Virtus Bologna - AS Monaco: 77-75 (Eurocup 2019/10/31)
un secondo di Milos Teodosic
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Live Report: Editors - PalaDozza, Bologna, 29 novembre 2018
Live Report: Editors – PalaDozza, Bologna, 29 novembre 2018
Un telo scuro raffigurante la copertina di Violence, l’ultimo (e sesto) album degli Editors, è stato la scena di un concerto che scorderemo difficilmente.
Andy Burrows – PalaDozza, Bologna, 29 novembre 2018 – Foto di E. Birardi
L’atmosfera è già calda e gioiosa dalle ore 20, ovvero quando il cantante inglese Andy Burrowssuona qualche canzone in apertura. L’artista viene accolto con grande…
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Reduci dal sold out estivo di Torino all’interno del ToDays Festival, gli Editors sono tornati anche per l’autunno, in data unica, al PalaDozza di Bologna. Ad aprire il concerto l’ex Razorligh Andy Burrows. Per noi c’era Eleonora Birardi, questo è il suo racconto fotografico
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Photogallery: Editors – PalaDozza, Bologna, 29 novembre 2018 Reduci dal sold out estivo di Torino all’interno del ToDays Festival, gli Editors sono tornati anche per l'autunno, in data unica, al PalaDozza di Bologna. Ad aprire il concerto l'ex Razorligh Andy Burrows. Per noi c'era Eleonora Birardi, questo è il suo racconto fotografico
#paladozza #fortitudo #playoff #basketcity #bologna #fossa (presso Land Rover Arena)
L'abbiamo vinta noi !!! #fortitudobologna #granderagazzi #finoallafine #diecileoni #xamoresoloxamore #paladozza #12 #gara4 #oratuttiabrescia #emozionepura #abolognanonsifesteggia
A Bologna non si passa !!! #gara3 #fortitudobologna #granderagazzi #finoallafine #diecileoni #xamoresoloxamore #paladozza #12 #lovestyle #alwaystogether #siamsemprequa
editors+florence and the machine [parte uno]
Editors e Florence+ the Machine nel giro di 22 giorni. Due band così diverse che sento così vicine nonostante le differenze musicali. Sarà che i rispettivi cantanti sono due sciamani, due stregoni della musica, chissà. Florence è l’artista che ho conosciuto in un periodo particolare, brutto e buio (a sentirmi parlare sembrerebbe che la mia vita è un unico periodo di merda, lo so), quando la vera me stessa ancora faceva fatica ad uscire fuori, quando... quando le cose proprio non andavano. “It’s hard to dance with a devil on your back so shake him off”... Florence è l’acqua, i mari e gli oceani, è Virginia Woolf, è l’arte pre-raffaelita.. è tutto ciò che mi piace, che mi ispira, che mi motiva. Non è solo la risposta, la sua musica è la domanda che giace silenziosa nella testa. Non sai esprimerla, non trovi le parole... ma ci sono i suoi versi ad aiutarti. Florence è stato il mio primo tatuaggio, un monito che ho giurato di ricordare sempre quando le cose vanno male (almeno ci provo). Non sono in grado di descrivere quanto significhi per me la sua musica, anzi la loro musica, perché amo ogni membro della Machine con tutta l’anima. E poi gli Editors. Li ho conosciuti più tardi rispetto a Flo, grazie a Simo (non l’avessi mai fatto). E ancora mi mancano le parole, mi sento un’incapace quando si tratta di parlare dell’importanza della loro musica. Le musiche che negli album spaziano in più direzioni, egregiamente tra l’altro, i testi che sono pugnalate al cuore e la magnifica voce di Tom. Quella voce che ti stringe alla gola, quanto è gloriosa? Gloriosa, si. Nonostante la differenza abissale di genere tra le due band, le amo nello stesso e identico modo (Quando mi è stato chiesto chi preferissi mi sono sentita come quando da piccola mi chiedevano “A chi vuoi bene di più? A mamma o papà?” e il panico iniziava a salirmi). Sarò ripetitiva, ma la loro musica è quella di cui ho bisogno quando ho bisogno di sentirmi compresa, o confortata, quando sento il bisogno di dedicarmi solo a me stessa... sono le band che ho deciso di tatuare sulla pelle, lì per sempre.
