“ La preparazione dei tecnici come amministratori della produzione moderna li porta naturalmente a pensare in termini di coordinamento, integrazione, efficienza, programmazione; e ad estendere questi termini dalla sfera di produzione, che è sotto la loro direzione immediata, a tutto quanto il processo economico. Quando i tecnici riflettono a queste cose, i capitalisti alla vecchia maniera, che stanno prendendo il sole a Miami e alle isole Hawai o che si impicciano di affari finanziari, appaiono loro come parassiti che non hanno nessuna funzione giustificabile nella società e che al tempo stesso impediscono ai tecnici di applicare quei metodi e di raggiungere quella efficienza produttiva che sarebbero nei loro desideri. Anche le masse, attraverso i sindacati e altri organismi sorti sotto il capitalismo, complicano i progetti dei tecnici e interferiscono nelle loro azioni di controllo. Inoltre, ai tecnici le masse appaiono stupide, incapaci di condurre le cose e di assumerne realmente la direzione. I tecnici sanno che, coi mezzi tecnici a loro disposizione, sarebbe facilissimo per loro dare lavoro a tutti. Ma l'organizzazione in atto impedisce loro di farlo. Essi tendono naturalmente a identificare il benessere dell'umanità nel suo insieme coi loro propri interessi e la salvezza dell'umanità con l'assunzione da parte loro del controllo della società. Essi pensano che la società possa essere guidata in modo efficiente e produttivo più o meno con gli stessi metodi con cui essi, quando è loro permesso, conducono una fabbrica che produce in serie. I concetti e le ideologie della società dei tecnici sorgono da una simile visione della vita, che è quella già indubbiamente comune a molte persone che sono già o possono diventare dei tecnici: comune soprattutto a quei tecnici che operano nell'apparato governativo. Non sono gli stessi tecnici che danno forma esplicita alle ideologie, ne traggono le deduzioni e le sistematizzano. Questo è il compito degli intellettuali. Fino a tanto che il capitalismo fornisce larghi redditi ai tecnici, e fino a tanto che la struttura sociale non minaccia di andare a pezzi, i tecnici possono unire i sentimenti che si sono delineati a una gran parte dell'ideologia tradizionale del capitalismo. Ma l'ideologia capitalistica appare vuota nelle stesse esperienze della loro vita. Facilmente essi si adattano alle nuove ideologie perché queste corrispondono assai meglio alle loro esperienze, al loro modo di considerare il mondo e se stessi. In verità gli intellettuali, per lo più senza esserne consapevoli, elaborano le nuove ideologie dal punto di vista della posizione dei tecnici. Perché un'ideologia sia definibile come tecnica, non è necessario che i tecnici ne siano gli inventori o siano i primi ad adottarla. I capitalisti non inventarono le ideologie capitalistiche: gl'intellettuali stavano già elaborando queste ideologie quando l'ambizione di quasi tutti i capitalisti era quella di diventare dei signori feudali. Sono gli effetti sociali che contano. Gli effetti delle ideologie tecniche [...] consistono nel contribuire alla creazione di quella struttura della società nella quale i tecnici sono al comando. Non può esservi certo alcun dubbio che sotto il nazismo, lo stalinismo e la politica del New Deal, il gruppo sociale che si è avvantaggiato più di ogni altro (per il meglio o per il peggio) è quello dei tecnici: soprattutto, dei tecnici che hanno avuto il buon senso di «integrarsi» nello Stato. “
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Brano originariamente contenuto in: James Burnham, La rivoluzione dei tecnici, Mondadori, Milano, 1946, pp. 220-22 [Ed.ne or.le: The managerial Revolution, New York, John Day Co., 1941]; quindi riprodotto in:
Renzo de Felice, Il Fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Bari, Laterza, 1970, pp. 175-77.












