«La stazione, si dice, è un'assenza geografica, un punto dove l'identità sveste i panni. Eppure, non chiamiamo mai "non-luogo" un posto senza che l'anima vi abbia già gettato un filo d'oro, una radice sottile. Tra il luogo e il suo eco negato si gioca una partita a scacchi, mai vinta, dove la sola posta è questa: quanti di noi stessi possiamo permetterci di essere, qui, ora?
Il non-luogo ha la fretta del lampo che non si ferma, è il tempo affamato dell'attesa senza figura. Il luogo, al contrario, è la manciata di terra che portiamo in tasca, la forza testarda che ci costringe a presentificare - a far stare in questo esatto respiro ogni cosa che siamo stati.
Noi siamo debitori alla memoria come all'acqua che disseta. È lei che ci insegna ad accogliere l'istante, non come un muro ma come un presagio, la promessa sfolgorante di ciò che, nel battito successivo, potremmo diventare. Sii folle di questo momento, infatuati del suo baleno, proprio come si fa con una rosa: la guardiamo, già sapendo che è soltanto un petalo di un ricordo nascente.
Sono tornato, dunque, in questa città sabauda, che è un poco la capitale della nebbia e del cuore. I nomi, vedi, sono i primi maghi: tessono l'aria e, nel vuoto del passaggio, fabbricano un paesaggio, una geometria dolce dove riposare lo sguardo.
La stazione di Porta Nuova è una cattedrale di vento, quasi muta. Ho cercato il punto esatto in cui il mio viaggio doveva compiersi - il suo viso. Il mio sguardo, abituato a trovarla nel tremolio dell'aria, ha toccato soltanto l'aria vuota.
Lei non c'è. L'assenza ha un nome di donna e ha vinto il luogo»
(Sosio Giordano)

















