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I favolosi anni 90...
pochi lampi di genio nazional popolare.
Trenta anni fa a parlare di tormentoni, quel genere di canzonette spesso dalla melodia elementare e dai contenuti poco impegnativi, si faceva la figura dei sempliciotti. Abbozzavamo uno sguardo disgustato e giravamo gli occhi al cielo, anche se poi oggi la Lambada ce la ricordiamo ancora tutti. Adesso si parla di crisi del tormentone. Non solo perché la crisi colpisce chiunque, anche per uno slittamento, un capovolgimento se vogliamo, di quella differenza tra artisti votati ad acchiappi una botta e via e quelli che cercano di costruire rapporti duraturi col pubblico. E’ una rottura di equilibri che credevamo immutabili e che si prevede senza rimedio. Perché quella che era una goccia che si credeva a esclusivo appannaggio di gente come Paola & Chiara (dalle quali nessuno si è mai aspettato più di una Vamos a Bailàr) si è trasformato in un fiume in piena che trascina via con sé qualunque cosa incontri nel suo percorso? Paradossalmente, uno dei motivi è la rivalutazione storica. La riqualificazione, la discolpa, alcune volte inspiegabile anche per i palati più onnivori, di porcate dal sapore mellifluo come Barbie Girl degli Aqua ha facilitato la caduta di certi paletti. Ma è soprattutto l’inversione di marcia di un certo tipo di critica, come accennato da Carl Wilson in un suo saggio del 2O14, che un tempo si sarebbe definita colta, a ridicolizzare qualunque barriera. Sia questa etica o dettata più prosaicamente dal semplice buon gusto. Venticinque o trenta anni fa esisteva una sottesa volontà di sottolineare, rimarcare fino allo sfinimento, che Hanno ucciso l’Uomo Ragno degli 883 non sarebbe mai stata come Sogna dei Ritmo Tribale, anche con tutte le migliori intezioni di Max Pezzali e Claudio Cecchetto. Una volontà che stimolasse, attraverso una politica culturale giustamente ben differenziata, l’ascolto di prodotti di qualità e raffreddasse i bollenti spiriti nei confronti di altri la cui mediocritas appariva subito manifesta. Nessuno negava la freschezza propria di una Boombastic di Shaggy ma di sicuro Nick Cave non aspirava a calcarne gesta e successo commerciale. Così come nessuno si stupiva di sentire “Mr Lovva Lovva” a oltranza nello spot televisivo della Levi’s e non certo Red Right Hand. Oggi c’è una volontà e un approccio culturale comune, anche per fronteggiare un comune trauma commerciale, volto a un sommario contenimento del danno - visto come unico fronte anti-shock - che però mette in crisi quelli che del tormentone erano le icone più classiche. Da questo punto di vista e solo da questo e solo da questo lo sdoganamento del tormentone è un bene perché riduce la caduta a picco, in un’epoca in cui il consumo musicale è sempre più randomico e distratto, a vantaggio di quanti sono ancora in grado di regalare album di un certo spessore i cui costi però magari vengono riassorbiti da un unico pezzo banalotto e arraffasoldi che però attecchisce su quella massa che regala 2 milioni di visualizzazioni a chicchessia purché riesca a tenerla occupata quei tre minuti, e aumenta le possibilità di sopravvivenza in un mercato dove senza stratagemmi d’ogni sorta, inutile stare a nascondersi dietro un dito, è veramente difficile riuscire a non morire dopo il secondo disco. Ma questo mutamento va in una direzione sola. Quando si stava peggio, non molti gruppi-fuffa tentavano il salto di qualità - basti solo fare la percentuale di boys/girls band che hanno raggiunto un accenno di maturità. Ora che la ricerca del gran botto con un’unica traccia, collaborazione o cover (almeno in termini relativi) è un virus che non sembra più fare distinzioni di età, cultura e sesso. Tanti cercano il colpaccio, non solo t.A.T.u. e Lou Bega. E non sono solo io a dirlo. Per il Wall Street Journal l'industria vive grazie a Rolling Stones, Springsteen e gli altri dinosauri. Arrancano i giovani. Manca il ricambio. Perché tutto è già stato inventato, azzardato e trasgredito. Così si pensa sempre di più all’escamotage che al sudore per ottenere un o il risultato. Lo fanno moltissimi stranieri, e molti italiani. Questa migrazione non è neppure equamente ridistribuita a diversi livelli di capacità. Tolte le divagazini simpaticarelle di gente di un certo spessore che si diletta a riproporre hit interplanetarie (la lista è interminabile, due presi a caso: Manic Street Preachers