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Taranto, operazione antidroga: 15 arresti
Il 4 ottobre 2022, i Carabinieri del R.O.S. – con il supporto in fase esecutiva dei Comandi Provinciali Carabinieri di Taranto e Brindisi, del 6° Elinucleo di Bari, del Nucleo Carabinieri Cinofili di Modugno (BA) e dello Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori Puglia – hanno dato esecuzione in provincia di Taranto e Brindisi ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal…
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Lo scontro che preannuncia battaglia al Consiglio Superiore della Magistratura risale, ormai, a qualche giorno fa. Chiamato a esprimere un parere sulla riconferma del presidente del Tribunale delle Imprese Filippo Marvasi, il consiglio giudiziario si è spaccato. Otto voti favorevoli e otto contrari. Uno stallo che si è risolto grazie al voto del presidente (vale doppio) con un parere positivo. Il colosso forense con poteri decisionali in tema di diritti industriali e concorrenza aziendale dovrà – la notizia era stata rilanciata da alcuni quotidiani nei giorni scorsi - pronunciarsi sulla vicenda di Mediaset contro Google per i diritti sui film (è in ballo un risarcimento di circa 3oomilioni di euro). Marvasi, già a capo della sezione fallimentare di Roma, è figlio di quel giudice (Mario Marvasi) che, nell’ '88, s'imbarcò in volo per New York con Cesare Previti e altri avvocati e magistrati romani per festeggiare il compleanno dell'ex premier Bettino Craxi. A novembre il giudice è stato tirato in ballo dalla ex collega Chiara Schettini (arrestata a giugno 2013 per peculato, corruzione e falso) circa le prassi clientelari in voga al Fallimentare. La Procura di Roma, partita da alcuni crac pilotati, ha ricostruito l'avventuroso curriculum vitae di alcuni consulenti quotati negli uffici di viale Giulio Cesare. «l’ingerenza di Tommaso Marvasi - ha detto la Schettini assistita dal difensore Carlo Arnulfo - era pesante, perché non solo lui era da tanti, tanti anni alla Fallimentare e quindi era molto pratico per tutto e poi era … insomma spesso erano le sue le nomine in realtà. Cioè non erano nomine che venivano da noi. Perché lui diceva: 'Allora guarda nomina questo oppure nomina quest’altro…’ ». Quanto al fatto di accettare regali dai curatori (prassi alla quale e rimasta giudiziariamente impigliata la stessa Schettini) la giudice lo ha confermato. Si fa. Marvasi, in un caso, l'avrebbe incoraggiata ad accettare, minimizzando: «Ma passaci sopra, passaci sopra. Fai conto che sia un mio regalo». Interrogata dai magistrati romani che hanno curato l'inchiesta sui crac pilotati di alcune imprese – ì pm Stefano Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi - la Schettini ha descritto uffici in cui sono saltate tutte le tegole, inclusa l'assegnazione degli incarichi (pregiati) di consulenza, effettuata per la maggioranza ad personam (e pagata, lo ricordiamo, con denaro pubblico). I verbali trasmessi per competenza al pm di Perugìa Manuela Comodi, sono stati depositati a novembre scorso durante un’udienza (quella per l'incidente probatorio). L'indagine sul fallimentare romano si annuncia tanto lunga quanto complessa.
