Forse sono un po’ stanca, non più del dovuto, anche se è difficile definire “il dovuto”, visto che la soglia, progressivamente, si alza sempre di più e il carico da sopportare corrode, logora, sfinisce, per poi lasciarti stesa, mezza morta, al suolo, a contare le tue ferite, come se nulla fosse successo.
Effettivamente nulla è successo.
Sono un po’ stanca, non più del dovuto, eppure il cervello è plastico, si adatta ad ogni situazione, non è vero che i neuroni sono contati, che li perdiamo solamente, nella zona ippocampale e subventricolare continuano a generarsi, la “neurogenesi” è una parola bellissima, il mio cervello è plastico e giovane e potrebbe aiutarmi a compensare un trauma, il mio cervello è plastico e giovane e l’apprendimento e l’esperienza ambientale lo modificano, lo fortificano, lo irritano, lo rendono più ansioso del dovuto, il mio cervello è plastico e io sono stanca, ma non più del dovuto.
Ho le mani legate, dietro la schiena, non so scrivere altro, solo il mio nome, legato ad un’incertezza, solo un nome come tanti, che l’avrai sentito pronunciare un milione di volte, che non ha niente e che non ho nulla di speciale, da dire, da scrivere, allora non scrivo più nulla, ho le mani legate, dietro la schiena, il mio cervello è plastico ed io non lo posso tollerare, perché io non so sopportare l’urto ambientale, al suo stesso modo.
Il dolore che ti pervade è pesante, lo senti, pesa sulla tua schiena, ti fa mancare il fiato, ti rende stanca (più del dovuto, almeno a me ammettilo) e ti lascia a terra, mezza morta, a contare le tue ferite, come se nulla fosse successo.
Effettivamente nulla è successo.
I nocicettori permettono di segnalare al cervello una sensazione di dolore, che il cervello elabora, che il cervello ti fa provare, eppure il cervello non ha i nocicettori, esso non sente dolore, esso non conosce nessuna pesantezza, nessuna sensazione di malessere, eppure la organizza, la integra con i dati raccolti dalle tue esperienze passate e ti fa sentire a pezzi, mezza morta, per terra, al collasso, a contare le tue ferite, tra il pianto, come se nulla fosse successo.
E se la domanda fosse errata?
Ci hai mai pensato?
Tutto è perfetto nel contesto in cui è inserito: anche tu, anche io, anche il cervello (fuori dal contesto le cose non funzionano così bene, bisogna farsene una ragione).
E il cervello è plastico: la neurogenesi ippocampale è meravigliosa.
E il cervello è plastico: si adatta all’ambiente in cui vive.
E il cervello è plastico: interpreta il dolore che non sente.
Forse è ora di cambiare domanda.
Forse è ora di ammettere di essere stanchi, più del dovuto, di chiudere gli occhi, respirare, smetterla di contare le ferite e andare avanti: il cervello è un meccanismo perfetto solo nel contesto in cui tu l’hai inserito.
Il corpo fa quello che il cervello vuole: allora è ora di andare avanti.
Il cervello è plastico: il dolore esiste solo per la connotazione emotiva che tu gli hai attribuito.
E io non sento niente: ho scritto il mio nome su tutta la mia pelle, io mi appartengo.
Ricomincio da qui: io sono plastica, mi adatto ad ogni circostanza (non sento più nemmeno la stanchezza, il dolore esiste solo se io mi piego e gli attribuisco l’importanza che non merita per niente).