Il tempo ad un certo punto è iniziato a volare, nel frattempo io ho finalmente iniziato l’università tra timori e ansie, e le cose sono andate abbastanza bene nonostante gli alti e i bassi. Arriva la settimana del concerto degli Editors. Qualche giorno prima stavo camminando sul corso Vittorio Emanuele, passando accanto ad uno studio di un tatuatore. Torno indietro e prenoto la canzone che rimbomba nella mia mente da mesi. Due giorni dopo “No Harm” è incisa sulla pelle, e ne sono soddisfattissima. Arriva il 27 novembre, finalmente. Nonostante lo sciopero dei treni il viaggio fila liscio. Arrivo alla stazione di Bologna, un vero e proprio labirinto, a tratti ho il timore di uscire da lì direttamente a notte fonda. Ma ne esco viva e, dopo sei mesi dalla JIB, rivedo Simona. Sono così felice. Subito iniziamo a dire cazzate varie e ridere come due deficienti, chiediamo informazioni per arrivare in centro (inizialmente ci aggreghiamo ad un ragazzo carinissimo, poi lui si è allontanato poiché probabilmente l’abbiamo spaventato). Posiamo le cose al b&b rischiando la morte, causa il very creepy as fuck ascensore del palazzo, largo 1x3cm in tutto, tutto scricchiolante che manco nei peggio film horror. Visitiamo il carinissimo centro di Bologna, poi cerchiamo il Paladozza per renderci conto di quanto è lontano dal b&b. Dopo aver chiesto informazione a chiunque (sento ancora i fulmini che sono partiti quando un ragazzo ci ha detto “ma è lontanissimo, bisogna prendere l’autostrada” scambiando il Paladozza per l’Unipol) facciamo un giro di ricognizione, l’adrenalina si fa sentire. Però si fa sentire pure l’influenza della povera Simona che, anche se vive nel profondo nord, sopporta il freddo peggio di me che vivo in Terronia. Decidiamo così di tornare in camera per scongiurare il peggio, mangiamo dei marshmallow al sapore d’aria, ridiamo tantissimo,pigliamo il take away al Mc e mangiamo nel letto come delle barbone. Ridiamo tantissimo, anche se la povera Simo lo fa tra uno starnuto e l’altro. Guardiamo i video degli ultimi live degli Editors, tra una chiacchiera e l’altra ci addormentiamo. Il mattino seguente la sveglia suona presto. Doccia veloce e ci avviamo. Ci fermiamo a comprare una confezione di fazzoletti e qualcosa da bere e poi arriviamo al palazzetto. Ci sono solo un paio di persone ad aspettare fuori. C’è un sole bellissimo, nonostante l’aria fresca. Mi siedo sulle scale, sto cercando di realizzare che sono lì, siamo insieme lì, e ci separano poche ore dallo show. Vado a comprare ‘La settimana enigmistica’ per passare un po’ di tempo. Io e Simo iniziamo a compilare le caselle, mentre le persone intorno a noi, povere, subiscono le nostre risatine. La gioia è incontenibile. Le prime ore vanno via veloci e il freddo inizia a dare filo da torcere anche a me. Le ventate gelide mi mandano in fiamme gli occhi e ormai non sento più i piedi, cosa che mi preoccupa perché so che ad un certo punto dovrò correre. Il cielo si tinge di blu scuro e il fazzoletto di città attorno a noi si illumina. E’ arrivata l’ora di mettersi in fila, la folla ora è tanta. Noi siamo a pochi metri dall’entrata. Io e Simona qualche ora