OGNI CHILOMETRO È CENTO VOLTE DI PIÙ
15 settembre 2025
Caro diario, oggi l’università ricomincia per il figlio n.1, Edward Cullen. È un inizio diverso dagli altri: quest’anno vivrà buona parte della settimana dentro lo studentato.
"Studentato". Una parola che fino a ieri trattavo solo per lavoro, fredda, infilata dentro tabelle di rendimento e calcoli d’investimento. Oggi invece mi punge sulla pelle, perché non è più un termine tecnico ma quella che sarà la cornice di vita di mio figlio.
So bene che ci sono studenti che salutano le famiglie e spariscono in altre città europee, a volte addirittura in altri continenti, come se qualcuno li avesse spediti al rovescio del mappamondo. Per loro il distacco è netto, irrevocabile. Io invece vivo questo addio dimezzato, ma la lama, anche smussata, taglia lo stesso.
Ho questa pessima abitudine di non concedermi mai del tutto. Lascio sempre una parte di me nascosta, convinto che ciò che resta ignoto potrà salvarmi quando qualcuno deciderà di ferirmi. Da padre, però, non ci riesco. L’empatia mi scivola addosso come un vestito troppo stretto, e a volte mi diventa persino scomoda, perché mi costringe a soffrire per "così poco", come direbbe qualcuno. Forse ha ragione.
Questa sera ho sentito Edward al telefono. La voce stanca, segnata da una sveglia che oggi lo ha strappato dal letto alle quattro del mattino. Per il suo piccolo trasloco, con valige e scatoloni.
Non gli ho detto cosa fare o non fare. Ho solo provato a fargli sentire che ero lì, in ascolto. Forse l’ho fatto anche per me stesso. Forse lui ha capito. Forse mi ha persino concesso un briciolo di pietà: un figlio che ha compassione di suo padre, ansioso come un ragazzino.
Più tardi, prima di andare a letto, ho guardato la sua scrivania.
Un tempo era la sua nave pirata, la sua macchina del tempo, il bancone di un bar digitale da cui partivano avventure notturne con amici invisibili ma reali. Stasera, invece, sembrava un corpo lasciato senza sangue. Vuota. Spenta. I contorni degli oggetti che non ci sono più formano ombre che sanno di polvere e abbandono. La sedia, leggermente girata di lato, pare custodire il fantasma della sua schiena. Mi è sembrato di entrare in una scena di poliziesco, quando l’investigatore scruta la stanza di chi non tornerà più. Eppure lui tornerà, ma non sarà lo stesso: ogni ritorno sarà un ritorno a metà.
Non credo sia questione di chilometri. È questione di voce, di risate improvvise, di quelle risposte rapide e distratte quando gli chiedevo: Cosa vuoi mangiare? Tutto bene? E invece, se gli argomenti lo appassionavano, sapeva farmi sentire ignorante e al tempo stesso orgoglioso della sua sapienza.
Ogni chilometro reale diventa un miglio emotivo, lungo cento volte di più.
So che mi abituerò a questi distacchi, perché sono giusti, necessari, parte del loro crescere. Ma l’abitudine non anestetizza il cuore, serve solo a insegnargli a zoppicare meglio.
L’unico con cui non ci saranno mai distanze, compromessi o partenze è il mio gatto rosso, Leo. Mentre scrivo, pretende di salirmi sul petto, con fusa che paiono motori accesi. Lo fa sempre quando percepisce che il silenzio della casa mi pesa troppo. Forse è lui l’investigatore di cui parlavo prima, e io il sospettato.
Questo sarà un anno di cambiamenti profondi, lo so. Un anno che segnerà il passo verso l’indipendenza dei miei figli. È quello che ho sempre voluto per loro. Anche se io, come padre, non sarò mai davvero pronto a lasciarli andare.
Ma si sa, nessuno è perfetto. E io men che meno.












