In Europa sta prendendo piede una narrazione statalista sempre più aggressiva. E la stiamo vedendo all’opera ogni giorno.
Prima si crea – o si gonfia fino all’inverosimile – una crisi: azoto, clima, “transizione ecologica”, sicurezza alimentare, qualunque cosa vada bene per spaventare la gente. Negli ultimi anni l’abbiamo visto ripetersi in Olanda, Germania, Francia, Italia e in tutta l’Unione Europea.
Poi arriva la soluzione proposta dai governi e dalle istituzioni sovranazionali:
«L’unica via d’uscita è che tu rinunci a qualcosa. Alla tua terra, alla tua azienda, alla tua auto, alla tua carne, ai tuoi soldi, alla tua libertà di scelta. È per il “bene comune”, naturalmente.»
Questa è la tattica classica della nuova narrazione statalista europea.
E dietro tutto questo meccanismo c’è l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che l’Europa ha fatto propria con entusiasmo.
A parole gli obiettivi sembrano nobili e quasi intoccabili:
«Mettiamo fine alla fame nel mondo, eliminiamo la povertà, garantiamo istruzione e uguaglianza per tutti.»
Chi oserebbe opporsi a frasi così belle? Ma guardiamo la realtà senza filtri: questi obiettivi si realizzano solo in un modo – togliendo diritti e libertà ai cittadini.
Togliendo la proprietà privata. Togliendo la sovranità degli Stati nazionali. Togliendo ai contadini e alle famiglie la possibilità di decidere cosa coltivare, cosa produrre e come vivere.
Non è progresso sociale. È statalismo puro, è comunismo mascherato da belle parole.