Out of the blue, the band surprised everyone by dropping their ninth album, a remarkable, daring, and genuinely innovative creation. The work presents a contemplative and frequently melancholic collection of songs, demonstrating that they possess significant insights into aging gracefully without losing their edge and staying up-to-date.
RECENSIONE: The Good, The Bad & The Queen - Merrie Land (Studio 13, 2018)
di Agnese Alstrian
Facciamo un gioco: chiudiamo gli occhi (o almeno, quel poco che basta per continuare a leggere) e immaginiamo di essere nel 2016. Per la precisione, nel giugno del 2016. A Londra. Al 10 di Downing Street. Ai tempi, lì ci abita un certo David Cameron e solitamente la gente che abita a quell’indirizzo è il primo ministro. Una mattina David si sveglia e mentre è a far colazione gli viene in mente un’idea così geniale da fargli quasi andare il boccone di traverso: chiedere al popolo britannico se ha ancora intenzione di rimanere nell’Unione Europea. Ora immaginiamo che poco più della metà della popolazione abbia votato “leave” e che qualche ora dopo il risultato il premier si dimetta.
Adesso facciamo un salto avanti nel tempo di due anni: siamo nel novembre del 2018 e Damon Albarn – uno dei musicisti inglesi più importanti e prolifici degli ultimi 30 anni – se ne esce con un album, registrato con una delle sue millemila band: l’album si chiama Merrie Land e racconta di una terra tutt’altro che lieta.
Albarn è un’anima sensibile che prova un sincero amore per la sua isola e in questo disco riversa due anni di incertezze, instabilità e preoccupazioni, della paura di svegliarsi un giorno e trovare un paese completamente stravolto. In questa impresa così titanica Damon non sceglie dei compagni qualunque, ma dei capisaldi della musica mondiale: Paul Simonon, Tony Allen e Simon Tong, ovvero i The Good, The Bad & The Queen.
“If you are leaving / Please still say goodbye / And if you are leaving can you / Leave me my silver jubilee mug / My old flag / My dark woods / My sunrise”: così si apre l’omonima prima traccia, in cui Albarn non perde tempo a riversarci le sue ansie, una chiarissima dichiarazione d’intenti. Sulle note di una musica sognante, dai tratti meccanici da carillon, stavolta è lui a chiudere gli occhi: immagina di stare ritto immobile su una spiaggia il cui silenzio viene interrotto solo dagli stormi di gabbiani, di prendere un taxi e scappare dalla realtà; ancora più audacemente, di ricostruire binari e strade e accogliere tutti a braccia aperte. La musica però poi prende una piega più amara: arrivano i “cattivi”, quei pochi che si fanno riempire le tasche dal sudore dei tanti e non s’interessano di niente se non di sé stessi.
“You were the ones who work together
Put the money in the pockets
To the few and their fortunes
Who crowd the school benches
And jeer at us all ‘cause they don’t care about us”
Col brano successivo, Gun To The Head, cadiamo nel buco del coniglio e veniamo catapultati in una festa popolata da marionette da ventriloquo e amanti degli animali, ma anche in questo mondo fantastico c’è qualcuno che cerca di creare divisioni: “We don’t care because we’re all animal lovers / We like to share our lives with them / Required of this song / Is a case for love / When everything else / That keeps us together conspiring to tear us apart”. Nineteen Seventeen ci trasporta indietro fino alla prima guerra mondiale. Damon stavolta parla attraverso la voce di un soldato che condivide perfettamente le sue inquietudini. Su quel campo di battaglia il giovane vede la scelleratezza umana nuda e cruda, lo sgretolarsi di sogni, progetti, certezze e del proprio paese: il soldato è un pesce fuor d’acqua, si sente uno di passaggio.
