Tossisco e mastico ghiaccio. La passo così questa domenica sera estiva, con del jazz in sottofondo. Che potrei ascoltare dal vivo peraltro, visto che un quintetto che adoro stasera suona a 10 km da casa mia, ma no. Li ascolto da YouTube.
Alle soglie dei 35 anni mi ritrovo incasinata dentro un paradossale emblema.
L'ho chiamato "il paradosso di Tarzan."
Tarzan nasce e cresce in una giungla senza uomini, poi arriva quella disgrazia vivente di Jane e succede di tutto. Lui per lei fa qualsiasi cosa e, soprattutto, abbandona la giungla per la civiltà. Ma nella civiltà prende un bel due di picche da Jane.
Finisce così il libro. In maniera paradossale. Non sappiamo se torna alla giungla o se si trova un lavoro in the city si innamora di una cameriera e "fuck you Jane". Non si sa neanche cosa prova Tarzan.
Ne sono stati scritti altri di Tarzan, ma secondo me quel libro con quel finale sono perfetti così. Almeno per il mood che mi attanaglia stasera.
Il punto è che, uscire dalla solitudine di una foresta può sembrare la cosa migliore da fare, ma la civiltà fa schifo, soprattutto se non ci sei nato ed abituato a viverla ad indossare le sue maschere, rispettare le sue regole, omologarti ai suoi principi. La civiltà fa schifo se non ne fai parte. Ed incominciare a farne parte non rivela i suoi lati migliori anzi.
Forse la parola civiltà non è neanche quella corretta da usare, se il mondo rispecchiasse veramente i principi alla base della convivenza civile, non sarebbe poi male... forse.
Il mio segone mentale sul paradosso di Tarzan nasce sul quel finale.
Tarzan si fa un culo tanto per uscire dalla solitudine della giungla, impara a leggere e scrivere, reprime le sue abitudini animalesche per essere più uomo, si fa un mega viaggio dall'africa a non mi ricordo dove, il tutto per sentimento. E' alimentato dalla speranza, dal brivido del far qualcosa di grande, dall'amore. Sentimenti talmente forti che rendono i dubbi del "ma che cazzo sto facendo", sussurri inutili. Perde la consapevolezza di ciò che sta per abbandonare. Un luogo sicuro.
Non so se questo si può realmente chiamare "coraggio" o sarebbe meglio chiamarlo "stupidità". Ma Tarzan lo fa, e poi le conseguenze gli arrivano dritte in faccia come un transatlantico in avaria.
Burroughs non ci aiuta con il suo finale di Tarzan, ci fa giusto capire che fa parte del club del paradosso di Tarzan anche lui. Non scrive di delusione, rancore, odio. Credo non sia semplice scrivere quello che si prova a lasciare una strada vecchia per una nuova e scoprire che quella nuova non è altro che una vasta distesa di sabbie mobili nei carboni ardenti.
E qui viene il paradosso. Rimanere a soccombere nella sabbie mobili bruciandosi lentamente o tornare nella giungla solitaria?
Mi ero rintanata nella giungla da un po'. Mi servivano energie che non ho mai avuto per terminare ciò che ho iniziato. E poi, la disoccupazione ti ci porta all'isolamento. Credevo inizialmente che la civiltà non mi escludesse, che una connessione ci fosse in un qualche modo, ma non è così. Il mondo è cambiato. Le connessioni sono solo digitali, l'amicizia è un click su facebook. Uscire significa mettere un "parteciperò" ad un evento.
Io sono rimasta al "sei in casa? passo a farti un saluto". Ma non funziona più così. Se ti dicono "sentiamoci qualche volta" in realtà è più probabile che si volatilizzino nel niente questi "amici". E' davvero tanto cambiato il mondo.
Non sono mai stata una persona che rompe le palle per uscire o telefona tutti i giorni o manda un "buongiornissimo" ai propri amichetti almeno ogni 3-4 ore in una chat. Odio le chat e odio il cellulare. Ero una da "ci sei stasera? passo a trovarti". Ma non ho più la macchina e neanche i soldi per muovermi. Avevo chiarito questo aspetto: "io non ho possibilità di uscire, non ho soldi e non ho macchina, venitemi a trovare la mia casa è sempre aperta". Non ho rivisto nessuno.