con Umbrella di Rihanna e i soliti e oramai prevedibili Flaming Lips con Can’t Get You Out Of My Head di Kylie Minogue). Tolto pure il lavoro di gente insospettabile che ha scritto tormentoni per altri (due esempi: Beck con Feel Good Time di Pink e Matt Bellamy dei Muse con The Way You Touch Me di Enrique Iglesias). Non fosse per altro che qui il gioco al guadagno o al massacro è più sotteso, timido e (forse) sardonico. Tolte queste, è migrata la creme de la creme, che sa mandare in brodo quegli spocchiosi di Pintchfork e non si capisce bene se lo fanno più per eclettismo o spirito d’adattamento (Feist di 1234 oppure Gnarls Barkley di Crazy), e sono migrate le mezze pippe che, nell’attesa di fiorire, possono correre il rischio tanto poi il culo ce l’hanno già bello che chiacchierato (Thing Things di That’s not my name o Chandelier di Sia). Nel mezzo gli indecisi (Kasabian, Skrillex, Kayne West) e quelli sfacciati (Na Na Na dei My Chemical Romance e poi il solista di Gerard Way, oppure i Jet o ancora i The Coral con Dreaming of You, nota a un sedicenne a caso a spasso per Camden più per gli infiniti spot in cui è finita che per l’album in cui era contenuta), dove il confine tra lampo di genio e paraculata saranno poi i posteri a stabilirlo, mentre per ora sembra permanere un cauto scetticismo - almeno tra il pubblico più istruito e i recensori più consapevoli. In italia la migrazione verso almeno un pezzo che possa aspirare a divenire un tormentone è per buona parte frutto di quell’arte di arrangiarsi che ci portiamo dietro da una vita, sommato al prodotto del nostro sistema discografico, che concede molto di tutto ai grandi, togliendo di tutto un po’ agli altri - giovani in primis. A fronte dei loro sacrifici, questi non otterranno mai quei generosi spazi concessi ai vari Ramazzotti o Pausini, allora se ne creano di propri. Si tratta a tutti gli effetti di rispondere al fuoco col fuoco. O almeno all’apparenza. Quando una ragazza ci ignora, è lì che allora cerchiamo di farci notare di più - spesso in un modo dieci volte più opinabile di quando siamo noi stessi. Quando nessuno se li fila di partenza, dobbiamo forse stupirci che gente come i Lo Stato Sociale, Motta o Samuel se ne escano con pezzi come la radiofonica Amarsi male, la sanremese Prima o poi ci passerà o la mengoniana Rabbia? O il Teatro degli Orrori con un singolo memore di un vecchio tormentone dei furono Articolo 31? I Bloody Beetroots saranno pure partiti con una copertina di Liberatore ma a mia sorella ci sono arrivati con un pezzo tamarro come non se ne sentivano dai tempi dei Mo-Do. Per non parlare di realtà mordi e fuggi come i Pop-X o la Dark Polo Gang. Tutto sta a capire se in tutto il resto ci siano i risultati di una qualsivivoglia capacità di scrittura realmente in possesso. Così da poter considerare questi lampi di genio nazional-popolari come un esperimento nel campo del gusto, un tentativo di uscire volontariamente dalla propria e(ste)tica. Non una passiva apertura mentale, ma un volere aggrapparsi attivamente a idee diverse dalle proprie, che mettono in discussione il modo in cui siamo fatti. La questione, però, è se la condotta di chiunque poggi su solide fondamenta. Molti di loro (non tutti, ma una buona parte) sono solo dei fottuti carrieristi che annusato un po’ di potenziale ma del tutto inappropriato successo si adattano a ogni espediente per bissare quella piacevole sensazione. Sono deliri da eterni dilettanti, preoccupati non tanto di accrescere la propria arte, ma piuttosto legati alla s-mania del successo e che probabilmente sono destinati a fare meno storia di un Babylon Zoo. Trent’anni, fa molto probabilmente, avrebbero suonato a Sanremo con Jovanotti, come i “mettallari” R.A.F., o dato un pezzo a una nota campagna televisiva della Rai, come l’ancora rocker Gianna Nannini. Adesso tentano i milioni di visualizzazioni come uno coreano qualunque. Altri (non pochi, ma cerchiamo di essere fiduciosi per una volta) vorrebbero solo poter vivere di musica (anche) in Italia, ben retribuiti e magari con delle buone prospettive di carriera. E’ troppo? Allo stato attuale sembrerebbe di sì. A meno appunto di non fare una capatina nel tunnel-el-el del divertimento (piaccia o no, tormentone pure quello). A patto, si capisce, di riuscire sempre a uscirne fuori illesi e scodellare qualcosa di meno furbo e livellato verso il basso.
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