La sera sentivo l’assenza di Romi come una fitta lancinante ai muscoli di petto e braccia. Forse non era tanto l’assenza di Romi a farmi male, quanto l’assenza della convinzione che un giorno sarei potuta diventare, come lei, premurosa e devota. Si può nutrire un amore che non sia autoreferenziale? E in che fase della vita si è capaci di un sentimento del genere? In assenza di Romi, ogni riparo era stato abbattuto, non solo quelli in cui già vivevo ma ogni rifugio in lungo e in largo, ogni possibile stanza calda e accogliente del mio mondo, e nessuno di quei ripari sarebbe più stato ricostruito sino alla fine dei miei giorni. Romi mi aveva lasciata perché ero egoista – incapace di amare con generosità. Ennesima prova: volevo che le capitasse qualcosa di brutto, ma non troppo brutto. Che la metropolitana che prendeva per andare al lavoro avesse ogni giorno un’ora di ritardo bloccandosi in una galleria sotto il fiume. E anche ammesso che Romi non fosse così buona come avevo pensato, che fosse fallibile come tutti noi, questo in che modo poteva consolarmi? Rappresentava soltanto la fine di un sogno avuto un tempo, un sogno di un amore altruista e disinteressato.





