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@toughtface
Non è facile essere così. Seguo sempre le sensazioni, l'istinto, anche quando qualcosa dentro dice che farà male. Ho un sacco di difetti, ma so dare quintali di rispetto e lo pretendo. Sono sempre leale con le pochissime persone a cui voglio bene. È vero, sono più impegnativa di un pesce rosso, molto più esigente, e parecchio più ironica. Non scelgo la cosa più facile per opportunismo o convenienza, non ho le comode mezze misure. Cerco sempre di imparare dalle persone miglioridi me. Prendo sempre posizione e la difendo. Ho sbagliato più volte e sbaglierò ancora, ho sempre pagato un prezzo. Ma quando mi guardo allo specchio, nel bene e nel male, mi riconosco sempre.
Il dolore della perdita può essere rifiutato, come accade nella negazione maniacale, oppure può dare luogo a un blocco della vita che non riesce a separarsi da ciò che ha perduto, come accade nella reazione melanconica. In questo caso sperimentiamo una presenza che ha assunto le forme estreme dell'assenza… Un'assenza che resta sempre presente e che finisce per ingombrare la nostra vita, per bloccarla, appunto nel rimpianto e nell'auto-colpevolizzazione. Il destino più fecondo di un lutto è invece quello di diventare un lavoro, un lavoro su quello che abbiamo perduto. Un lavoro che assomiglia molto a quello dell'ereditare: portare con noi quello che è già stato, dandogli una forma nuova. È qui che appare il sentimento della nostalgia.
Tratto da "Dal lutto alla vita nuova", intervista con Donatella Ferrario (Jesus, dicembre 2022), ora raccolta in "Lo splendore e la polvere. Interviste e dialoghi" (Feltrinelli Editore, 2026)
🖤💕....
Meriti anche tu un posto da visitare.
.❤️🩹
"Abbiate il coraggio di guardarci dentro e scegliervi ogni giorno. "
"Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull'orologio."
— Elli Michler
"Più soffri, più è difficile riemergere."
Mi dichiaro colpevole di fidarmi dell’altro
di sognare a voce alta
di cercare la poesia.
Mi dichiaro colpevole
di dire quello che sento
di scommettere sul sentire
di credere nel detto.
Mi dichiaro colpevole
di sentire che è possibile
piangere un’assenza
un incontro.
Mi dichiaro colpevole
di vivere un altro tempo
di fidarmi di un gesto
di insistere per la verità
Mi dichiaro colpevole
Sì.
Mi dichiaro colpevole.
Non me ne pento
📕Araceli Mariel Arreche, poetessa argentina
Il potenziale creativo non vissuto diventa, per Von Franz (che qui segue direttamente #Jung), materiale d’ombra, non perché sia “cattivo”, ma perché resta inconscio, non integrato, e quindi agisce autonomamente invece che essere disponibile all’Io come funzione cosciente. È il classico meccanismo compensatorio: ciò che non viene vissuto consapevolmente si manifesta comunque, ma in forma distorta e disturbante.
L’implicazione tecnica per l’analista (ed è per questo che lo definisce un tipo di cliente “disagreeable”): il sintomo presentato (l’ansia per la sciocchezza, la passione inspiegabile) non va trattato solo a livello del contenuto manifesto. Il lavoro è riconoscere che c’è una carica energetica in cerca del suo oggetto reale, e la domanda terapeutica diventa: dove dovrebbe davvero andare questa energia? Spesso la soluzione non è “calmare” il sintomo ma aiutare la persona a trovare o riprendere il canale creativo che gli spetta, a quel punto l’intensità smisurata altrove tende a normalizzarsi da sé, perché l’energia ha finalmente trovato il proprio oggetto. #Creatività #psicoterapia #Ombra
A volte non è la giornata a pesare, ma tutto quello che ci portiamo dentro senza farlo vedere. Le cose piccole, sospese, trattenute. Quelle che non fanno rumore fuori, ma occupano spazio dentro.
@lastanzadelrespiro
Rupi Kaur
A un certo punto una donna capisce che non le basta più essere cercata a tratti. Ha bisogno di un uomo vero, non di un bamboccio travestito da mistero. Un uomo che sappia esserci, parlare chiaro, rispettare, scegliere. Io ho chiuso perché non voglio più giochi, silenzi e maschere. La mia pace vale più di qualunque ritorno.