I. Sac.
NON aveva mai mandato giù il provvedimento con cui il Csm l' aveva sanzionata trasferendola al tribunale civile dell' Aquila e togliendole sei mesi di anzianità. Per questo aveva tentato in ogni modo di convincere l' avvocato Gianfranco Torino, autore della denuncia per falso che aveva determinato il trasferimento, a ritrattare. Fino a mandargli a studio, lo scorso marzo, un uomo con accento slavo per minacciarlo e indurlo a sottoscrivere la revisione della testimonianza. Da ieri Chiara Schettini, ex giudice del tribunale fallimentare di Roma indagata a Perugia per peculato, corruzione e falso ideologico e materiale per aver pilotato alcune sentenze, è reclusa a Rebbibia. A far scattare le manette, su richiesta dei magistrati umbri, sono state proprio le intimidazioni a Torino, per le quali adesso il giudice è accusato pure di violenza e minaccia. Il tutto, scrive il gip di Perugia Lidia Brutti, «al fine di ottenere l' impunità». L' arresto è stato eseguito dai finanzieri del comando provinciale di Perugia che, insieme al pm Manuela Commodi, hanno anche perquisito l' abitazione del magistrato in via Bruxelles, a Roma. L' indagine nasce da quella romana che ha portato all' arresto di 14 membri della «cricca» di avvocati e commercialisti che, grazie alla complicità di alcuni giudici, è riuscita a ottenere «provvedimenti pilotati» e consulenze d' oro su decine di ricchi fallimenti. Nel registro degli indagati di Perugia, oltre a Schettini e all' ex presidente di sezione Fausto Severini (accusato di peculato e falso ideologico), ci sono altri 14 nomi, gli stessi già coinvolti nell' inchiesta romana, tra cui il commercialista Piercarlo Rossi, ex compagno e padre del figlio di Schettini. Ieri il gip umbro ha disposto una nuova misura in carcere per quattro di loro e i domiciliari per altri nove. Quanto a Schettini, difesa dagli avvocati Carlo Arnulfo e Giovanni Dean, c' è il pericolo che reiteri i reati anche a L' Aquila e inquini le prove. Il gip cita le minacce all' avvocato Torino e una mail a Rossi, con «veri e propri avvertimenti». Schettini sostiene che le minacce a Torino nascano da un malinteso. Gli intermediari a cui si era rivolta per convincerlo a ritrattare le avrebbero fatto credere che l' avvocato (in realtà ignaro) chiedeva 15 mila euro. Soldi intascati in realtà da loro. Da qui le minacce di Schettini al legale in una lettera a uno degli intermediari dopo il rifiuto di Torino di ritrattare.
DOMENICO LUSI
Eclatanti e sistematiche anomalie» nelle procedure fallimentari. Dal sospetto dei pm romani alle certezze di quelli di Perugia (passando per l'invito ad approfondire del gip Roberto Saulino, espresso nel febbraio scorso).La svolta nell'inchiesta sull'inquinamento ambientale del tribunale civile è arrivata ieri. Ma l'arresto del giudice Chiara Schettini, accusata di peculato, corruzione e falso, e ora in carcere in attesa che sia fissato l'interrogatorio di garanzia, sembra essere solo il principio. Nell'ordinanza firmata si legge di «magistrati dell'ufficio fallimentare i quali hanno, in varia veste, assunto le determinazioni che hanno consentito la consumazione delle condotte appropriative». Un sistema che intercetta le liste dei creditori da risarcire a proprio beneficio, con «ammissioni di insinuazioni tardive» e altro ancora. In cui si interferisce con i diritti dei creditori legittimi per piccoli e grandi vantaggi. La Schettini, difesa da Carlo Arnulfo e Giovanni Dean, «nega ogni addebito». Brillante magistrato proiettato sulle prime pagine dei quotidiani negli anni Novanta, per la famosa sentenza sull'utero in affitto, la giudice è stata chiamata in causa dal commercialista Federico Di Lauro (indagato dall'aggiunto Nello Rossi nei mesi scorsi) «in ordine alla sua diretta partecipazione alle illecite appropriazioni». Di Lauro ha riferito: «Il televisore al plasma e l'impianto hifi acquistati per mille o duemila euro, non ricordo bene, li regalai alla Schettini per ringraziarla della nomina a curatore». Lei, aggiunge Di Lauro, «mi fece capire che aveva bisogno di una play station per il figlio che comunque non le comprai. Per il regalo fattole nemmeno mi ringraziò». E ancora: l'abbonamento alla palestra dei Parioli; un paio di orecchini; il pranzo in barca in Sardegna. Il prezzo fissato per abusi d'ufficio. Quanto ai colleghi Nicola Pannullo e Fausto Severini, si legge nell'ordinanza, «dovrà essere chiarito e compiutamente delineato il grado di consapevolezza che ha contraddistinto il contributo di ciascuno». Capace di «commettere reati al fine di garantirsi l'impunità», come pure di pianificare strategie difensive «mettendo in conto anche il ricorso all'uso di violenza e minaccia», la Schettini sarà ascoltata in carcere nei prossimi giorni. Nei mesi scorsi aveva subito un tentativo di estorsione collegato alle sue vicende e non denunciato, che ora affiora dalle indagini. E' madre di due figli, l'ultimo piccolissimo.
