Dal 16 giugno al 21 luglio 2017 torna L’Emilia e una notte, rassegna estiva ideata da La Corte Ospitale. Le date degli spettacoli saranno sette tra circo contemporaneo e teatro, con anteprime nazionali e spettacoli carichi di suggestioni.
La stagione inizia con Gheto Stories di MigrArti, spettacolo che racconta dei riti che si fanno intorno al fuoco, accompagnati da narrazioni che danno speranza nel futuro. Il progetto nasce per far conoscere le diverse culture che coesistono in tutto il mondo oggi e per far sì che questa idea di diverso non sia più temuta, ma apprezzata e capita. Il secondo appuntamento Romeo e Giulietta, ci porta indietro nel tempo alla Venezia del 1574 in compagnia di una coppia di saltimbanco ciarlatani e una Giulietta da trovare. Alla scena viene dato un tocco di realismo attraverso alcune battute recitate in dialetto veneziano. La stagione prosegue con La Balena Volante, uno spettacolo di circo a ruota libera, dove tre acrobati si prenderanno gioco della gravità sulla loro bicicletta. Il concetto di “balena” viene ripreso dai tre in quanto durante la performance, si riempiranno di cuscini e piume. Acrobazie affascinanti ma anche assai difficili, rese leggere e semplici dagli acrobati stessi. Il primo appuntamento di luglio si ha con Odiare Medea, uno studio teatrale a leggio per attrice, cantante e pianista, di e con Giuliana Musso. L’appuntamento successivo è Il Nostro Amore Schifo, spettacolo che narra di un’indagine dissacrante sul sentimento intricato della gioventù. Satira che enfatizza due sentimenti completamente discordanti tra di loro: la voglia di amare e la voglia di morire. Come anteprima nazionale va in scena Elisa Bottiglieri con Madre Snaturata, racconto che si domanda cosa significhi essere madre e se Madre sia colei che ha generato un figlio. Conclude la stagione Silvia Gribaudi con un laboratorio aperto al pubblico dedicato a donne Over 60, da qui il titolo “Over 60. Donne, humor e territorio”, che crea un percorso di riflessione sul tema dell’età e dei luoghi e sottolinea che questa non è più da vedere come un vincolo ma come un vantaggio.
Continua il progetto delle Residenze Artistiche de La Corte Ospitale. Caterina Mochi ci racconta con Francesca Netto il progetto la Vertigine di Giulietta ideato dalla compagnia blucinQue in collaborazione con Cirko Vertigo. La messa in scena è incentrata su coreografie e testo di Shakespeare con musica live ispirata a Prokofiev realizzata da Patrizia Oliva e Stefano Giust. Lo spettacolo si incentra su parola e suoni all’interno dello spazio, partendo dal movimento dei performer e dell'attrezzo aereo, per una rappresentazione poetica e onirica di Romeo e Giulietta. La performance nasce da una commistione tra danza, circo e teatro, basandosi sulla rappresentazione dell’arte scaturita dall’anima di chi balla e recita.
L’idea è quella di poter percorrere una ricerca personale: un’unione tra tradizione e sperimentazione, teatro di parola e movimento. In particolare la “Vertigine di Giulietta” ha la volontà di mostrare lo spiazzamento dato dal sentirsi sempre fuori luogo. Questo stato porta a un senso di bilico, di sentirsi fuori dal proprio asse e dal proprio corpo, oltre che a una sensazione di spostamento, mutamento e disequilibrio perpetuo e perenne. La caratteristica peculiare della compagnia e del progetto, è data dal conseguimento dell’unione di categorie diverse tra loro come danza, teatro e circo contemporaneo, che si contaminano reciprocamente lavorando su un dialogo diretto e profondo.
Martedì 11 aprile si è conclusa la stagione di prosa del Teatro Herberia di Rubiera con La Semplicità ingannata. Satira per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne di e con Marta Cuscunà. Lo spettacolo segna la seconda tappa del progetto sulle Resistenze femminili in Italia ed è liberamente ispirato alle opere letterarie di Arcangela Tarabotti e alla vicenda delle Clarisse di Udine.
Lo spettacolo nasce per dimostrare che il femminismo non è roba vecchia ma esiste tuttora e lotta per contrastare le differenze tra uomo e donna. Con questo scopo, vengono mostrati degli esempi positivi di donne che hanno lottato per riscattare la loro posizione all’interno della società.
