Le tre ninfe: Pestifera, Miciona e me.
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Le tre ninfe: Pestifera, Miciona e me.
Nel novembre del 1972, Nathan Lerner, un fotografo e designer che viveva a Chicago, aprì la porta della camera in 851 Webster Avenue in cui era vissuto per quarant’anni il suo inquilino Henry Darger. […] Non era stato facile farsi strada fra i mucchi di oggetti di ogni genere (gomitoli di spago, bottigliette vuote di bismuto, ritagli di giornale); ma, accatastati in un angolo su un vecchio baule, vi erano una quindicina di volumi dattiloscritti rilegati a mano che contenevano una sorta di romance di quasi trentamila pagine, dal titolo eloquente In the Realms of the Unreal. Come spiega il frontespizio, si tratta della storia di sette bambine (le Vivian girls), che guidano la rivolta contro i crudeli adulti Glandolinians, che schiavizzano, torturano, strangolano e sventrano le fanciulle. Più sorprendente ancora, fu rendersi conto che il solitario inquilino era anche un pittore, che per quarant’anni aveva pazientemente illustrato in decine e decine di acquarelli e pannelli cartacei lunghi a volte fino a tre metri il suo romanzo. […]
Quel che ci interessa in modo particolare è il geniale procedimento compositivo di Darger. Poiché non sapeva dipingere né tanto meno disegnare, egli ritaglia immagini di bambine da album di fumetti o da giornali e le ricalca con una velina. Se l’immagine è troppo piccola, la fotografa e la fa ingrandire secondo i suoi bisogni. L’artista viene così a disporre alla fine di un repertorio formulare e gestuale (variazioni seriali di una Pathosformel che possiamo chiamare nympha dargeriana) che può combinare come vuole (attraverso collage o ricalco) nei suoi grandi pannelli. Darger rappresenta, cioè, il caso estremo di una composizione artistica unicamente per Pathosformeln, che produce un effetto di straordinaria modernità. […]
Come ogni vero artista, egli non voleva però semplicemente costruire l’immagine di un corpo, ma un corpo per l’immagine.
La sua opera, come la sua vita, è un campo di battaglia il cui oggetto è la Pathosformel “ninfa dargeriana”. Essa è stata ridotta in schiavitù dai malvagi adulti (spesso rappresentati in veste di professori, con toga e berretto). Le immagini di chi è fatta la nostra memoria tendono, cioè, nel corso della loro trasmissione storica (collettiva o individuale), incessantemente a irrigidirsi in spettri e si tratta appunto di restituirle alla vita. Le immagini sono vive, ma, essendo fatte di tempo e di memoria, la loro vita è sempre già Nachleben, sopravvivenza, è sempre già minacciata e in atto di assumere una forma spettrale. Liberare le immagini dal loro destino spettrale è il compito che tanto Darger che Warburg - al limite di un essenziale rischio psichico - affidano l’uno al suo interminabile romanzo, l’altro alla sua scienza senza nome.
Giorgio Agamben
"Hylas and the Nymphs" (1896) by John William Waterhouse.
Le ninfe mentre ascoltano i canti di Orfeo
C. Jalabert
Francois Girardon, Apollo servito dalle Ninfe, particolare
Pensare che, secondo alcuni critici, Monet nel dipingere i diversi quadri delle ninfee sia stato colpito dalla “follia” delle ninfe greche è alquanto affascinante. Una figura mitologica che viene utilizzata come spiegazione di una “mania” o passione di un pittore dimostra che la cultura greca non è poi così morta come si dice.
@chesaporehalavita
La potenza stessa è atto, [e] è l’atto della piega.
La statua di Santa Cecilia risponde pienamente ai tre aspetti fondamentali della piega barocca individuati da Deleuze nel suo libro. Il primo è lo stiramento - “un massimo di materia per un minimo d’estensione” (…). Il secondo è l’intensificazione, aspetto già colto da Warburg nei panneggi rinascimentali: “In tutti questi casi, le pieghe delle vesti acquistano autonomia, ampiezza, […] per esprimere l’intensità di un’energia spirituale che si esercita sul corpo, sia per rovesciarlo, sia per rialzarlo o per elevarlo, ma sempre per rivoltarlo e per modellare il suo interiore.
