Si faceva notare per il fatto che sempre, perfino con tempo bellissimo, usciva con le calosce e l’ombrello e, immancabilmente, con un pastrano pesante ovattato. E l’ombrello egli lo teneva nel fodero, e anche l’orologio in una custodia di pelle scamosciata e, quando tirava fuori il temperino per fare la punta al lapis, anche il temperino lo aveva in un piccolo fodero; e il suo viso sembrava pure chiuso in una custodia, perché lo nascondeva di continuo entro il bavero rialzato. Portava occhiali scuri, un maglione, si tappava gli orecchi con l’ovatta e, quando saliva su una vettura di piazza, ordinava di tirar su il mantice. Insomma, in quell’uomo si osservava una costante e invincibile tendenza a circondarsi di un involucro, a crearsi, per dir così, un astuccio che lo isolasse, che lo proteggesse dalle influenze esterne. La realtà lo irritava, lo impauriva, lo teneva in continua ansietà, e forse allo scopo di giustificare questa sua timidezza e la sua avversione per il presente, egli lodava sempre il passato e ciò che non era stato mai; anche le lingue antiche ch’egli insegnava erano per lui, in fondo, come le calosce e l’ombrello, qualcosa entro cui si nascondeva alla vita reale.
“Oh, com’è sonora, com’è bella la lingua greca!” diceva con dolce espressione; e, come a prova delle sue parole, socchiusi gli occhi e levato un dito, pronunziava: “Antropos!”. Anche il suo pensiero Bélikov si sforzava del pari di nasconderlo in un astuccio. Per lui erano chiari soltanto gli articoli di giornale e le circolari in cui si vietava qualcosa. Quando in una circolare si vietava agli alunni di uscire per via dopo le nove di sera, o in un qualche articolo si proibiva l’amore carnale, questo era per lui chiaro, ben definito: era vietato, e basta. In ogni autorizzazione e permesso invece si celava sempre per lui un elemento sospetto, qualcosa di inespresso e di torbido. Quando in città si autorizzava un circolo drammatico, o una sala di lettura, o una sala da tè, egli crollava il capo e diceva sottovoce: “Sì, certamente, è così, tutto questo è bellissimo, ma purché non succeda qualcosa!”
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Tratto dal racconto L'uomo nell'astuccio, in:
Anton Čechov, La signora col cagnolino e altri racconti, (traduzione di Alfredo Polledro), Biblioteca Universale Rizzoli (Superclassici), 2001⁴; p. 403.
[1ª pubblicazione: Chelovek v futlyare, Russkaya Mysl, 1898]












