Le Centrali non erano state costruite tutte in una volta, ma erano cresciute durante un certo numero di anni. Dapprima erano state installate delle piccole unità nelle centrali elettriche e idrauliche, per regolare automaticamente i voltaggi, il flusso delle acque e le condizioni dei circuiti. Altre unità sostituirono via via i telefonisti. Cervelli elettronici entrarono in funzione per misurare il flusso del traffico e regolare di conseguenza semafori e limiti di velocità. Nelle banche tutte le operazioni furono assunte dalle calcolatrici automatiche. E nelle biblioteche passarono sotto il controllo delle calcolatrici l'entrata e l'uscita dei libri. Gli autobus, e altri servizi dai percorsi fissi, cominciarono ad essere guidati automaticamente. Così era cresciuta la Centrale. Man mano che sempre nuovi compiti venivano assunti dalle calcolatrici, i tecnici la coordinavano, la collegavano con circuiti speciali e installavano degli archivi elettronici centrali, in modo che un regolatore del traffico a nord potesse essere informato in qualsiasi momento delle condizioni del traffico nelle principali arterie del sud. Poi, quando fu inventata la micromemoria, i tecnici costruirono una unità centrale, che funzionava in contatto diretto con gli archivi centrali. In questo modo la Centrale poteva sbrigare quasi tutti i servizi d'ordinaria amministrazione della città senza bisogno di controllo umano. Il sistema aveva funzionato bene. E continuava a funzionare bene dopo tre anni che gli abitanti della città erano fuggiti di fronte al ticchettio dei contatori Geiger.
Walter M. Miller Jr., Servocittà, (traduzione di Gilberto Tofano; 1ª ed.ne or.le Dumb Waiter, 1952); tratto da: Le meraviglie dl possibile - Antologia della fantascienza, a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero, Einaudi, 1966⁶ [1ª ed.ne it.na 1959], p. 283.









