L’altro giorno stavo scrivendo una cosa e ho avuto notizia dell’esistenza di un’associazione chiamata Universitari per la Vita. Al di là della sfiga transgalattica che trasmette un nome del genere, nel mio caso personale la sgradevolezza è veicolata dalla compresenza di due dei concetti che odio di più, cioè l’università e la vita. Ora, è un’associazione di gente molto incazzata per l’aborto, in buona sostanza. C’è un fenomeno linguistico che trovo interessante, nella retorica di quelli che si oppongono all’aborto: l’utilizzo dell’aggettivo *innocente*. Il bambino abortito non è solo una vita, è sempre una vita *innocente*.
Eppure, l’innocenza è l’Ifigienia del discorso cristiano, ciò che è necessario uccidere per salpare. Se un solo innocente soffre, l’intero edificio della giustizia di Dio crolla. Se a Sodoma si trova un solo innocente allora la città dev’essere risparmiata. Se un’emicrania, un’indigestione, una sola lacrima non sono conseguenze dirette del peccato originale allora non resta altro che le macchine di Lamettrie. Cristo ha assoluto bisogno che tutti gli uomini siano colpevoli, altrimenti ce n’è almeno uno per cui non era necessario che morisse in croce, uno che può guardarlo e dirgli grazie, ma non serve. Così, quando Pelagio scrive che l’uomo può essere buono se si impegna Agostino gli risponde che no, è un mostro, carne nel carnaio del male, massa perditionis, e le, invero poche, volte in cui non sembra un mostro è solo per grazia di Dio.
Se il bambino nella pancia fosse innocente gli staremmo facendo un favore: fermarlo in eterno nella condizione edenica, prima che il peccato entrasse nel mondo. E se Dio non esiste gli stiamo facendo un favore lo stesso, perché tanto. Se poi Dio esiste ed è malvagio, come nessuno sembra più avere il coraggio di credere per quanto evidente sia, allora crescete e moltiplicatevi, universitari per la vita di ‘sto cazzo.