Sacchettoni Ilaria
Giusto per ripristinare i rapporti di forza: «Cioè di fronte a certi atteggiamenti io divento più mafiosa dei mafiosi». E ancora, sempre al telefono con uno dei «suoi» curatori fallimentari (Federico Di Lauro): «Gli ho detto (riferendosi al suo compagno Piercarlo Rossi, ndr ) guarda, io ci metto un attimo a telefonare a dei miei amici calabri che prendono il treno, vengono, te danno una corcata de botte e se ne ripartono». Così parlava Chiara Schettini, l'ex giudice fallimentare del Tribunale di Roma, arrestata per peculato, ricordando di volta in volta ai suoi interlocutori che il giudice era lei.
Che lei, una volta informata, era in grado di risolvere i problemi. Nelle sue vene, sottolinea spesso sforzandosi di prevalere sui suoi interlocutori, c'è sangue «calabrese». Di buona famiglia, cresciuta ai Parioli, ottimi studi, curriculum prestigioso, conversazione colta, eppure Chiara Schettini, è la stessa donna che, con brutale determinazione, firma e spedisce un fax di incontrovertibili minacce nei confronti di uno degli avvocati che l'aveva denunciata ai magistrati di Perugia. Fax peraltro indirizzato a un personaggio controverso, Massimo Grisolia, ingaggiato in prima battuta per convincere un testimone a ritrattare accuse contro di lei.
Nel documento, trasmesso ai primi del 2013, si legge: «Ho riflettuto sul fatto che potrei soprassedere alla richiesta restitutoria (15mila euro utilizzati da Grisolia , ndr ) ma lei caro professore mi deve togliere dalle palle il suo amico Massimo (l'avvocato Vita, ndr ); ho saputo che ha richiesto la riapertura di due procedimenti ovviamente da lui stesso promossi e conclusi con conferma di archiviazione.... È veramente una rottura senza limiti... Lei deve far capire al suo amico che è meglio che non insista perché non domani, nè magari dopo domani ma anche fra dieci anni io lo ammazzo».
Pochi dubbi quindi che sui risarcimenti pilotati al fallimentare (dove buone e consolidate relazioni possono tuttora aprire molte porte) tra gli anni 2004 e 2008 - tutte procedure approfondite dagli investigatori coordinati da Nello Rossi - la Schettini avesse un ruolo determinante.
Tra i frutti delle perquisizioni eseguite mercoledì, con l'arresto della Schettini, l'affiorare di ulteriore documentazione che proverebbe il coinvolgimento di Grisolia, una sorta di «faccendiere» secondo gli investigatori di Perugia, nelle vicende della giudice. L'interrogatorio di garanzia è previsto per venerdì. La Schettini, assistita da Carlo Arnulfo e Giovanni Dean nega ogni addebito e risponderà alle domande del pm Manuela Comodi.
Ilaria Sacchettoni
L'EX MAGISTRATO DEL FALLIMENTARE E' IN CARCERE
LE ACCUSE: FALSO, PECULATO E CONCUSSIONE
►Chiara Schettini sotto torchio per otto ore «Sono stata raggirata»
Otto ore di interrogatorio, praticamente ininterrotto dalle 11 di mattina alle otto di sera. La verità dell’ex giudice del tribunale fallimentare di Roma Chiara Schettini ora in servizio all’Aquila, accusata di falso, peculato e corruzione, è soprattutto una lunga difesa di se stessa e del proprio operato: «Sono stata raggirata dalle persone che avevo attorno», ha detto in sostanza al gip Lidia Brutti e al pm Manuela Corradi, assistita dall’avvocato Carlo Arnulfo. Dando per buona la versione dei fatti che aveva raccontato anche il suo ex compagno, Piercarlo Rossi che nei mesi scorsi a verbale aveva già detto che il magistrato non sapeva nulla del sistema messo in piedi per dirottare su conti paralleli i soldi di società in fallimento, togliendoli dai rispettivi creditori. Insomma, il principale errore della giudice Schettini sarebbe stato quello di fidarsi troppo: «Ma di quei soldi di cui si parla non ho mai avuto un centesimo». Accuse respinte anche per le presunte minacce all’avvocato Gianfranco Torino che voleva denunciare il suo modo di gestire fallimenti di fatto, secondo l’accusa, pilotando i soldi sui propri conti correnti. «Nessuna minaccia», ha spiegato: «Avevo