Ci troviamo a Udine nella seconda metà del 1500, epoca in cui le figlie femmine venivano viste dal padre solo come una spesa: le più carine e miti potevano essere maritate per pochi ducati mentre quelle con problemi fisici o temperamenti accesi, non avevano tante alternative alla monacazione forzata. Ed è precisamente nel convento delle Clarisse di Santa Chiara che le pupazze di sei monache prendono vita, ognuna col suo carattere e le sue particolarità ma tutte con uno scopo comune impensabile per quell’epoca: prendersi uno spazio di contestazione e di libertà di pensiero. Incominciarono ad uscire, ad istruirsi con libri negati loro dalla chiesa e ad innamorarsi. Tutta la città le ammirava e le stimava per il loro ruolo e per la loro influenza, tanto da volerle come istruttrici delle loro facoltose figlie. I fatti non passarono inosservati all’Inquisizione che cercò in tutti i modi di accusarle di eresia per far smettere questo loro eccesso di libertà. Ma queste donne, facendosi beffa del potere maschile, riuscirono a resistere per anni e a crearsi un’alternativa di vita all’interno del monastero stesso.
Il tema trattato è più che mai attuale e cerca di riaccendere gli animi a quelle che donne vittime di discriminazioni quotidiane che non sanno come lottare per uscirne vincitrici. È uno spettacolo per le donne fatto da una donna ma anche gli uomini più ben disposti si ritroveranno a simpatizzare per queste monache desiderose di libertà ed emancipazione.
Dopo un periodo di riallestimento, arriva al Teatro Herberia di Rubiera lo spettacolo di Fausto Paravidino I Vicini: commedia che narra di una coppia con dei nuovi vicini di casa che creano subito un certo scalpore, facendo riaffiorare quelle che sono le paure dei personaggi.
Il testo, commissionato dal Théâtre National de Bretagne e vincitore del premio Hystrio alla drammaturgia nel 2013, è una produzione del Teatro Stabile di Bolzano, Organizzazione Nidodiragno.
Lo spettacolo assume una nota che rimanda al genere thriller e al noir domestico improntandosi sulla rappresentazione della suspense, del mondo sconosciuto sia questo reale o immaginario. Si rappresenta un mondo in bilico tra commedia e tragedia, consapevole che non tutto ciò che noi vediamo è reale e tutto ciò che non vediamo non lo è. E’ presente anche il fantasma della vecchia vicina di casa che provoca una duplice reazione nei protagonisti: c’è chi non ci crede ed è convinto di non vederla e chi invece la vede e ne rimane terrorizzato.
Con questa nuova messa in scena, lo spettatore si troverà davanti alle sue più grandi paure: l’inizio di nuovi rapporti, le relazioni che vengono ad instaurarsi e il concetto di sconosciuto.
Come si affrontano rapporti con persone così diverse tra loro? Come si sconfigge la paura suscitata da tutto ciò che è nuovo? Come ci si comporta con qualcosa che noi vediamo e percepiamo e il resto del mondo non sa nemmeno che esiste?
Questa commedia cerca di rispondere a queste domande e mostra come delle persone qualsiasi riescano ad affrontare i dubbi e le paure che tanto affliggono la nostra società.
Incontro con Marco Lorenzi, compagnia Il Mulino di Amleto, in residenza in questi giorni (febbraio/marzo 2017) presso gli spazi de La Corte Ospitale per l’allestimento del Misantropo di Molière, in anteprima nazionale il 14 marzo 2017 al Teatro Herberia di Rubiera.
Perché ti confronti sempre con il repertorio? E perché questa volta hai scelto Il Misantropo di Molière?
Una volta finita l’Accademia ci siamo costituiti come compagnia, Il Mulino di Amleto, e abbiamo espresso un’esigenza comune di costruire una nostra identità poetica, mia personale e anche del gruppo. Ho pensato che per cercare e costruire questa identità fosse necessario (e lo è tutt’oggi) confrontarci con dei punti di riferimento forti, alti…insomma dei maestri e dei “padri” da cui poter imparare e tradire.
In un’epoca come la nostra non è facile trovare questi riferimenti. Il rapporto tra le generazioni è cambiato molto e questo è il motivo che ci ha spinto a cercare i nostri “maestri” nella scrittura dei classici. Trovare in una drammaturgia del repertorio uno scoglio forte con cui confrontarsi, scontrarsi, alle volte anche restarne sconfitti: questo accade quando un testo non è frutto di una scrittura di scena. Dialogare con una voce così distante, così alta, ci permette di uscire da un periodo di allestimento diversi da come ci siamo entrati: questa è la nostra sfida.
Perché e come Il Misantropo parla al pubblico di oggi?