prima, siccome siamo le signore supreme dell’ansia, avendo paura di perdere tempo ai controlli, buttiamo tutto ciò che abbiamo con noi: cibo, acqua, una confezione intera di fazzoletti, il giornale... avendo già preventivamente lasciato le borse in stanza, infiliamo lo stretto necessario nelle tasche a disposizione. Gli addetti aprono le porte, iniziano i controlli. Un paio di persone a noi scorrono veloci, tocca a me, mostro il biglietto e apro la giacca per farmi controllare. “Puoi andare”. I piedi intorpiditi sono andati, riesco a stento a muoverne le dita, ma cerco di correre sapendo che Simona è dietro di me. Appena entro nel parterre mi accorgo che il palco, e quindi la transenna, è proprio posizionata all’entrata. Mi bastano pochi passi e tocco quel meraviglioso pezzo di ferro gelido. Mi giro, c’è Simona che viene di me sorridendo. Ci abbracciamo, è fatta. Anche se in tutta la giornata ho bevuto più o meno mezzo bicchiere d’acqua, se non mi sento più i piedi ormai assiderati, so già che ne è valsa la pena. Aspettiamo che il palazzetto si riempa, e così succede. E’ l’ora della band di apertura, i Jonathan, non sono male. Le chitarre fanno ribollire l’adrenalina che nell’attesa si era assopita. Tra l’altro i chitarristi sono tanto carucci. I Jonathan ci salutano. Le luci si abbassano. Lo stomaco si contorce, il battito del cuore accelera. “Sta succedendo” penso. Duecentoundici giorni di attesta ed eccomi lì.
Parte l’into di No Harm, urlo insieme agli altri. Poi però non riesco più neanche a muovere le labbra. Resto in silenzio, la band è sul palco, l’ultimo ad entrare è Ed. Mi manca il respiro. Resto immobile, con la mano a coprire la bocca spalancata, perché ho il terrore che tutto quello non sia reale. Ma lo è. No Harm live è addirittura più bella. L’effetto è amplificato.Ti scivola sulla pelle, è una ninna nanna, un’ipnosi sfumata di bianco e nero, il falsetto di Tom è così perfetto che viene da chiederti se tutto quello davvero non è un sogno. No Harm è l’immersione nel sogno. Un’immersione che è lenta, ma va in profondo, ti tocca le corde dell’anima e le fa vibrare. L’immersione è completata, ritorno a galla, non è un sogno, la band è lì. Sugar e finalmente urlo, e tanto (povero ragazzo di fianco a me, ti chiedo scusa chiunque tu sia), mi libero dal carico di emozioni che porto da un paio di giorni. Gli “oooh oooh oooh” dell’intera platea, che accompagnano quelli di sua Meastà Tom Smith, mi fanno venire i brividi. Salto, nonostante i piedi pronti per il reparto surgelati. Mi scateno come non mai. La sensazione di libertà deve essere quella. Life is a fear. Una delle mie preferite in assoluto, sono in estasi. “Swimming to me trough a dream” accompagnata dai movimenti sciamanici di Tom mi stringono il cuore (è una delle immagini che ancora adesso fatico a mandare via dalla testa). Blood, An End Has A Start. Stanno provando ad uccidermi? Su AEHAS sento le urla di Simona, sorrido, sono così felice che sia insieme a me. Forgiveness, All Sparks, Eat Raw Meat=Blood Drawl. Si, sono ancora viva.La gola inizia a bruciarmi, ma ignoro completamente la cosa. The Racing Rats.Formaldehyde Salvation. Bones.