“Because I’m just passing through
On this battlefield
Where we played our games
And went insane”
I giochi sul campo non sono solo quelli con le armi, ma anche quelli del referendum, con scheda elettorale e matita. L’atmosfera si incupisce con The Great Fire, ma stavolta il fuoco non brucia solo la Londra del 1666, ma un’intera nazione e tutti i suoi ricordi di cieli blu e spensieratezza: “Sticky brown Chinese, coke and a dummy / Metal detector / Blue skies / Joyous waves / Alcoholism disguised with a ballon or two / On Preston station”. Lady Boston è stata scritta dopo una visita al castello di Penrhyn, in Galles, e il titolo viene da uno dei numerosi quadri appesi alle pareti: il ritratto di questa donna che, tra le tante, catturò l’attenzione di Albarn.
“And where does she go now
And where will she carry me”
Con Drifters and Trawlers l’aria si alleggerisce e la musichetta accattivante scandita dal basso pulsante di Simonon e dalla batteria sincopata di Allen – con un grazioso intermezzo di flauto – fa da sfondo a quelle che potrebbero essere le riflessioni di fine giornata di un esausto uomo di mare. Uomo che non perde tempo ad invitare gli ascoltatori a scrollarsi di dosso i freni e i fantasmi con la stessa leggerezza con cui un pescatore butta le reti: “Throw away your fears / Throw away the nets / And throw away the past”. The Truce of Twilight comincia con un breve e sinistro carillon, seguito dalla languida chitarra di Tong: “enjoy it while it lasts ‘cause soon it will be different” esordisce Albarn, come a voler ammonire gli ascoltatori sulle conseguenze della Brexit. Il racconto procede con un avvicendarsi di immagini sempre più bizzarre, con un coro finale che sembra addossarsene le colpe tra un “look what we have done / become” e l’altro. Con la dolcissima Ribbons Albarn allenta la tensione delle preoccupazioni della vita adulta per trasformarsi in un bambino che balla sotto il sole mattutino attorno a un Maypole, un palo attorno al quale tradizionalmente si danza nella festività del May Day e decorato con fiori e nastri (“ribbons”, appunto), ritrovando l’armonia con la Madre Terra.
“I am the Maypole
Dancing with the sun
I wear my ribbons white and red
I am the morning
Flowers in my hair
I am your son an heir, mother”
Ma purtroppo, fuori da quel puro mondo pastorale, il morbo della Brexit si è diffuso e arriva a contagiare il nostro cantante che si lascia andare in quell’angoscioso flusso di coscienza che è The Last Man To Leave. Qualunque cosa accadrà alla sua isola, lui sarà l’ultimo ad andarsene. Albarn riesce a risalire alla fonte del suo male: si sente profondamente in colpa e allo stesso tempo preso alla sprovvista; ma noi sappiamo che non è colpa sua, è solo una brutta sensazione comune tra quelli che si sono trovati nella sua stessa situazione due anni prima.
“Don’t leave me now
I’m taking it personally
I’ve got to rewrite
The story that they flaunted around
And hoiked us all
I was just getting on with my business
I’ll be the last man to leave”
Il viaggio nel Regno Unito della Brexit volge al termine e per chiudere i nostri quattro accompagnatori ci lasciano sulle note di una delicata e commovente ballata: The Poison Tree. Con voce spezzata e rassegnata, Albarn si rivolge alla sua cara terra: il peso delle colpe non se n’è completamente andato così, in un tentativo di perdono, le promette che si prenderà più cura di lei la prossima volta, che la difenderà dall’”albero del veleno” che lentamente ha fatto radici alle sue spalle.
“If you’ve got dreams to keep because you’re leaving me
I’ll see you in the next life
Don’t follow me
To the poison tree
That grew up next to me
It’s really sad”
In tutta questa tristezza emerge la speranza di una possibile soluzione in un’altra vita, in un futuro alternativo in cui gli uomini la smetteranno di creare barriere e di puntare il dito contro un presunto nemico. Allora ci sarà una terra libera, rigogliosa, in cui i sogni potranno prosperare: e Albarn non dovrà più salvarsi da sé stesso.
TRACCE MIGLIORI: The Truce of Twilight; Merrie Land; Nineteen Seventeen