L’esito della lontananza
È l’alba del terzo anno che passo senza scrivermene via neanche un pezzetto: sul sereno di chi s’ostina a non ricordarsi, io in questo esatto istante ci metto le nuvole bianche di carta opaca e stropicciata sopra. Mi accuso, quasi, di essere pronta ad impiastricciarli con l’inchiostro nero che mi esce dallo stomaco quando i tentacoli del mio cuore a forma di polpo lo stringono. Guardarmi dentro è difficile ora: il paesaggio che mi appresto a sentire è lontano da ogni proiezione di me, su di me. Il mio corpo è un riflesso d’un vetro che non avevo previsto. Perché ho scoperto che se allarghi i confini geografici della tua vita senza prendere in considerazione il fatto ti serva una bussola può portarti ad errare dove e come non vuoi. Ho scoperto che nonostante l’America sia stata scoperta per caso, serve sempre una stella a cui ritornare con gli occhi. Infatti quel 4 ottobre del 1492 si stava cercando di raggiungere l’India per conto d’una missione assegnata da una sovrana europea e non si era partiti con la voglia di dimenticarsene.
Nel tempo in cui credevo mi sarei sganciata da ogni bisogno di coniugare il verbo “ritornare”, allontanata da ogni implicazione del mio nomeccognome, ripensata e ridisegnata in lungo e largo, consumata le suole delle scarpe invernali nei borghi nebbiosi del nord Europa, imparata la lingua dell’indipendenza sentimentale assoluta, mi sono invece sentita l’odore di mia madre addosso quando le linee del volto di mio padre felice mi sono apparse sulla faccia sbilenca che ho. Mi sono pure cresciuti i capelli dell’anima affinché li potessi intrecciare con quelli corti d’una persona che vive a 1332km dalla città che si piomba dentro le mie pupille allo stato attuale delle cose. Ho afferrato quanto oro sia l’amicizia dell’adolescenza attraverso le mani dolci e lisce della malinconia, fatto bottino dei sorrisi di chi vorrei incontrare ogni giorno, pur vedendoli solo due volte l’anno.
Le pareti del posto immaginario che raccoglie tutto quanto io abbia di più caro si sono rivelate estensibili ed infinitamente generose. Se così non fosse stato, probabilmente ora sarei una bella ventenne libera, gaia, brillante di glitter sparsi e rigoli di riso vuoto. Una persona fosforescente e bidimensionale, senza capelli rivoltati dalle notti su cuscini sbagliati e con le mani a posto. Nessun segno di lacrime né di carboidrati raffinati.
Ma vaffanculo, oh.
Oggi decido di abbracciarmi, appropriarmi di un nuovo punto di vista e di apprezzare il segno che il sentire di essere lontana lascia sul mio corpo: ho seguito le elezioni politiche italiane tutta la notte e ora ho gli occhi gonfi di sonno e delusione.
Misà che posso essere indipendente lo stesso con la clausola dell’amore.

















