" Ricordò di avere cercato la parola “agape” sul suo volume dell’enciclopedia, dopo avere letto il discorso del Dottor King al Cornell College che il “Defender” aveva pubblicato per intero. Se l’aveva già incontrata, in tutti gli anni passati a consultare il libro, quella parola non gli era rimasta in testa. King descriveva l’agape come l’amore divino che opera nel cuore dell’uomo. Un amore disinteressato, incandescente, il sentimento più elevato che esista. Invitava il suo pubblico nero a coltivare quell’amore puro per l’oppressore, perché potesse portarli dall’altra parte della lotta. Elwood cercò di capirne il significato, adesso che non era più l’astrazione che gli girava in testa la primavera precedente. Adesso che era reale.
Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Distruggete le nostre case e minacciate i nostri figli, e noi, malgrado sia difficile, vi ameremo ancora. Mandate i vostri violenti incappucciati nelle nostre comunità dopo mezzanotte, e trascinateci in qualche strada fuori mano, e picchiateci a sangue, e noi vi ameremo ancora. Ma state certi che vi logoreremo con la nostra capacità di sopportazione, e un giorno conquisteremo la libertà. La capacità di sopportazione. Elwood, tutti i ragazzi della Nickel esistevano in quella capacità. Ci respiravano dentro, ci mangiavano dentro, ci sognavano dentro. Era questa la loro vita, adesso. Altrimenti non sarebbero sopravvissuti. I pestaggi, gli stupri, l’inesorabile svilimento di sé. Tenevano duro. Ma amare coloro che li avrebbero distrutti? Compiere quel salto? Risponderemo alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi vi ameremo ancora. Elwood scosse la testa. Che richiesta impossibile. "
Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel, traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori (collana Oscar Absolute), 2021; p. 171.
[Edizione originale: The Nickel Boys, Doubleday publishing, Broadway, New York City, U.S., 2019]