semplicemente scelto un mediatore che cercasse di convincere Torino a rinunciare alla denuncia nei miei confronti. L’ORDINANZA Il quadro della accuse contenuto nell’ordinanza che l’ha portata in carcere lunedì scorso, resta molto pesante. Stando al giudice delle indagini preliminari di Perugia, «le decisioni giurisdizionali strumentali all’attuazione del descritto sistema illecito» erano tutte «da ascriversi al contributo consapevole e determinante della dottoressa Schettini». Ad accusare la Schettini sono stati anche due sue ex colleghi, che nell’ordinanza appaiono solo col cognome: «quale presidente di sezione il Deodato», e «quale giudice anziano il Pannullo». I due «hanno univocamente riferito che tutte le deliberazioni collegiali rilevanti in questa sede sono state assunte da collegi in composizione diversa da quella prevista tabellarmente ed in giorni della settimana diversi da quelli indicati nei provvedimenti organizzativi dell’ufficio giudiziario». Insomma, le camere di consiglio erano «pilotate» in modo da «evitare il collegio presieduto dal Deodato e di scegliere un diverso presidente, segnatamente il Severini, vuoi perché maggiormente incline al condividere, senza particolari approfondimenti, le opzioni decisorie maturate dal giudice relatore, vuoi perché meno attento, e meno ostile al giudice Schettini». Con Deodato lo scontro arrivò alle lettere ufficiali: «E’ emerso che Deodato aveva più volte censurato la condotta funzionale della dottoressa Schettini, ponendo anche per iscritto i propri rilievi in una missiva indirizzata al presidente del tribunale, che il Deodato ha prodotto in sede di audizione». Anche su questo punto, ieri, Schettini ha respinto tutto, avanzando l’ipotesi che i comportamenti poco chiari fossero semmai quelli dei colleghi. LA BANCA Più difficile da spiegare la visita alla banca Unicredit, avvenuta quando uno dei soci, Federico Di Lauro, cercò di dirottare altrove i soldi che normalmente finivano su conti controllati da Rossi. Preoccupata la Schettini andò persino in filiale «di persona a verificare le ragioni del ritardo presso il direttore della filiale Unicredit di Roma». Il direttore ne rimase molto stupito: «Avendo aggiunto il Negroni, direttore di filiale, come fosse del tutto insolito che il giudice delegato si occupasse in prima persona dell’esito pratico». Anche quell’episodio si può spiegare, ha ribattuto la Schettini: «Non sapevo nulla di quanto stava accadendo e visto che i creditori premevano per sapere che fine avessero fatto i soldi andai di persona a controllare».
Sara Menafra
L'INCHIESTA Dal carcere agli arresti domiciliari nel suo lussuoso appartamento ai Parioli. Si fa meno pesante la posizione di Chiara Schettini, l'ex giudice della Sezione Fallimentare del tribunale di Roma arrestata dalla procura di Perugia con l'accusa di falso, peculato, corru-zione e minacce nell'ambito dell' inchiesta sui falsi fallimenti e le sentenze pilotate che avrebbe architettato dal suo ufficio. Il gip Lidia Brutti ha concesso all'ex magi-strato gli arresti domiciliari e co-sì, dopo quasi due mesi trascorsi nel carcere di Capanne, la Schettini ha potuto prendere un taxi che l'ha portata direttamente in via Bruxelles dove vive con il figlioletto, e dove non potrà avere contatti esterni. Il gip ha così accolto l'istanza del difensore della Schettini, l'avvocato Carlo Arnulfo. Nella motivazione, però, il giudice ha sottolineato la necessità di mantenere alta l'attenzione sull'ex giudice del Fallimentare, chiarendo che «il pericolo di inquinamento probatorio come quello di reiterazione criminosa, non possono re-putarsi definitivamente cessati». Nell'inchiesta Chiara Schettini è coinvolta insieme all'ex compa-gno, il commercialista Pier Carlo Rossi, libero per decorrenza dei termini di custodia cautelare. I due, insieme a dei prestanome, si sarebbero impossessati di 4 milioni e 800 mila euro provenienti da tre fallimenti curati dalla ex giudice. Adelaide Pierucci