(Tranquillo, pomeriggio di fine estate. Qualche nuvola. Una sorta di primo sbuffo dell'autunno.
Una giovane giornalista, inviata per conto di una grande catena di giornali, s'inerpica per l'antica, mitica collina, oltrepassa i propilei sguarniti, sale i gradini di pietra e bussa al battente del palazzo signorile mezzo diroccato.
Sente il calore del metallo nella palma della mano.
La vecchia Signora in persona scende ad aprirle.
L'accompagna in una grande salone che odora di polvere, di rose appassite, di velluto muffito e di seta.
La giovane le si rivolge con grande rispetto. Le spiega lo scopo della sua visita, -parla di un'intervista. Poi soggiunge qualcosa sulla sua “libertà pura, silenziosa e solitaria”.
La Signora, visibilmente commossa, col volto pallido e rugoso soffuso di un rossore infantile, continua a rigirare con il pollice e il medio della mano destra uno strano anello che porta all'anulare sinistro.
L'ascolta con una attenzione e una gentilezza che tradiscono appena un'espressione assente, un certo imbarazzo e una sorta di vaga predisposizione.
Silenzio.
Di quando in quando, i cristalli polverosi dei lampadari mandano un fulgore. Fuori, in giardino, s'ode la voce pacata del vecchio giardiniere – forse parla a un uccello, a un cane, o forse a un fiore. E subito dopo le cicale, in un impeto improvviso.
Allora, la vecchia Signora, come incoraggiata e protetta da questo confuso frastuono, comincia a parlare in tono misurato, da cui traspare tuttavia l'inflessione di una lontana, inspiegabile felicità. Un uccello si posa sul davanzale della finestra. Fa un cenno. Vola via)
Com'è che si sono ricordati di me? Nessuno si ricorda mai di me.
Nessuno
s'è mai accorto di me. Non che mi lamenti. E' andata bene così, anzi forse, a pensarci, meglio.
Sapete, coll'andare del tempo
ogni cosa, per quanto amara o orrenda, ci sembra indispensabile, perfino utile e bella. Come quest'aspra montagna sopra di me, era una compagnia – una protezione quasi, -
mi vestivo della sua ombra.
Dunque, da questa mia inapparenza, mi compiacevo di vedere e di ascoltare.
Potevo
sognare liberamente. Era bello, davvero – come fossi vissuta fuori della storia, in un mio spazio intatto, assoluto,
protetta, e allo stesso tempo presente.
- Passavo ore intere a osservare l'acqua
racchiusa in un bicchiere con gli steli marci
di fiori dimenticati; - una sostanza vischiosa e vellutata
restava nel bicchiere, invadeva la camera e la casa-
E quella spossatezza dilatoria – piena di cortesia-
non poter prendere i fiori e gettarli fuori dalla finestra, in giardino, e lavare il bicchiere; - e perchè poi? - La corona marcia
sarebbe misteriosamente rimasta nel bicchiere, nella casa, intorno alle nostre fronti-
qualcosa di profondo e terrificante, cui non mancava peraltro una certa grazia.
A quale scopo, allora, intervenire? Ho appreso molto presto
che non ci è dato scongiurare niente. Di sera
l'alito caldo dai muri delle case si riversa per strada;
l'ombra di un cavallo immenso svapora al chiar di luna. Se questa
non è
una risposta a qualcosa, non c'è risposta allora.
Ghiannis Ritsos - Quarta Dimensione