Me lo aspettavo. E non ho fatto niente per evitarlo semplicemente perchè alla fine avevo bisogno di vederlo con i miei stessi occhi quanto io non sia capace di rientrare in questo sistema sociale digitale. Ma avevo da fare. Delle priorità che non intendo mollare per nessuna cosa o persona al mondo. E' una promessa a me stessa che non tradirò. Ma devo dire che l'era digitale non aiuta a ignorare la realtà delle cose. Milioni di "stories" di allegre uscite, rimpatriate, in cui non sono presente ne invitata. O forse sì, non guardo mai gli "inviti di facebook".
E poi sono riuscita ad arrivare ad un attimo di quiete, abbassare la guardia e non avere più necessità dell'isolamento per concentrarmi a terminare il mio percorso. Una sorta di pausa fino a settembre.
Ho pensato allora ingenuamente di recuperare i contatti. Di uscire, ricordarmi cosa fosse l'ubriachezza molesta di "vivere". E il transatlantico in avaria mi è arrivato dritto dritto in faccia.
Le persone non mi piacciono. Io non mi piaccio in mezzo alle persone.
Il punto è che, quando stai del tempo da solo e perdi l'abitudine a stare con gli altri, tutto è diverso quando ci rientri. Tu sei diverso, nutrito da un'innata curiosità di riscoprire gli altri e la socialità ti lanci in mezzo a qualcosa che non ti appartiene del tutto. Gli altri ti mancavano, gli Amici mancano nella solitudine ed è qualcosa che si sente benissimo. Ma non è reciproco. Finisce che arranchi nel cercare la giusta forma o maschera per sentirti parte di questo sistema. Ma non funziona.
Diventi brutto, sbagli a formulare discorsi e parole, osservi gli altri che osservano te e ti rendi conto che la bruttezza che stai impersonificando in quel momento è uno specchio di ciò che ti circonda. Ma non puoi tirarti indietro fino a che non lasci la serata. Vorresti non esserci mai venuto a questa serata. Ma ridi anche, subisci il fascino della mente umana, dei racconti, degli atteggiamenti, è come guardare un acquario di pesci rari. La società è comunque affascinante.
E' davvero paradossale la scarica di sensazioni ed emozioni che si prova ad uscire dalla giungla e farsi investire da un transatlantico in avaria.
Quando sono tornata a casa, volevo solo rimanerci per sempre. Mi sono chiesta se mi fossi divertita, infondo ho riso un sacco, ho rivisto persone, ne ho conosciute altre di nuove. No. Non mi sono divertita per niente. A tratti mi sono sentita un'animale esotico catturato e sfoggiato come vezzo della serata, a tratti mi sono sentita un peso, l'amico andicappato che porti fuori per sentirti sollevato di fare una buona azione. A tratti mi sono sentita libera dalla solitudine, ma in procinto di affogare tra le onde del transatlantico a tratti mi sono sentita un'osservatore silenzioso davanti ad uno zoo. Un mix di emozioni troppo forti da gestire.
Il frinire delle rondini, il rumore dell'autostrada, delle gatte che sgranocchiano i croccantini, i grilli, il silenzio. Un abbraccio invisibile che mi ha tranquillizzata. Si può sempre tornare nella giungla della solitudine.
Il paradosso di Tarzan è qui, nella solitudine. Quiete che culla l'anima. Solo che... Non si dimentica quel transatlantico in piena faccia, quelle sensazioni di vario genere, l'energia e la voglia che inizialmente ci avevi messo per uscire dalla giungla, lo sforzo fatto. E' un tutt'uno di emozioni che ronzano in testa. Che la solitudine ti fa sentire benissimo.
So che nei libri successivi, Tarzan, riconosciute le sue origini, rimane nella civiltà. Io non ce la faccio. Davvero.
Se la regola sociale è "sopportarsi" in un mix di amichevole finzione e frustrazione nascosta da maschere, io non mi sono mai sopportata e non ho interesse ad essere sopportata dagli altri.
Il supporto invece non mi dispiacerebbe, ma ho imparato a supportarmi da sola, faticoso, ma me lo faccio bastare.