Mi inoltrai nei cunicoli della metro e aspettai sulla banchina. Mancava qualcosa, e lo sapevamo tutti, almeno tutti noi che abitavamo in strade felici fiorite in estate, noi che avevamo fatto così poco per meritare – una fede in un mondo più autentico, l’accesso a un sentimento che andasse al di là di flirt e spregiudicatezza. Era il mondo che avevo desiderato per me e per Olivia, sognando che riuscissimo a vederlo l’una nell’altra. L’avevo desiderato malgrado continuassi a temere che la mia storia con lei e Nathan fosse soltanto un gioco – flirt e spregiudicatezza. E poi c’era Romi: Romi era il mondo autentico. Romi mi aveva fatto intuire che si poteva incontrare qualcuno come Darcy e Edmund Bertram, persone che sembravano uscite dai romanzi che sia io sia Olivia amavamo leggere, e credere in loro a scapito di chiunque altro – per sbarazzarsi di approssimazioni, autoinganni, prevaricazioni. Romi era una persona che rifletteva su ciò che contava davvero. Una persona capace di un amore saldo come una roccia, concesso soltanto a chi lo meritava. O così avevo creduto. Ma avevo anche paura di diventare seria come lei, perché nel nostro mondo, nel nostro secolo di interessi personali e amore condizionato, era raro che le persone venissero amate per la loro sincerità o fermezza. Erano caratteristiche associate a uomini vecchio stampo che non ammiravamo più. Benché ci piacesse l’immagine di Darcy che, con stoica dignità, si sacrifica in segreto per amore di Elizabeth, cos’avremmo pensato di un uomo in carne e ossa con le stesse caratteristiche – riservato, condiscendente e moralista? Sincerità e fermezza erano virtù religiose – in base alle quali dare priorità agli altri anziché a se stessi. In base alle quali rispettare gli altri e la loro realtà come sacri, non come qualcosa con cui giocare e basta. Noi per primi sapevamo di essere sacri e, dato che non c’era nessuno a proteggerci, lo facevamo da soli trasformandoci in giocatori per evitare di rimanere vittime del gioco. Sarebbe stato più semplice se ci fossimo sentiti protetti da qualche altro codice di comportamento? Se fossimo stati guidati dalla convinzione che gli altri sarebbero stati messi alla gogna per essersi presi gioco di noi, che quell’attitudine così frivola e superficiale era indice di debolezza, di un’intrinseca mancanza di rispetto? Dovevamo o no ritenerci responsabili perché usavamo le persone come se esistessero soltanto per divertirci e soddisfare i nostri desideri? Non si potevano trattare gli altri così, lo sapevamo. Ma non potevamo nemmeno vivere con altruismo, con la stessa fede in noi di quegli uomini vecchio stampo. C’era crudeltà in quel modo di vivere: crudeltà nel contrapporre sincerità e fermezza a una serie di personaggi di sfondo che, al confronto, potevano essere soltanto spietati, meschini, sconsiderati. Nathan l’aveva capito intuitivamente. E io avevo scelto di trattare Nathan come fosse più di un gioco – come qualcosa di reale – perché lui mi aveva restituito la mia vita di frivola giocatrice, con la sua ingordigia e civetteria e segretezza, in tutta la sua realtà. Mi aveva mostrato che era possibile avere una vita come la nostra, piena di giochi e frivolezze, e ciononostante ferma e sincera. Alla fermata di Clinton Hill risalii in superficie e mi incamminai verso l’appartamento di Olivia. Poi, ricordando che non doveva essere ancora tornata dal lavoro, comprai un pacchetto di sigarette all’angolo e aspettai di fronte a casa sua. Non sapevo bene cosa dirle né se ci sarei mai riuscita.