ZALONE VENDE BIGLIETTI. LA SINISTRA MANDA IL CONTO ALLO STATO.
Checco Zalone nei primi sette giorni di programmazione di Buen Camino ha incassato 31 milioni (trentuno) di euro, di cui 14 milioni (quattordici) di euro nelle prime quarantotto ore. Record assoluto.
A entrare in cassa sono soldi privati, rischio d'impresa, biglietti staccati da italiani che scelgono liberamente dove spendere i propri denari.
Dall'altra parte botteghino, c’è il piagnisteo di una sinistra in preda all'onanismo intellettuale cinematografico che divora soldi pubblici, inanella flop e vede in Elio Germano l'alfiere della lagna.
Per spiegare meglio il concetto: Zalone nei primi 4 giorni ha incassato il doppio del totale degli incassi degli ultimi 11 film con Elio Germano.
Il caso simbolo dei soldi sperperati in sostegno al cinema presuntamente impegnato, lo ha citato la Presidente del Consiglio: “I Cassamortari” di Claudio Amendola. Incasso totale in sala: 490 euro (quattrocentonovanta). Contributo pubblico ricevuto: un milione e duecentomila euro. Due numeri che valgono più di mille analisi.
Non si tratta di un incidente isolato. È un sistema.
Saverio Costanzo brucia 29 milioni di euro per “Finalmente l'alba” e incassa 400.000 euro (quattrocentomila). Germano ha drenato in carriera circa 17 milioni di fondi pubblici per film che riempiono le giurie dei festival, le sue tasche ma svuotano le sale. Il ritorno economico? Una frazione irrisoria.
Ma poco importa: il guadagno è già in banca prima ancora che il film esca. Produttori, registi e attori si pagano cachet d'oro attingendo dalle casse pubbliche. Se poi in sala li vedono in tre, il problema è del pubblico che non capisce.
Ed è qui che il paradosso diventa grottesco.
Elio Germano, il rivoluzionario, tuona dai palchi di Venezia e Cannes contro il "clima di paura", paragona le nomine governative a logiche di clan, denuncia una fantomatica censura. Lo fa mentre quello stesso Stato che accusa firma puntualmente gli assegni che pagano profumatamente il suo lavoro.
È la rivoluzione più comoda della storia: sovvenzionata da chi insulti, protetta dalla rete di sicurezza che denunci. Fare i ribelli col paracadute dorato non richiede coraggio. Richiede faccia tosta.
Elio Germano però non è un solista. È il frontman di un coro ben organizzato. Quando si tratta di difendere il portafoglio, l'individualismo artistico scompare e scatta lo spirito di corpo.
Nanni Moretti tuona contro la "mercificazione" e le logiche di mercato, dimenticando di essere anche produttore con la sua Sacher Film.
Fabrizio Gifuni, volto dell'associazione UNITA, organizza la manifestazione "Vogliamo che ci si veda" senza cogliere l'ironia involontaria: è esattamente quello che chiede la riforma, che i film si vedano, non che restino nei cassetti dopo aver incassato il contributo.
Paolo Virzì parla di un governo che "odia il cinema", senza mai interrogarsi sul perché i suoi ultimi film fatichino al botteghino. Marco Bellocchio evoca la censura preventiva, mentre continua a ricevere fiumi di denaro pubblico per le sue soporifere riletture psicoanalitiche della storia italiana.
Il denominatore comune è una pretesa feudale: lo Stato deve pagare a prescindere, perché loro sono l'Eccezione Culturale.
Il cinema, sostengono, non è un'industria come le altre, non può sottostare alle regole del profitto. Traduzione: noi siamo speciali, voi pagate e se non vi piace siete poveri ignoranti.
Nel frattempo Zalone riempie le sale dal Nord al Sud, con una quota di mercato del 78%. Quasi 8 italiani su 10 che sono andati al cinema hanno scelto lui. Il cinema "volgare" che non prende lezioni dai salotti romani. Quello che racconta l'Italia vera, con i suoi vizi e le sue ipocrisie, senza salire in cattedra.
C'è un dettaglio che nessuno dei lagnosi ammetterà mai: Zalone sta finanziando la baracca. L'IVA sui suoi biglietti genera in un giorno quello che serve per sovvenzionare decine di documentari invedibili.
Senza i polmoni finanziari del cinema commerciale, le sale chiuderebbero. E i Germano, i Moretti, i Gifuni non avrebbero nemmeno un luogo fisico dove proiettare le loro opere per giurie compiacenti. Sputano nel piatto dove mangiano.
La riforma che tanto terrorizza questi sacerdoti dell'eccezione culturale non impedisce di fare film difficili. Chiede solo che chi prende soldi pubblici dimostri di avere una distribuzione vera, una struttura, un minimo di riscontro.
Ma si può fare di più. Si deve fare di più.
Il cinema italiano non è morto. È tenuto in ostaggio da chi pretende applausi senza pubblico e assegni senza rendiconto. Ma la pacchia può finire domani. Bastano quattro regole.
Primo: tetto ai cachet a 50.000 euro. Un centesimo di soldi pubblici nel film? Nessuno porta a casa più di quello che guadagna un dirigente scolastico. Vuoi il milione? Fai come Zalone. Rischia in proprio, conquista il pubblico, guadagna quanto vuoi. Nessuno ti ferma.
Secondo: il finanziamento è un prestito, non un regalo. Il film incassa? Lo Stato rivede i suoi soldi fino all'ultimo euro. Il surplus resta alla produzione. Chi ha talento non ha nulla da temere.
Terzo: se il film incassa meno della metà del finanziamento, scatta la restituzione. Produttori, registi e attori principali restituiscono il 50% del compenso. Chi fallisce, paga. Come nel mondo reale, quello che i Germano e i Moretti non frequentano.
Quarto: vendi a Netflix o Amazon? L'incasso va allo Stato. Il contribuente italiano non è l'investitore occulto di Jeff Bezos.
Quattro regole. Semplici, chiare, letali per gli scrocconi. Zalone ha appena dimostrato che quando il prodotto rispetta gli spettatori, gli spettatori rispondono: 31 milioni di euro in una settimana, contro 490 euro in totale. Non servono altre parole. Servono queste riforme.
[Da Roberto Riccardi]