Idea, o finzione teorica, affascinante: qual dispiegamento tessutale è, in sostanza, nient’altro che il volto visibile di una grande modellatura d’interiora? Comunque sia, il rapporto stabilito da Deleuze tra l’estensione e l’intensità finisce col fissare un terzo aspetto della piega: l’inerenza. La piega “è un viluppo d’inerenza; […] ciò che è piegato è l’incluso, l’inerente. Pertanto, conclude Deleuze, “ diremo che ciò che è piegato è solamente virtuale e non esiste effettivamente che in un inviluppo, in qualcosa che l’inviluppa”.
Georges Didi-Huberman
Benché siano entrambe le cose, cioè spirito e uomo, non sono tuttavia né l’una cosa né l’altra. Non possono essere uomini, perché si muovono come spiriti; non possono essere spiriti, perché mangiano, bevono e hanno carne e sangue (…). Sono quindi creature particolari, diverse dalle prime due e formate da una sorta di mistione della loro doppia natura, come un composto di dolce e di aspro o come due colori in un’unica figura. Si deve ribadire, però, che, pur essendo in un certo modo tanto spiriti che uomini, non sono né l’uno né l’altro. L’uomo ha un’anima, lo spirito ne è privo. Queste creature sono entrambe le cose e tuttavia non hanno anima; ma nemmeno sono, per questo, spiriti. Lo spirito, infatti, non muore; la creatura muore. Nemmeno è come l’uomo, perché non ha anima. È dunque un animale, e, tuttavia, più che animale. Muore come gli animali, ma il corpo animale non ha, come lui, una mente. È dunque un animale che parla e ride come gli uomini (…). Cristo è nato e morto per coloro che hanno un’anima e sono stati generati da Adamo. Non per queste creature, che non provengono da Adamo: pur essendo in qualche modo uomini, mancano di un’anima.
[…] Sono un popolo di umani, che muoiono, però, con le bestie, camminano con gli spiriti, mangiano e bevono con gli uomini. Muoiono come animali, senza che nulla rimanga di essi. La loro riproduzione è simile a quella umana… e tuttavia non muoiono come gli uomini, ma come il bestiame. Come ogni carne, anche la loro carne si corrompe (…). Nei costumi, nei gesti, nella lingua, nella saggezza sono perfettamente umani; come gli uomini, virtuosi o viziosi, migliori o peggiori (…). Vivono con gli uomini sotto una legge, mangiano l’opera delle loro mani, tessono per sé vesti che indossano come gli uomini, usando della ragione e governando le loro comunità con giustizia e saggezza. Benché siano animali, hanno l’umana ragione - solo sono privi dell’anima. Per questo non possono servire Dio né camminare nelle vie del Signore.
[…] non soltanto appaiono agli uomini, ma hanno commercio sessuale (copulatae coiverint) con essi e generano dei figli. […] Ciò può essere provato con molti argomenti, in quanto, pur non essendo eterne, si uniscono con gli uomini e lo diventano - cioè acquistano, come gli uomini, un’anima. Dio le ha infatti create così simili e conformi agli uomini, che nulla si potrebbe pensare di più somigliante. Ma vi aggiunse il miracolo di privarle dell’anima. Ma unendosi agli uomini in stabile unione, allora questa unione conferisce loro un’anima (…). È chiaro, dunque, che senza gli uomini sarebbero animali, come gli uomini senza il patto con Dio sarebbero nulla (…). Per questa ragione le ninfe ricercano gli uomini e spesso si accoppiano in segreto con essi. […] E come abbiamo detto che l’uomo è un’immagine di Dio, plasmata secondo la sua immagine, così si può dire che queste creature sono le immagini dell’uomo, formate secondo la sua immagine. E come l’uomo non è Dio, anche se fatto a sua immagine, così queste creature, pur essendo create a immagine dell’uomo, rimangono quali sono state plasmate, come l’uomo rimane tale quale Dio lo ha creato.
Paracelso
La storia dell’ambigua relazione fra gli uomini e le ninfe è la storia della difficile relazione fra l’uomo e le sue immagini.
Giorgio Agamben