Volevo essere la tua casa, volevo che tu fossi la mia. Il posto da cui smetti di scappare. Il posto in cui tutto, per un istante, non fa rumore. Il posto in cui, per un attimo, nulla crolla, dove tutto ti appartiene e nulla è distante. Ma forse i nostri silenzi non sono compatibili. Forse ciò che c’era di vero non poteva esistere in mezzo al traffico, al brusio, al susseguirsi incessante delle cose. Forse non siamo le persone giuste, né al momento giusto né a quello sbagliato. O forse eravamo le persone sbagliate al momento giusto. Strana cosa, la vita. A volte ti mette di fronte a qualcosa di bello solo per dimostrarti che non puoi toccarlo. Anche ciò che è stato grande deve finire, diceva Hegel; la storia ha un modo tutto suo di fare giustizia. Eppure, ho sempre creduto che alcune cose grandi non finiscano mai. Ciò che è sacro resiste a qualsiasi tempo e a qualsiasi orrore. Ma sto divagando.
Volevo essere la tua casa e volevo che tu fossi la mia. Ma chi mi dice che la mia idea di casa sia uguale alla tua? È necessario che lo sia? Non ne sono sicura. A volte troviamo il nostro posto proprio sbagliando strada. La linearità è una finzione; come tutto il resto, d’altronde. Gli incroci sono una condanna ma si può sempre tornare indietro; magari non in linea retta, magari impiegandoci tre volte il tempo che avremmo voluto.
Sarebbe bello avere ragione per una volta. Ho ragione così spesso e su così tante cose e alla fine mai su ciò che conta davvero per me.
Vorrei svegliarmi domani mattina e trovarti di fianco a me nel letto. Guardarti mentre dormi e respirare insieme a te. (Mi andrebbe bene anche se fossero le cinque del mattino) Vorrei portarti il caffè a letto. Sentire la tua voce che mi dà il buongiorno. Vederti sorridere una volta sveglio. Vorrei guardare l’alba con te e il tramonto con te e sapere che non tutte le cose belle finiscono.
Vorrei così tante cose, e forse la cosa che vorrei di più sarebbe proprio riuscire a non volerle.
Fa così male. Non è colpa tua, né mia. Non è colpa di nessuno. Ci siamo attardati un po’ troppo al nostro incrocio e forse per un attimo abbiamo pensato che potesse essere qualcos’altro. Almeno io, l’ho pensato. Non so cosa abbia pensato tu. Mi piace credere di saperlo sempre, ma questa volta non ne ho idea.
Bisogna mettersi d’accordo sul significato delle parole, diceva Cicerone. Bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di molte cose. Forse è stato tutto un grande malinteso, un gran fraintendimento. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto (questa è di Pirandello).
In fondo, non importa se non riuscissi mai a dirti che sono innamorata di te. Non cambierebbe nulla. Lo so io e lo sai tu. Ho creduto che potessimo esserlo entrambi. Questo sì che importa. E tuttavia, non è la prima volta che sbaglio e di certo non sarà l’ultima. Come dicevo, ho ragione sulle cose importanti di tutti tranne che sulle mie.
Alla nostra mente piace illudersi e raccontarsi storie. È uno dei modi che abbiamo per stare al mondo, per sopravvivergli. Se la storia è bella, ne vale comunque la pena. Il dolore di un racconto che finisce è il dolore di qualcosa che è esistito per noi e dentro di noi. E sono poche le cose a cui consentiamo davvero di vivere dentro di noi.
Quante parole. Tante parole. Ha ragione Eco quando dice che dove abbondano i segni è perché mancano le cose. Qui manchi tu, e di parole ce ne sono fin troppe; e nessuna di esse può fare la differenza. Un’altra illusione che crolla.
Siamo stati tante cose e nessuna allo stesso tempo. Forse questo è il ruolo che dovevamo svolgere l’uno nella vita dell’altra, e l’abbiamo svolto alla perfezione. Forse è andata proprio come doveva andare. Abbiamo esaurito le forme da assumere. Cosa resta, solo il tempo ce lo dirà. Che cliché.
“Magari in un’altra vita”.