocratica, moralmente non meno deplorevole della speculazione privata. Comunque, sino alla dittatura l'emigrazione conservò il suo carattere originario di fenomeno popolare, promosso dalle masse diseredate del Sud, contro l'opposizione borghese. È naturale che i socialisti, quasi soli in tutta l'opinione politica italiana, appoggiassero il movimento. Ma ancora una volta l'analisi socialista, se distinse abbastanza chiaramente il bene dal male, non seppe diagnosticare la natura del fenomeno e inserirsi positivamente nella sua evoluzione. Nel giudizio dei socialisti, la reazione che l'emigrazione avrebbe provocato nella borghesia terriera meridionale, privata dei più vistosi e facili lucri, sarebbe stata indubbiamente positiva. Perduto il reddito agrario, la borghesia, e in particolare quella più minuta, non avrebbe infatti mancato di riscuotersi, pena la morte, e di organizzarsi in nuove forme produttive. Nella realtà, solo una parte di quanto predetto dai socialisti si avverò. La borghesia si riscosse, bensì, ma solo per gettarsi con doppia avidità sugli impieghi pubblici e sulle amministrazioni statali. Particolarmente in queste ultime si sviluppò, in coincidenza con le punte massime dell'emigrazione, una nuova fase della lotta fra alta e bassa borghesia, che si concluse con la vittoria della seconda e con la riduzione del peso degli aristocratici, già padroni di fatto dei comuni rurali. Intanto, mentre dietro le facciate delle sedi municipali dei paesi semi-abbandonati si svolgevano tali contese faziose e i vincitori facevano gustare i vantaggi del nuovo reggimento con un'accentuazione della pressione fiscale, gli emigranti si aprivano faticosamente la strada « in terra assai luntana ».
Riccardo Musatti, La via del Sud, Edizioni di Comunità, Milano, 1955; pp. 20-22.