Se la forma invecchia, il contenuto, e nel caso del Misantropo si parla della relazione tra l’Io e l’Altro, non invecchia mai. La domanda che mi pongo come regista è come posso intervenire sulla forma per fare sì che il contenuto continui ad essere forte e attuale.
L’elemento che trovo originale nel Misantropo è che questo testo parla sostanzialmente del confronto costante tra l’io, il personaggio, e la comunità sociale con cui mi relaziono.
Questo è di fatto quanto accade ogni sera a teatro: ogni sera tra gli attori e gli spettatori nasce una piccola nuova comunità Questa è una opportunità unica da sfruttare nel lavoro su Misantropo. E’ per questa ragione che in questo nostro nuovo allestimento, più che nei miei precedenti lavori, prevedo una relazione più attiva con il pubblico, proprio perché questo incontro tra io e altro da me è una peculiarità del testo che mettiamo in scena.
Trovo affascinante anche che Il Misantropo sia proprio un testo teatrale e non ad esempio un romanzo: perché il teatro è il luogo in cui verità e finzione (altro tema centrale del testo di Moliére) raggiungono un equilibrio pazzesco, e così ho pensato di sfruttare questa metafora anche nella resa scenica. Il camerino (che è un luogo presente nel nostro spazio scenico) è lo spazio in cui in genere sto prima di interpretare un ruolo, una “funzione sociale”
Alceste, il protagonista, in tutto lo spettacolo difende la necessità di una coerenza tra quello che pensiamo e come agiamo o cosa diciamo davanti agli altri. Ecco: il luogo dell’incontro con gli altri, invece è rappresentato dal salotto di Celimene (altro luogo centrale del nostro allestimento), ma anche il luogo in cui mi trovo a parlare direttamente con gli spettatori. Per questo ho chiesto ai miei attori di lavorare su una recitazione “diretta” trasparente, che tenesse presente lo spettatore come altro referente della relazione tra i personaggi.
Qual è il ruolo della musica in questo allestimento?
In preparazione alle prove ho chiesto ad ognuno degli attori di portare una propria personale playlist che veniva suggerita dalla lettura del testo. È su queste singole proposte che stiamo lavorando e che costituiscono la colonna sonora dello spettacolo.
A che pubblico pensi quando ti metti al lavoro su un testo?
Quando ho iniziato a lavorare, ironicamente, pensavo a mia nonna come “spettatrice ideale”. Nel senso che se quello che facevo poteva essere fruibile e comprensibile a tutti i livelli anche da lei, avevo fatto centro.
Ora, crescendo, anche artisticamente, la questione si è fatta più complessa.
Ho cominciato a cercare una stratificazione più complessa dei segni e ad approfondire gli strumenti con cui posso comunicare con il pubblico. Penso fermamente che in un periodo storico come il nostro non valga la pena fare teatro se noi artisti non alziamo l’asticella dei nostri contenuti e del nostro linguaggio. Però , credo che in me sia rimasta traccia di quando pensavo a mia nonna come spettatrice ideale e quindi continuo a pensare al pubblico come terminale imprescindibile del mio lavoro.
Il mio desiderio è quello di essere trasversale e pop (nel senso più nobile del termine ) con i nostri spettacoli. E di trovare un terreno di incontro con tutti gli occhi e le orecchie che voglio vedere e ascoltare.
Come è stato questo vostro lungo periodo di lavoro qui alla Corte Ospitale? Quanto è stato utile per la creazione vivere i nostri spazi?
Questo è il punto di partenza di tutte le altre domande: questo posto è un miracolo, c’è in questo luogo un’energia creativa meravigliosa, fortissima, perché è forse l’energia che si è accumulata in questi vostri anni di lavoro e nel lavoro degli artisti che sono stati ospiti in residenza. Essere completamente assorbiti in questo luogo bellissimo dà una forza impagabile al lavoro stesso.
Il Misantropo di Molière nella versione del Mulino di Amleto, regia di Marco Lorenzi, viene presentato in anteprima nazionale il 14 marzo 2017 al Teatro Herberia di Rubiera e debutta in prima nazionale il 16 marzo 2017 allo spazio BellARTE di Torino.
Nel corso del progetto #residenzeartistiche la compagnia Mattatoio Sospeso ha voluto raccontarci la loro residenza fatta nei nostri spazi nel mese di novembre 2016 per concludere l’allestimento del loro ultimo spettacolo dal titolo Tu me fais tourner la tete.
