DUE PAROLE SULLA LEGITTIMA DIFESA
Faccio un discorso serio. Ogni tanto mi capita quando qualcosa mi colpisce profondamente. E ultimamente mi succede spesso. Stavolta mi ha colpito la questione della legittima difesa, perché c'è una indubbia pericolosità in quest'ultima operazione salviniana.
La chiamo "operazione" perché non si tratta soltanto di un testo normativo modificato. Il decreto, preso a sé stante, può non sembrare una svolta epocale. In fondo la nostra Costituzione pone dei limiti ben precisi, che Mattarella sottolinea e difende con analisi e interpretazioni corrette. Mattarella fa il suo mestiere e traccia confini interpretativi invalicabili, perché non è pensabile una difesa legittima in assenza di pericoli reali e turbamenti emotivi valutabili con criteri oggettivi. È inconcepibile finché esisterà la Costituzione. Non possono essere prese in considerazione le valutazioni eccentriche di persone che coltivano la mitologia del maschio alfa arroccato in un fortino col suo arsenale. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati fa il suo mestiere e prefigura la possibilità di un ricorso alla Corte Costituzionale, sottolineando a sua volta che l'enfasi sul turbamento emotivo dell'aggredito non può aprire la strada all'arbitrio.
Nessun tecnicismo giuridico, nessuna parola omessa o ambigua: niente può giustificare il ricorso alla violenza sulla base di opinabili concezioni mutuate da qualche blockbuster di ispirazione reaganiana. E questo rende opportuna qualche genuflessione davanti alla Costituzione in segno di gratitudine.
Eppure la riformulazione normativa può avere affetti dirompenti. Perché, come accade spesso quando c'è di mezzo Salvini, le questioni giuridiche sono solo un piccolo frammento della storia, da inserire in uno scenario molto più esteso. Ci sono alcuni fatti accaduti nel recente passato che completano il quadro, a cominciare da un episodio tutt'altro che marginale: la visita di Salvini a un imprenditore condannato per tentato omicidio, avvenuta proprio mentre si discuteva del decreto sulla legittima difesa. Il Capitano è andato ad abbracciare un uomo che aveva sparato per vendicarsi, per uccidere, per motivi che con pericoli attuali e turbamenti oggettivi posti a fondamento della legittima difesa non c'entrano nulla. L'imprenditore aveva ferito un uomo durante un furto, ma la condanna per tentato omicidio non riguarda ciò. Perché quella notte, dopo il furto, uno dei ladri era tornato nel quartiere in cui aveva lasciato la macchina con l'intenzione di recuperarla. E l'imprenditore, uscito in perlustrazione alla ricerca dei ladri, lo aveva localizzato, aggredito e picchiato per poi sparargli a distanza ravvicinata mentre era a terra. Siamo lontani dalla legittima difesa. Siamo su un'altra galassia. In quel momento la vittima non rappresentava un pericolo. Sono fuori luogo le obiezioni di quelli che ripetono come un mantra: "Vorrei vedere voi se una persona armata entrasse nella vostra casa". Qui stiamo parlando dell'evocato Far West, di persone che vanno a cercare l'aggressore per farsi giustizia. Tuttavia Salvini è entrato in carcere per abbracciare l'imprenditore e si è commosso. E la commozione esibita a beneficio delle telecamere è un messaggio chiaro. Significa: "Sono dalla vostra parte, maschi alfa armati che si fanno giustizia da soli". Salvini lo ha fatto quando il decreto sulla legittima difesa era sulla bocca di tutti.
Ma c'è dell'altro. Ci sono altri segnali. Perché di recente Salvini ha lanciato l'idea di togliere quelli che considera fastidiosi ostacoli burocratici per una categoria di armi mortali, anche se meno potenti di altre, ribattezzate "di difesa personale". Niente porto d'armi, basta con le formalità. Così anche sociopatici e serial killer potranno procurarsi facilmente strumenti per uccidere. E per recuperare il morettiano "non c'entra ma c'entra", aggiungiamo un tassello allo storytelling leghista, mettendoci pure le inquietanti gaffe di Morisi, il comunicatore di Salvini che scrive "siamo armati" mostrando il suo Capitano che regge un mitra.
Il quadro complessivo è un racconto propagandistico fatto di interventi legislativi e messaggi ambigui che tracciano una direzione, che descrivono una cultura emergente, che irresponsabilmente creano un'idea di legittima difesa in cui i confini del lecito si allargano a dismisura con il consenso del Capitano. E questo fa abbastanza paura.