Quando si scrive qualcosa di cosi importante, per alcuni di noi, credo che la tecnologia non sia di supporto, note del cellulare, pc, tablet, credo che carta e penna, senza sofismi, metafore, paroloni, siano gli strumenti migliori. Credo che si debba usare l’istinto e come si dice in gergo” flusso di coscienza” tra il passato e emozioni.
Potrei dirvi che quando hai 8 anni e l’anno è il 1992, se scopri grazie a una videocassetta un tizio con una canotta rossa e il numero 23, inevitabilmente credi di volare.
Bill Russel disse “Il basket è l'unico sport che tende al cielo. Per questo è una rivoluzione per chi è abituato a guardare sempre a terra.”
Poteri dirvi che nel mio piccolo paese il basket in quei anni era lo sport principe, tutti noi ragazzetti giocavamo, dal più basso, (cioè io) al più alto, dal magro al grassoccio, dal più brillante a scuola al meno brillante.
Potrei dirvi quanto ero felice quando sotto le feste di Natale, in un negozio in via Sacchi a Torino, mio padre mi comprò le air Jordan 8.
Minchia ragazzi! adesso si che si vola.
Potrei dirvi che a scuola, durante gli intervalli passavamo il tempo a scambiarci le figurine Upper Deck (molto più fiche, essendo in cartoncino, delle figurine panini dei calciofili), a sfogliare la rivista Superbasket e conoscere le città degli Stati Uniti solo per la squadra di appartenenza.
Potrei dirvi di mio fratello Luca, maggiore di 3 anni, che con lui nel cortile dei miei genitori costruimmo il nostro campetto, tracciando le line del campo a mano libera, con una tinta indelebile sul cemento. Ma soprattutto potrei dirvi dello sguardo di mio padre geometra tornato da lavoro alla vista di quell’obbrobrio. Aspettandoci una cazziata colossale ci disse: adesso vi tenete sta schifezza tutta storta! Se aveste chiesto a me lo avrei tracciato come quello nelle palestre. In quel campetto passavo tutto il giorno, a tirare sognando di essere un grande giocatore e inevitabilmente a farmi battere da mio fratello maggiore. Ps: ad oggi non c’è storia!
Potrei dirvi della mia canotta verde con il numero 11 nella squadra di Pino Torinese, il tifo dei compagni di classe con le bottiglie d’acqua vuote piene di sassolini che battevano sopra la balaustra che divideva spalti e campo, i primi schemi di gioco che dovevo conosce meglio degli altri per il mio ruolo Playmaker, che inevitabilmente dimenticavo.
Poteri dirvi del derby Pino–Chieri, sentito da noi piccoli tanto quanto i grandi, maledetto derby! Siamo pari, sono in doppia cifra a fine del secondo quarto, andiamo negli spogliatoi, il coach ci carica e rientriamo in campo. Era usanza durante l’intervallo di metà partita, che gli amici sugli spalti entrassero in campo per tirare, in quel frangente dopo due ottimi tempi mi scontrai contro un mio compagno di classe… Clavicola rotta! (fanculo Vincenzo). Non immaginate, o forse si, la frustrazione di non finire quella partita ed il campionato.
Poteri dirvi che dopo quel episodio a 14 anni il mio mondo del basket cambiò e si evolse in: campetto, campetto e campetto. Chieri San Silvesto.
Al campetto ho conosciuto una socialità che non ho mai riscontrato in nessun frangente. Anche qua dal più basso, (oggi non sono sempre il più basso) al più alto, dal magro al grassoccio, dal più brillante a lavoro al meno brillante, dal ricco al meno ricco, dal chiaro allo scuro. Ricordate la storia della Livella di Totò, andate a leggerla e associatela al basket nei Playgroud.
Potrei dirvi che a 16 anni ero al secondo appuntamento con una ragazza che mi interessava molto, domenica pomeriggio, andiamo nel parco dove c’è anche il campo da basket, da me frequentato abitualmente. Ci sediamo su una panchina e tra varie effusioni arrivano i miei amici, vestiti in tenuta da basket, io in jeans e scarpe non adatte. Lei capisce che la mia priorità e fare un tiro, mi alzo e mi metto a tirare, faccio due tiri, nella mia testa da adolescente scemo “cosi vede come sono figo” dopo due tiri ne faccio tre, poi una partita, poi un'altra. Dopo due ore di gioco tutto tronfio vado da Sara per trovare approvazione mi guarda e mi dice: “Ti sei divertito?” Non si è mai più fatta sentire!
Il primo amore non si scorda mai… il pallone a spicchi.
Potrei dirvi che la mia continuità con il gioco non è stata costante, ma l’amore non è mai sceso, che tra tornei e vari campetti in città diverse ho avuto la mia involuzione ma è la Mia quindi va bene.
Potrei dirvi che per motivi di lavoro ho conosciuto un membro fondatore di WGG, parlando mi invitata a giocare il giovedì sera in uno spazio riservato in palestra. Conoscendo tutto lo staff ne entro a far parte, la mia passione per la pallacanestro si rinvigorisce. Tornei, progetti, divertimento, amicizia, insomma Basket a 360 gradi.
Oggi Vi dico che a 36 anni quando compro delle Jordan trono bambino e quando le indosso volo come allora, che la Livella è importante, che quando guardo le figurine ripenso ai compagni delle elementari, che il campetto a casa dei miei genitori non c’è più, ma prima poi con mio fratello e mio padre lo rifaremo con tutti i crismi, che la mia canotta 11 è ancora nel mio armadio, che quando gioco a volte la spalla della clavicola rotta mi fa male, che in estate di domenica sono spesso al campo di San Silvesto e che il progetto WGG è in costante evoluzione.
Vi dico che quando gioco a basket il tempo si dilata e la mente si svuota.
Vi dico, che per me, l’amore per il basket non morirà mai.