Mattatoio Sospeso è una compagnia volante fondata nel 2006 da Marco Mannucci che nel corso del tempo si è specializzata nell’arrampicata, nell’acrobazia e nel teatro di strada.
Lo spettacolo che la compagnia ha proposto narra di un vecchio Caghall e di un uomo che cerca eternamente di ritrovare il suo amore perduto, la moglie Bella della “Promenade”, ma non ci riesce perché lei non c’è più. Forse in sogno diviene possibile inseguire, ricreare quell’amore, quel ricordo. Ma i sogni spesso si trasformano in incubi. Il nostro vecchio Chagall diverrà marionettista, costruttore dei suoi stessi sogni.
Ma i sogni spesso si trasformano in incubi. Il nostro vecchio Chagall diverrà marionettista, costruttore dei suoi stessi sogni. Una sorta di malinconico demiurgo di un divertito sogno dove incontrerà Bella e il suo alter-ego, quel giovane Chagall innamorato che non esiste più. O forse lassù in volo c’è ancora speranza… perché la perdita forse non è la fine ma nuovo inizio.“Noi ci lanciamo, voliamo, ci proviamo” sono queste le parole rilasciate dagli attori, che ci hanno spiegato che il loro obiettivo principale è quello di “portare il volo in teatro”.
La loro residenza nei nostri spazi è stata caratterizzata anche da un’altra bella e significativa esperienza: un laboratorio teatrale con gli anziani in residenza nella Casa Protetta comunale, che testimonia la volontà di regalare sorrisi a persone più sfortunate di noi.
David & Thomas sono due ragazzi molto diversi ma che proprio grazie alla loro diversità hanno trovato il loro punto di forza.
Uno spagnolo e uno slovacco, entrambi amanti dell’arte circense, si sono incontrati in una scuola di circo e hanno dato vita al loro duo.
David & Thomas fanno parto del Kolectiv Lapso Cirk, un gruppo di artisti multidisciplinari, provenienti da diversi paesi del mondo che hanno in comune la passione per l’arte circense.
I due artisti, nel corso del progetto #residenzeartistiche, sono stati ospiti della Corte Ospitale per venti giorni nel mese di dicembre 2016 e hanno allestito il loro ultimo lavoro dal titolo “Ovvio”.
“Ovvio” – hanno spiegato gli artisti – è una creazione in cui la sfida a superare un livello crescente di difficoltà diventa un gioco a due pieno di imprevisti.
Entrambi amano quello che fanno e lo strano senso di eccitazione che provano in scena, quando sono concentrati a testare la fiducia e il coraggio che provano uno verso l’altro mettendo alla prova costantemente i propri limiti prima che succeda l’inevitabile, cadere!
In scena, la fiducia e l’intesa reciproca aumentano, così come il gradiente livello di complessità delle azioni in un crescendo di situazioni pericolose ma, anche, estremamente divertenti.
Il palco diventa, quindi, lo spazio in cui il duo gioca con la sola forza della gravità e vengono attivate tutte le possibili abilità per vincerla e per poter andare oltre.
Lavorare negli spazi della Corte Ospitale, per David & Thomas, è stata una stupenda avventura, perché, secondo quanto affermato dagli artisti stessi “questo è un luogo perfetto per creare”
Antonella Questa domina la scena nelle vesti di una madre perfetta con un matrimonio di 20 anni sulle spalle, un figlio che vive in America e una figlia adolescente. Una vita condotta a fungere da motore per l’intera casa, amministrando l’intero nucleo familiare. Tutto sotto controllo direte voi, ma la realtà entra sempre come un uragano, e quello che sembrava così perfetto si distrugge in un attimo.
Così la quotidianità viene rotta dal ritrovamento di foto femminili particolarmente spinte sul cellulare di lavoro del marito. Inutile il richiamo alla fiducia dell’accusato, Chicca si ritrova ad affrontare quello che ogni giorno coinvolge diverse donne, l’amaro tradimento. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, infatti la protagonista ci invita in un percorso sull’emancipazione femminile e guidata da un “Virgilio” a dir poco insolito, ci conduce con ironia verso la ricerca della propria femminilità e verità nascoste.
Coinvolgente, comico, Antonella Questa trascina gli spettatori in un argomento ancora tabù: l’erotismo. Tra canzoni attuali e la scenografia racchiusa in un cubo rosso fuoco, l’attrice fa appello alla nostra immaginazione, simulando gesti ordinari dove ognuno di noi può immedesimarsi.
A dir poco imperdibile se volete sostenere L’Associazione CuRare Onlus divertendovi.