Alla fine, siamo ciò che mostriamo di essere agli occhi degli altri. O almeno, così si dice.
In questa mattina mutevole, con un cielo che alterna squarci di azzurro a nuvole capricciose e le mie speranze che oscillano allo stesso ritmo, cammino senza fretta. Indosso un paio di sneakers nere, nuove di zecca, comode e perfette per la passeggiata. Sono di marca, ma non è questo che conta ma la sensazione di leggerezza che mi regalano a ogni passo.
Lungo il percorso, mi fermo sotto un frassino in fiore. Alzo il naso all’insù, incantato. I suoi rami carichi di boccioli mi ricordano il dipinto di Vincent van Gogh, Ramo di mandorlo in fiore, che amo profondamente. Van Gogh lo dedicò al nipote, figlio del fratello Theo, e quel pensiero mi scalda il cuore. Non so quanto tempo resto lì, perso nella contemplazione. Oggi è un giorno sospeso, incastrato tra una ricorrenza di resurrezione e una di liberazione, e non ho fretta. Mi prendo tutto il tempo del mondo.
La mia quiete è interrotta da una voce squillante. «Che guardi?» mi chiede un bambino, con un tono deciso, quasi sfacciato.
«Non lo so» rispondo, sincero, con un sorriso.
In quel momento, una donna – presumo sua madre, dai modi spicci e familiari – lo afferra per mano. «Non disturbare le persone che non conosci!» gli dice, trascinandolo via. Mentre si allontana, la donna, mi lancia un’occhiata perplessa, come se io fossi un tipo strano. Forse perché, senza accorgermene, ho le mani congiunte dietro la schiena, in quella posa da umarell che osserva il mondo con calma. Un umarell degli alberi, incantato dai rami in fiore. Forse sembro davvero un po’ fuori posto.
Riprendo a camminare e mi ritrovo in un grande complesso residenziale, in una zona semi centrale della città. È un microcosmo di palazzi, uffici, studi professionali e negozi, con un superstore Esselunga che attira frotte di persone e una biblioteca al primo piano di un edificio. Attraverso una finestra opaca, sporca di polvere, intravedo scaffali colmi di libri. Aguzzo la vista, cercando di distinguere i titoli, ma è inutile. Quel vetro mi riporta indietro, a quando ero bambino e vagavo nella biblioteca del mio paese. Sfogliavo libri di avventura, di natura (i dinosauri erano i miei preferiti) e di storia. Leggevo qualche pagina, ma presto la mia fantasia prendeva il sopravvento e le parole si trasformavano in scene vivide, con suoni e colori che si animavano nella mia testa.
Un ragazzo con uno zaino mi riporta al presente. «Salve, se vuole entrare in biblioteca, l’ingresso è dall’altro lato», mi dice gentilmente. Lo ringrazio con un sorriso, ma declino l’invito. È stato un gesto cortese o mi ha preso per un anziano in difficoltà? Decido che le mani dietro la schiena sono una pessima abitudine. Da quando ho iniziato a fermarmi a osservare così?
Poco più avanti, noto un gradino alla base di una colonna. Non ne capisco l’utilità, non ha valore architettonico né, credo, strutturale. Di solito, quel gradino è occupato da qualche questuante, che lo usa come appoggio per chiedere l’elemosina ai passanti frettolosi. È lucido, consumato dallo sfregamento di chi vi si è seduto nel tempo. Per curiosità, mi ci siedo anch’io, cercando di immaginare cosa si provi a stare lì, in mezzo a mille sguardi distratti, chiedendo un po’ di attenzione o di aiuto.
Anche stavolta, i miei pensieri vengono interrotti. Un’anziana signora, mossa da un impulso di generosità, mi porge una moneta da due euro: «Tenga, si prenda un caffè» mi dice. Non avevo le mani dietro la schiena, lo giuro! La ringrazio, imbarazzato, e rifiuto con garbo il suo gesto gentile scattando come una molla da quel gradino lucido.
Riprendo il cammino, diretto allo studio del mio medico. Devo farmi prescrivere dei farmaci, quelli che mi aiutano a tirare avanti in questa vita. A pochi passi da me, un piccione mi segue con insistenza. Lo ribattezzo ImPiccione. Spera che sia un cliente del panificio lì vicino, pronto a condividere qualche briciola di pane caldo. Ma non ne ho. Gli spiego, a bassa voce, che le briciole non sono salutari per un volatile come lui. Se quella madre di prima mi vedesse ora, mentre parlo gesticolando a un piccione, probabilmente confermerebbe la sua prima impressione: sono decisamente un tipo strano.
Alla fine, è vero: siamo ciò che mostriamo agli occhi degli altri. Ma spesso gli altri fraintendono i nostri gesti, le nostre intenzioni. E allora, forse, smetti di preoccuparti di sembrare qualcosa e cerchi solo di essere invisibile, per non essere giudicato. O forse, semplicemente, continui a camminare, con le tue sneakers nuove, sotto un frassino in fiore, parlando a un piccione che non capirà mai.
Allego foto del frassino, della finestra, del gradino e del mio amico "ImPiccione".