Il palazzo del padre ha lunghi corridoi neri che fatica a percorrere con la consapevolezza di dove ti stai trovando esattamente. Ha percorso quel palazzo ogni notte di sonno dentro il carcere, un incubo ricorrente che probabilmente la macchina del sonno non riusciva a calcolare come si deve, un incubo senza significato e senza parole.
Il palazzo del padre ha un lungo corridoio infinito, una porta nera che intravede da lontano, ma che non riesce mai a raggiungere, non fino a quel giorno.
Per una volta, dopo 6570 sogni sempre uguali, per una volta raggiunge quella porta, forse doveva uscire dalla prigione per potersi spingere fino a lì, forse i farmaci lo tenevano lontano da lì, il legno nero e lucido è leggermente appiccicoso, come da poco ridipinto e quando posa le dita su di esso si ritrova a staccarle con difficoltà lasciandoci sopra le impronte digitali. Prova ad aprire la porta tramite la maniglia rossa senza riuscire, cerca di spingere prima delicatamente, poi con maggiore decisione, infine da una spallata alla porta. Nulla da fare.
Esasperato dell’ennesimo sogno inutile che la sua testa lo costringe a vivere sospira dando le spalle alla porta, il corridoio lo riaccoglie, infinito e silenzioso.
La voce che scivola da sotto la porta lo spinge a voltarsi di scatto, torna ad avvicinarsi ad essa, i polpastrelli che tornano ad appiccicarsi alla vernice fresca
Riconoscerebbe la sua voce ovunque, sempre e comunque. È la voce del suo cuore, di quello che vuole e di quello che desidera, la voce dell unica per cui lotterebbe mai, di colei che comunque gli resta sempre vicino.
Torna alla maniglia, spinge, tira e da spallate alla porta, ma quella non si sposta di un centimetro, una porta impossibile da abbattere, che lo macchia di nero ogni volta che tenta di aprirla, ricoprendolo di vernice appiccicosa.
*Non riesco ad aprirla, la porta... non riesco ad aprirla*
Lo sussurra mentre la fronte rimane appiccicata contro la porta, il respiro corto dopo aver provato ad aprire quella porta con tutto se stesso, ancora e ancora.
*È tutto ok, avevamo solo sei chicchi, Vadir, ti aspetterò in Guyana*
Quando apre gli occhi lo fa nel mondo accaldato in cui si è addormentato, nella roulotte dove dorme con i suoi figli, nel parco che reputa come la sua casa. Quando apre l’occhio sano e fissa il soffitto tempestato di fotografie si rende conto che ne manca una, la foto di Alma è caduta dal suo angolino precipitando sul letto, poco lontano da lui, faccia in giù.
Non ha bisogno di leggere la notizia nel database, non ha bisogno che la voce arrivi alle sue orecchie o che la descrizione del corpo martoriato di Alma gli entri nel cuore.
Sveglia i bambini, prepara le loro cose e mette in moto il caravan con evidente difficoltà, contatta i vertici, contatta Routh e si guadagna un biglietto per la terra dei mutanti, per un nuovo futuro per i suoi figli.
Non scappa dalla missione, la segue con la devozione di chi ci crede davvero in un mondo nuovo e luminoso, ma ha qualcos’altro di più importante che lo spinge a muoversi.
E una voce dietro una porta di legno nero, che gli sporca l’anima ogni volta che la sfiora, ogni volta che la sogna.
E lui deve solo trovare il modo per aprire quella dannata porta, un giorno o l’altro.