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In una nazione così popolosa come la Cina sin dall'antichità due pericoli ineluttabili, la fame e le guerre, sono stati sempre in agguato. Di fame sono morti milioni di persone. Alle stagioni fertili si sono alternate con maggior frequenza le stagioni di scarso raccolto. A dire il vero negli anni di carestia 1959-1961 i morti furono molto meno numerosi delle volte precedenti, ma anche nel 1966 ho visto persone che non avevano mai mangiato fino a saziarsi. In Cina la fame è terribile e ognuno comprende che qui può esserne vittima. Fino dai tempi più antichi la difesa dalla fame era una sola: entrare nel servizio statale. Il soldato, il funzionario e l'impiegato sono sempre sazi e abbigliati fino a quando mantengono il loro posto: per questo il posto non si lascia tanto facilmente! E non è neppure del tutto esatto definire come carrierismo l'agitazione dei giovani: più che altro è istinto di conservazione. Ma nel Paese adesso non si fa niente per rendere più facile la vita del popolo. Le magre risorse vengono assorbite interamente dagli armamenti nucleari. L'edilizia popolare e il credito agricolo sono fermi. Il primitivo lavoro manuale dei contadini non viene alleggerito: essi anzi vengono spremuti fino in fondo per creare una potenza imperialistica. Ecco perché lo stesso Mao ha dovuto aprire una valvola di sicurezza: altrimenti la «caldaia» chiamata Cina avrebbe potuto cedere alla pressione dei vapori sempre più densi. E così, incoraggiata dall'alto, la gioventù si è scagliata nella breccia aperta.
A. Želochovtsev, La rivoluzione culturale vista da un sovietico, Rusconi, 1971; pp. 127-28