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Location of my original novel, "The Worship of Scorched Bones".
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La Faffa - Incipit. /original/
Quando vivi alle pendici ci una montagna in Nepal è difficile comprendere quando avvengono i cambi di stagione, ancora di piú se non si va a scuola e gli unici bambini vivono al villaggio, troppo distante per andarci da sola. Al villaggio si va solo con mamma, e noi ci eravamo sempre andate nei giorni di mercato. Era grazie a mamma e al mercato che riconoscevo una stagione rispetto all'altra. In autunno i banchetti erano pieni di conserve e delle prime coperte, quelle ancora colorate con i gialli e azzurri dell'estate, ma in cui spuntavano giá i rossi e gli arancioni. Avevamo la casa piena di queste tipiche coperte del Nepal, perchè mamma le appendeva in casa, sui muri, su un filo che aveva deciso di fare passare in mezzo alla cucina, "cosí tu avrai la tua parte di cucina, e io la mia. E quando arriverá l'inverno, sará bello aprire la coperta e scoprire che le nostre cucine sono ora la stessa e unica". L'autunno era sempre stata la mia stagione preferita perché mi ricorda mamma. Con la sua pelle del colore delle foglie cadute e i suoi capelli tinti di henné era la perfetta armonia dei colori autunnali, guardarla era come guardare un bosco di quercie dove le foglie morivano lentamente al tramonto. Era bellissima, con i capelli sembre ribelli e il sorriso che scioglieva le nevi, e il cuore caldo, caldo come il fuoco intorno a cui si riunivano i saggi del villaggio una volta l'anno e le donne ballavano fino all'alba. In quei eventi anche mamma ballava, trasformandosi in una delle sue sorelle fiamme. Poi mamma aveva sempre qualcosa da raccontare per me, che fosse una storia che si era inventata sul momento, o cose che le erano successe davvero. Pur non essendomi mai allontanata molto dalla nostra piccola casa in legno, grazie a lei mi sembrava quasi di aver giá girato tutto il mondo. Con l'inverno poi arrivava ogni sera un racconto nuovo. "Allora, stasera vuoi che la Faffa ti racconti qualcosa?" Mi chiedeva, al chè mi gettavo sul letto, lasciandole lo spazio per sedersi accanto a me, e annuivo, giá in silenzio, decisa a non perdermi una parola. "E allorá la Faffa ti racconterá qualcosa." La mia mamma si chiama Valeria. Ma tutti la chiamano Faffa.