No. Per un momento penso che sta passando tutto troppo in fretta. Smokers outside the hospital doors. Acustica, una pugnalata al cuore. So che per Simona ha un valore speciale quella canzone. E anche per me. Penso inevitabilmente all’operazione di mamma, di quanto è stato brutto quel periodo, ma anche di come, tutto sommato, le cose ora vanno bene. Stringo la spalla di Simona. Il pubblico canta con un filo di voce insieme a Tom. Magia pura. Bricks and Mortar che live è una bomba. All the Kings. L’altra mia adorata di “In Dream”. Mi ricordo di chiamare Sara, perché anche lei è con me dopotutto, anche se è giù a Napoli. “Send me to Venus, Send me to Mars”, ed è infatti un viaggio nello spazio. Il battito nel cuore in quel momento non è da solo, però. A Ton of Love. Munich. Nothing.
La band lascia per qualche secondo il palco. Simona mi chiede “Oh ma tutto apposto?” Si, va tutto alla grande, anche se sta per terminare. Tornano i ragazzi. Sono stati grandiosi, meravigliosi, superlativi. Tutti. Anche Elliott e la sua inciampata. Russell è grandioso, impossibile non fare casino con lui che ti trascina. Ed che si alza in piedi, Nick, tutto e tutti. Ma non è ancora finita.
Ocean of Night. Anche qui scende qualche lacrimuccia, inevitabile. “This is your chance to transform” mi avvolge, dolcemente. Mi conforta. Papillon. Delirio essenziale e puro. Una scarica elettrica lunga otto minuti. Quanto avevo sperato di sentirla live durante le notte insonni in giro su Youtube. Finalmente posso alzare anche io le mani alla richiesta di Tom. Marching Orders. Perfetta per concludere uno show perfetto. Le lacrime che cerco di trattenere mi offuscano un po’ la vista. These are the doubts we cling to.. Lo so, Tom. Lo so, ma non so mai come dirlo, non so mai trovare le parole giuste. Tu, voi, lo fate ogni volta.
I ragazzi ci salutano. Sono morta dentro. Io e Simona torniamo al b&b dopo una meritata sosta al McDonald, tra la tristezza che è pronta ad arrivare e il resto dell’euforia ancora non smaltita. Quando lasciamo la stanza è mattino presto, Bologna non è ancora completamente sveglia. Nel tragitto passiamo davanti la vetrina di uno studio fotografico. C’è una foto di Tom lì, io e Simona ci immortaliamo con lui in un impagabile selfie. Dopo aver speso 30 minuti a scendere le dannate scale della stazione e dopo aver bevuto il peggior cappuccino della mia vita ci salutiamo. Non siamo troppo tristi perché sappiamo che tra 20 giorni ci rivedremo, ma quel pizzico di malinconia si fa sentire. Senza di lei non sarei lì, non avrei conosciuto neanche la band forse. Abbiamo condiviso tante belle cose. E’ sempre bello vivere queste tempeste di emozioni con qualcuno al tuo fianco, qualcuno a cui vuoi bene. Il ritorno in treno lo passo ascoltando a tratti le loro canzoni per cercare di non piagnucolare in treno. Vorrei poter scrivere di più, ma 1) mi bruciano gli occhi dal sonno 2)non credo di esserne capace, come ho spesso ribadito. Questo è solo una sintesi di tutto ciò che ho provato in quei giorni, una sintesi grezza, scritta però per necessità. Avrei voluto scriverla prima, ma il concerto di Flo a poca distanza e l’esame incombente mi hanno reso difficile davvero concentrarmi a soffrire (semicitando il mio adorato Massimo Troisi). Non mi resta che aspettare la prossima data di questa fantastica band. Ci sarò, insieme a Simona, alle persone con cui ho scambiato una parola, o solo uno sguardo. Ci sarò perché in questi momenti mi sento davvero bene, anche con me stessa, cosa che ha dello straordinario. Mannaggia agli Editors mannaggia.
(Seconda parte, ovvero il concerto di Florence, in arrivo)
PS: Se questa cosa è scritta con i piedi, come si suol dire, perdonatemi. Ho sonno, sono emotivamente instabile e ho un problema con i tempi verbali.